Il Roadburn polacco: Soulstone Gathering 2023 @Hype Park, Cracovia – 18/19/20.05.2023
Devo premettere che questo evento esiste almeno da una decina d’anni o quasi. Anzi, ricordo distintamente la prima edizione, che aveva soprattutto gruppi locali e un headliner ungherese, di cui non ricordo il nome, che si ispirava parecchio ai Crowbar. Già allora si intravedevano le potenzialità. Oggi, quasi dieci anni dopo e centinaia di eventi dopo (Soulstone Gathering è anche il nome dell’agenzia di promoter), quello che abbiamo tra le mani, in una location che si trova quasi al centro di una città con milioni di visitatori ogni anno, e non in un luogo sperduto in mezzo alla campagna, è molto probabilmente il nuovo Roadburn. Giudicate voi dalla scaletta. Tre headliner (Corrosion of Conformity, Uncle Acid & the Deadbeats e Mars Red Sky) di livello assoluto, e altri gruppi importanti come Messa, The Devil and The Almighty Blues, Church of Misery, Blood Ceremony ecc.
Soulstone Gathering negli anni ha portato in città tutti i nomi che contano nel genere stoner/psych/doom che dir si voglia, e oggi c’è tutto il sapore di un trionfo, a cui seguiranno molti altri, ne sono certo.
Organizzazione IMPECCABILE, come i polacchi sanno fare, con bar, guardaroba, servizi, puntualità al secondo e organizzazione logistica da dieci e lode. Solo una nota storta, non dipendente dall’organizzazione: i Church of Misery che hanno forato una gomma e non sono arrivati in tempo per il loro posto in scaletta ma sono stati “scalati” all’ultimo posto della giornata, senza grossi intoppi.
Lo so che vi stanno sul cazzo i voti, le pagelle e le classifiche, ma trovo sia più pratico usare questo formato, visto che parliamo di tre giorni con circa otto gruppi al giorno:
GIORNO 1
KRZRTA: N/A. Purtroppo quando si esibiscono sto ancora bazzicando il centro della città, visto che un amico accorso dalla Sardegna per l’occasione voleva fare un giro tra le piazze medievali.
ACIDSITTER: 5. Si tratta di un gruppo polacco-giapponese. Ai banchetti vedo la loro maglietta gialla e sgargiante con scritto “Make Acid Great Again” e ciò mi dà immediate buone senzazioni. Quando mi avvicino al Vintage Stage (palco secondario dell’evento), il primo boccone è delizioso, grazie a un paio di pezzi di rock psichedelico di vecchia scuola. Poi però scivolano un pò nell’anonimato, guastando quella vena vintage che mi aspettavo da loro e proponendo pezzi un po’ più moderni e prevedibili.
KING BUFFALO: 4. Il tempo di spostarsi verso il palco principale ed ecco che attaccano i King Buffalo, da “upstate New York”, come si dice da quelle parti, più precisamente Rochester. Un vero e proprio mistero il perchè siano stati invitati a questa rassegna, visto che, più che un heavy/psych, come loro stessi si autodefiniscono, il gruppo suona più una robetta annacquata da Virgin Radio che potrebbero trovare ganza solo quelli la cui conoscenza di gruppi “duri” e coi “riffoni” si limita ai Queens of the Stone Age o roba del genere. Io e il mio amico cagliaritano ci facciamo due palle tipo orchite e optiamo per due Zywiec alla spina a testa, per tentare di dimenticare.
SUM OF R: 6. L’organizzazione funziona in modo che la gente si sposti da un palco all’altro non appena un’esibizione finisce, dando continuità all’evento e rientrando nella scaletta e gli orari prestabiliti alla perfezione, in vero stile polacco. Se poi c’è un gruppo che magari ti interessa meno, puoi anche perderti quei 10-20 minuti per rifocillarti con una porzione di patatine fritte o una zapiekanka. I Sum of R sono sul palco minore e tutto intorno ci sono pouf e sedie a sdraio dove ci si può sedere per godersi l’esibizione. Esibizione che spezza piacevolmente col concetto di riff e forma-canzone che domina l’evento, e che consiste in uno spettacolo un po’ improvvisato di synth e urla effettate. Niente di spettacolare ma simpatica. Non certo il peggio della gornata.
