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BELZEBONG – Light the Dankness

5 dicembre 2018

Sempre pesantissimi. Sempre strumentali. Sempre a tutto volume. Sempre loro, i Belzebong, ovvero i vincitori di tutte le competizioni di sballo possibili e immaginabili.

Ricordo una delle tante volte in cui andai a vedere dal vivo la band di Kielce e decisi di comprare i dischi direttamente da loro. Uno dei due chitarristi ci mise più o meno dieci minuti a capire che non volevo una maglietta, tale era il livello di ebbrezza botanica. Gran concerto e gran bella band che infatti, giustamente, si consolida nel panorama stoner/doom come una delle principali realtà degli ultimi anni, e con pienissimo merito. Non un passo falso finora, e questo Light the Dankness (i titoli sono sempre bellissimi) non fa eccezione affatto. Forse pure un pelino meglio dell’ultimo Greenferno, ormai risalente al 2015. Quattro pezzi per trentacinque minuti e le usuali lunghe e pesantissime strutture abbondanti di riffoni, cambi e quelle atmosfere da horror di serie Z che tanto ci piacciono e che non stancano proprio mai. 

I Belzebong erano sul palco, in un’altra occasione in cui li vidi, quando scoppiò una delle risse più violente che ricordo di aver mai visto ad un concerto. In un locale veramente minuscolo con una capienza di massimo cento o centocinquanta persone, una testa di cazzo si mise a spingere e colpire a tradimento a destra e sinistra la gente che voleva solo scapocciare seguendo le imponenti onde sonore (i loro volumi sono sempre altissimi), fin quando un tale si ruppe le palle ed iniziò a menare cazzotti. La scena che vidi fu paragonabile ad una palla di neve che acquista massa scendendo a valanga dal fianco di una montagna, un po’ come in un cartone animato. E nulla, schizzi di sangue dappertutto, compreso sul merchandising dei poveri Taraban, band heavy-psych di Cracovia che tra l’altro consiglio vivamente e che potete trovare su Bandcamp. Il tutto con i Nostri che, sul palco, non si erano manco resi conto della portata della cosa e continuavano a scapocciare tra un riffone e l’altro. Altra seratona, insomma.

Ma tornando a noi e a Light the Dankness: se siete fan del genere non potete ignorarlo, e vi piacerà esattamente come Sonic Scapes… e tutto il resto della discografia dei nostri simpatici amici sballoni. C’è tutto quello che vi potreste aspettare da una formula vincente come la loro: wah, fuzz, delay, tonnellate di fumo e resina di canapa. Uno stile che hanno consolidato con gli anni e che li ha resi anche una delle band più intense in circolazione dal vivo. Mi fecero già questa impressione la prima volta che li vidi anni fa di spalla a Saint Vitus ed Orange Goblin quando erano usciti da poco con il loro EP Dungeon Vultures (un terrificante e pesantissimo pezzo di quasi un quarto d’ora).

Mi pare però che questa uscita non sia stata ancora pubblicata su supporto fisico ma che sia disponibile solo in digitale. Spero provvedano in futuro a stamparlo magari su vinile, come tutti gli altri loro precedenti lavori, valorizzando la copertina come al solito bellissima, almeno quanto le loro incredibili locandine. Gli Sleep direbbero Drop out of life with bong in hand – Follow the smoke toward the riff filled land… Consiglio decisamente pertinente ed azzeccato. (Piero Tola)

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  1. Cosmo Kidd permalink
    5 dicembre 2018 16:17

    Piacciono pure a me, anche questo album non delude. Epico il nome del gruppo inoltre.

    Però in ambito stoner/sludge/doom il miglior album dell’anno è secondo me quello dei Boss Keloid. Mi piacerebbe vedere scritte due righe anche su di loro, se avete un po’ di tempo.


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