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L’album del lutto: MONOLORD – No Comfort

9 ottobre 2019

Li ho visti giusto qualche mese fa dal vivo, i Monolord. Ero con un amico cagliaritano che suona la chitarra esattamente come Kerry King. Una specie di invasato del riff e della tripletta eseguita a velocità inumana. Uno che si sveglia al mattino e prima di colazione, per riscaldarsi, esegue tutta Thrash Attack dei Destruction alla perfezione mentre sbadiglia. Una macchina. Gli dico “aio’ che prendo i biglietti per i Kiss così andiamo a vederli quando mi vieni a trovare qua” (c’era anche il concerto del tour di the End of the Road giusto due giorni dopo i Monolord). Poi mi accorgo che il suo aereo arriva giusto il giorno in cui gli svedesi sono in città, e suonano nella stessa ex fabbrica di tabacchi dismessa dei tempi del Soviet dove ho visto altri eventi.

I volumi furono improponibili, il suono un muro di cemento armato impossibile da scalare. Noi si stava proprio attaccati alla transenna, affianco ad una delle colonne da cui quel muro sonoro usciva, inesorabile e continuo. Tremendo. Cervello in pappa per il resto del fine settimana. Però ogni tanto ci guardavamo, io e il mio amico, e avevamo esattamente questa espressione:

Mi pare abbiano pure suonato un’anteprima da questo No Comfort, che esce per Relapse dopo che i nostri hanno pubblicato tre solidissimi dischi con la Riding Easy, l’ultimo dei quali, Rust, risale a due anni fa. Sembra ieri.

Eppure i Monolord rilanciano quest’anno con un album che, se gli altri possono essere tranquillamente definiti come “gli album della droga”, può essere definito come “l’album del lutto”. Suoni leggermente più composti e meno vibranti. Non arrivo a dire meno pesanti, ma comunque un tantino meno roboanti. Seppure sempre lenti e opprimenti, danno l’impressione di essere più lineari e meno volutamente “ruvidi”, forse un pelo meno effettati (qualche pedale in meno là davanti?). La qualità rimane sempre alta, però. La conclusiva e funerea No Comfort è un dieci minuti che stende e si piazza là assieme alle cose migliori di Empress Rising o Vaenir. Insomma, più ordine e focus, se vogliamo dirla tutta.

Lo struggente incipit di Larvae suona come qualcosa che non si compone senza lucidità e cognizione di causa. L’incedere funebre e ipnotico ci dice qualcosa di diverso dal solito. È un disco molto personale e si sente. Cresce con gli ascolti ed è molto ispirato. Insomma, sembra tanto l’inizio di un viaggio verso sonorità più mature, dettate da un talento ed una consapevolezza che si può dire ormai pienamente raggiunta, ma senza dovere necessariamente rinnegare il loro suonare a volumi spaventosi al fine di far sobbalzare tutti gli organi all’interno della cassa toracica.

Qualcosa di più, molto di più del solito gruppo nato sulla scia degli Electric Wizard. Un gruppo giovane, nato da musicisti non certo più giovanissimi e quindi già maturi. E si sente. (Piero Tola)

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