CORROSION OF CONFORMITY: 9. Quelli che in teoria dovrebbero essere gli headliner della serata si esibiscono prima del previsto, forse a causa di impegni del giorno dopo e di una turnè che giustamente va avanti e prevede lunghe ore in autostrada. Pepper Keenan e soci (praticamente la formazione originale dal 1989 in poi) fanno il loro show di potenza, sapienza e bellissime canzoni in cui tutti i dischi migliori dal 1991 in poi sono ben rappresentati, con suoni davvero cristallini e una cazzimma che solo i veterani come loro possono avere. Davvero un pezzo di storia del riff potente degli ultimi trent’anni, che migliora nettamente l’umore della serata, ben lontana dal concludersi.
WYATT E: 5. Se c’è un momento per andare a pisciare, prendere da mangiare e farsi i cazzi propri è proprio quello dei terrificanti Wyatt E, gruppo belga senza idee e quindi mascherato con palandrane simili a burqa (e che io chiamerò per tutta la durata del festival “dervisci rotanti” mentre il mio sodale opterà invece per “re magi”), dedito alla solita accozzaglia che forse qualcuno definirà drone ma che io definisco semplicemente l’ennesima furbata un po’ a cazzo di cane senza troppa logica che va tanto di moda oggi, senza idee chiare né contenuti interessanti. Resteranno per tutta la tre giorni il punto di riferimento verso il basso a cui rapportare le restanti esibizioni. Bocciati, e ci lasciano con il desiderio di sentire roba pesta e cadenzata con un minimo senso compiuto.
MESSA: 7,5. Ed è per il motivo di cui sopra che mi trovo ad abbassare il voto ai Messa, ahimè. Non prendiamoci in giro: il gruppo è di indiscussa validità internazionale ed è ormai cosa appurata. Io stesso li ho visti tre volte in città e ogni volta hanno spaccato, con uno show evocativo, a tratti “etereo” (perdonate l’aggettivo del cazzo da rivista anni novanta) e in cui non volava una mosca tra gli avventori, tutti rapiti dalle atmosfere dei padovani. Stavolta però optano per un set che comprende anche degli “ospiti”, ovvero un sassofonista e un mandolinista. Una scelta coraggiosa che li porta ad eseguire fedelmente molti pezzi dell’ultimo, bellissimo Close, disco con una ricerca musicale complessa. Sul palco però, almeno io personalmente vorrei più mattoni in testa, e, nonostante il suono di chitarra stupendo di Alberto e tutte le altre bellissime cose che i Messa hanno, mi permetto di suggerire che forse avrebbero dovuto variare pescando un po’ di più dalla discografia per rendere lo spettacolo un po’ più “movimentato”.
CHURCH OF MISERY: 8. La serata serebbe dovuta concludersi coi Messa, ma come ho detto in apertura i Church of Misery, che per qualche misterioso motivo dovevano esibirsi tra i primi, hanno forato una gomma mentre arrivavano in città, venendo così spostati in cima alla scaletta. Poco male, se non fosse che è già l’una di notte e, dopo sette ore di riffoni e birre, allo scoccare della mezz’ora sul cronometro dall’inizio del set dei giapponesi mi trasformo in uno zombi, perdendo e riprendendo conoscenza a sprazzi e ogni volta immaginando di essere nel mio letto, quasi facendo il gesto di afferrare gli astanti davanti a me come se fossero il cuscino. Noto però che nelle mie stesse condizioni c’è parecchia gente. Posso assicurarvi che la metà che ho seguito con continuità era uno show di chitarroni sabbathiani a calci in culo e una certa attitudine, con il cantate Kazuhiro che si muove come un folletto nel bosco dei suicidi di Aokigahara, afferrando cose che non esistono e in generale danzando come un fauno al crepuscolo. Quando lasciamo l’Hype Park per incamminarci verso casa, il mio amico mi assicura che lo show era una figata totale, e io gli credo.
GIORNO 2
Altro giro, altra corsa. Dopo un pomeriggio al quartiere ebraico di Kazimierz, dove il mio compare deve trovare souvenir e chincaglierie varie da riportare a Cagliari, ci rechiamo alla location con aspettative ancora più elevate rispetto alla sera prima, visto l’ordine annunciato e la mancanza totale di intoppi sulla tabella di marcia.
SPACESLUG: N/A. Putroppo siamo ancora a casa quando iniziano gli Spaceslug, che forse avevo visto sempre in qualche evento organizzato dallo stesso promoter, ma che ora non ricordo. Peccato. Ad ogni modo, il posto sta a venti minuti di cammino da casa, quindi questo sarà l’unico gruppo che ci perderemo.
GAUPA: 6.5. Quando arriviamo stanno per cominciare i Gaupa, gruppo svedese dedito ad un discreto doom psichedelico, con una cantante dalle notevoli doti. Qualche bello sprazzo c’è ma nulla per cui perdere la testa. Il pubblico reagisce comunque in maniera molto positiva e tutto sommato, grazie anche all’egregio lavoro dei fonici, ogni esibizione risulta nitida e non c’è mai da chiedersi come un gruppo suoni su disco.
STONERROR: 7. Questi ragazzi del posto li avevo già visti di spalla ai Belzebong anni fa, e proprio in virtù del moniker curioso ma non troppo brillante me li ricordavo pure. Un discreto pysch/stoner che fa decisamente piacere sentire, per scaldare la serata. Come già anticipato, oggi saranno pochissime le delusioni o gli episodi sottotono rispetto al giorno precedente.
THE DEVIL AND THE ALMIGHTY BLUES: 9. Ed ecco il primo vero “botto” della serata. Questa banda norvegese attacca dopo una serie di tristissimi canti di schiavi africani, diffusi nell’aere tanto per creare la giusta atmosfera, e la sorpresa vera però non è tanto nella (bella) musica e nelle (belle) canzoni, dal sapore un po’ southern, un po’ blues, un po’ psichedelico, ma nella voce strabiliante di Arnt O. Andersen, un vero e proprio misto tra Jim Morrison e Joe Cocker, il quale veramente rapisce l’audience e la prende ostaggio per un’oretta. Boato finale più che giustificato.
STURLE DAGSLAND: 3. L’altro nordico della sera mi costringe a rendere giustizia ai Wyatt E e riaggiustare il tiro per ciò che concerne il punto di riferimento verso il basso dell’intero evento. Una specie di sciamano in acido che si agita sul palco suonando una trombetta o qualcosa di simile e facendo la danza della pioggia. Mavaffanculo. È davvero troppo. Vado a prendere una zapiekanka e una birra, ché ho fame.
BLOOD CEREMONY: 8. I canadesi sono uno dei nomi di punta del genere di riferimento di questo festival, ma a me su disco non fanno impazzire. Sento i loro pezzi e mi sembrano tutti ben arrangiati, ben suonati, ben pensati, eppure c’è qualche cosa che manca: la muffa. Mi spiego meglio: non ci sento la sporcizia e il sudiciume, nemmeno quando mi vogliono far credere che stanno sacrificando una vergine sull’altare e che l’hanno prima ricoperta di sangue, escrementi caprini e chissà quale altra schifezza. Ed è proprio per questo motivo che li aspetto al varco dal vivo. E non deludono manco per il cazzo. I suoni sono nitidi ma non “beneducati” come le loro produzioni. Alia canta e suona il suo flauto come una specie di Ian Anderson (paragone facile facile) sinistro e minaccioso. Davvero una esibizione coi fiocchi e coi maroni.
MOONSTONE: 8. Sul palco minore c’è un altro gruppo locale ed è un altro voto alto. Finalmente, poi, ecco un gruppo in “stile Monolord”, ove per questo stile si intendono riff ipnotici, accordature abissali e fuzz e wah a tutto spiano, come se non ci fosse un domani. Mancava un pò a questa rassegna, devo dire, e fortunatamente non sarà l’unico episodio, come vedremo nel terzo giorno.
UNCLE ACID AND THE DEADBEATS: 10. Di Kevin Starrs possiamo dire un sacco di cose. Se volete possiamo dire che è un genio, solo per avere combinato il meglio della musica rock del XX secolo, ovvero i Beatles e i Black Sabbath, aggiungendo agli uni l’acidità satanica e le storie dell’orrore e agli altri certe progressioni ritmiche tipiche del beat e una voce in stile John Lennon senza però un’oncia di pace e amore, forse con la stessa ironia di Lennon, ma completamente volta al male e alla depravazione totale. I suoni sono da urlo, la scaletta pure e che dire, se non che stiamo parlando di uno dei gruppi più interessanti degli ultimi vent’anni, con un immaginario unico ed uno stile riconoscibile anche da un sordo. È la seconda volta che li vedo ed è ancora una volta estasi mistica. Pure meglio dell’altra volta a Varsavia nel 2018.
GIORNO 3
Al terzo giorno perdo il compagno di avventure, che ha il volo di ritorno per Cagliari nel primo pomeriggio. Un po’ provato dai due giorni precedenti mi reco però ugualmente alla terza giornata, che si svolge come segue:
KRYSZTAŁ: N/A. La maledizione del primo gruppo. A quell’ora mi sono appena svegliato dalla siesta pomeridiana e mi sto preparando a recarmi all’Hype Park. Prometto di recuperarli.
ANGRRSTH: 6,5. La terza giornata è quella con più variazioni sul tema principale, e infatti gli Angrrsth fanno un black metal abbastanza canonico, essendo questo il genere più inflazionato del metal estremo al giorno d’oggi. Piacevoli soprattutto se si è seduti con una birra in mano, come sono io al momento in cui salgono sul palco, perchè, tra camminate in città e sette ore in piedi al giorno durante gli altri due giorni, di stare in piedi non ne posso davvero più.
KETHA: 6,5. Questi polacchi venivano presentati dall’organizzazione come una sorta di banda groove/death ma che scopro poi essere più che altro dediti al cosiddetto djent, come lo chiamano i più moderni e aggiornati tra di voi, ovvero tutte quelle cose in stile Meshuggah che piacciono tanto ad alcuni, tipo riffazzi bassissimi eseguiti con chitarre a sette corde, tempi strampalati ecc ecc. Simpatici.
SAUTRUS: 7. Ad essere sincero a questo punto vorrei che saltassero sul palco gli headliner della giornata, così da essere sicuro di finire a un orario decente per andare a cucinarmi una cosa a casa e magari guardarmi un film con Martufello. Però ‘sti Sautrus non sono niente male e a dirla tutta alzano l’asticella della giornata, portandoci in dote uno stoner/psych di tutto rispetto.
MARS RED SKY: 8. I francesi sono l’ultimo gruppo della rassegna, e in effetti la sala si sta già svuotando quando arrivano sul palco. Io non mi arrendo però, e seduto sulla sdraio che ho fregato da dietro il bar mi godo i loro bei suoni ad accordatura ribassata e fuzz a tutto spiano, un po’ come i precedentementi citati Moonstone. Una bella scaletta di un’ora con i transalpini che interagiscono col pubblico rimasto, invero molto felice di essere là. Degna chiusura di un evento piuttosto grande in termini di organizzazione e dispendio di energie.
Questi tre giorni hanno definitivamente sancito il salto di qualità di un festival che tenevo d’occhio già da parecchio, confermando le mie previsioni. Ora attendo l’annuncio per le partecipazioni dell’anno prossimo e invito voi lettori a farci un pensierino. La voce si sta già spargendo e l’evento a questo punto non può che migliorare, anche se già quanto visto quest’anno è di livello altissimo. (Piero Tola)







