CHURCH OF MISERY @Kingsland, New York 15.02.2020

Per quanto riguarda la musica dal vivo (come per moltissime altre cose) la Grande Mela è il paese dei balocchi. Ogni settimana la quantità di concerti è quasi nauseante, la sensazione è che ci sia sempre qualcosa in contemporanea e che ogni scelta implichi il doversi perdere qualcos’altro. È un qualcosa alla quale ero abituato solo nel contesto festivaliero, con la differenza chi lì è una questione di pochi giorni mentre qui sono mesi che questa storia va avanti. Le rinunce sono molteplici quanto essenziali ed hanno a che fare con l’idea che esiste anche una vita lavorativa, oltre ovviamente alle limitazioni dettate dal portafoglio (per i concerti nei palazzetti grandi i costi sono davvero alti). Ma non è solo una questione di qualità, è anche una faccenda di qualità: impianti, organizzazione e le onnipresenti tettone americane rendono ogni data un vero evento. E poi ovviamente ci sono dei locali che nella Madrepatria ci sogniamo la notte: sono stato a vedere King Diamond in un posto che in Italia sarebbe considerato degno solo di Giuseppe Verdi o giù di lì, figurarsi il concerto di un tizio pittato in faccia che ha il suo zenit artistico nell’accoltellamento di un infante. Un grosso mea culpa quindi con annesse frustate va a me stesso e al mio culo pesante che manco si è degnato di raccontarvi della reunion dei Misfits con Danzig o dell’ultimo tour degli Slayer passato dal Madison Square Garden. Ma non si vive solo di grandi appuntamenti, anzi. Perché a qualsiasi latitudine la realtà e l’essenza del metallo resta comunque fatta di locali con il soffitto basso, puzza di ascelle e quella bella sensazione che più o meno ci sta solo chi ci deve essere. Più o meno, perché la gente che dice cazzate ai concerti è una costante della vita a prescindere da dove uno abiti: così ci sta quello che si atteggia a Lester Bangs perché il giorno prima ha scoperto i Pentagram o un altro che racconta senza vergogna di avere in programma come prossimo concerto quello dei Periphery. Sì, così ha detto: i Periphery. Il che già basta a qualificarti come coglione, ma se lo dici al concerto dei Church of Misery equivale a dire che tifi per la Roma (bello) ma anche per la Lazio (brutto). Tipo bipolare.

La serata è gelida, con la temperatura sotto lo zero per un inverno che comunque pare sia stato per ora piuttosto clemente. Il programmone prevede ben cinque gruppi che, a parte i due più noti, sembrano nomi messi insieme con uno stoner/doom band name generator. Pensate a parole come valley, black, wizard, sun, void eccetera. Mandate in random e avrete i nomi dei gruppi in questione Che poi suonano tutti splendidamente identici uno all’altro, tanto che pensavo di stare sentendo un gruppo e invece era un altro e cose così. La dimensione però è quella giusta: quasi un minifestival con tanti banchetti e pure la pizzeria forno a legna (non scherzo) che sforna pepperoni pizza a getto continuo. Di più, la dimensione è perfetta: quella che ti permette di fare due chiacchiere coi gruppi, farti firmare il disco, scattare la foto ricordo e meditare su quanto tu sia stato fortunato ad incontrare il metallo nella tua vita. Con i Truckfighters la proposta si alza pure di livello e sebbene non li abbia mai cacati troppo (mi pare che a Ciccio piacessero abbastanza) fanno proprio un concertone, forse vanno un po’ lunghi ma spaccano talmente tanto che mentre li vedevo pensavo che sarebbe stato difficile fare di meglio. Hanno qualche ruffianata di quelle che funzionano sempre, tipo il chitarrista che va a suonare un pezzo fra il pubblico, e nonostante sia coperto di sudore e sia di una bruttezza rara, le famose tettone americane lo ricoprono di attenzioni e carezze che lui ricambia con sguardi lascivi e occhiolini vari. Questo potere sessuale della chitarra elettrica sulle donne rimane un qualcosa di inspiegabile. E poi i Truckfighters hanno una cosa che quasi nessun gruppo al loro livello può vantare: hanno una vera e propria hit. Desert Cruiser viene cantata all’unisono da tutti presenti manco fosse Smoke on the Water, e mi viene il dubbio che sia stata utilizzata in qualche film o in una pubblicità perché davvero non si spiega, anzi se ne sapete qualcosa vi prego di illuminarmi.

Un saluto da Tatsu Mikane, il bassista con il basso più in basso del mondo.

Alla fine viene pure il turno dei Church Of Misery per i quali confesso non avessi aspettative altissime dato che nelle ultime occasioni che li avevo visti mi sembravano in fase leggermente calante in termini di crudeltà. Ma è solo una piccola preoccupazione che svanisce presto davanti ad una ben più grande, ossia che il concerto potrebbe non iniziare mai. La tipica educazione e riservatezza nipponica sembra rendere impossibile al chitarrista di chiedere permesso o farsi strada con la forza fra gli americani obesi e chiassosi, rendendogli così impossibile prendere posto sul palco (il Kingsland non ha backstage). Osservo la scena per vari minuti e mi sto per candidare a maggiordomo del male quando lo vedo sparire in un pertugio per riemergere sotto ai riflettori. La cortesia e il riserbo scompaiono una volta preso posto sul palco, e ritrovo i Church Of Misery dei miei sogni: feroci, spietati e rumorosi. Tatsu Mikane con il Rickenbacker ben sotto le ginocchia e quel bilanciamento unico di approccio settantiano, carta vetrata in gola, rumoracci dal sintetizzatore e gusto della citazione sabbathiana. Io ci esco scemo e la sensazione pare sia condivisa anche dalle prime file, a questo punto inavvicinabili per fetore e movimento. Suonano almeno un pezzo da ogni album (è un tour anniversario di qualcosa) con un occhio in più a Houses of the Unholy che in effetti resta forse l’album uscito complessivamente meglio. Set compattissimo, anche troppo, tanto che al momento di andar via il pubblico rumoreggia non poco. La musica che era già stata fatta partire viene spenta così come le luci, si riparte con Shotgun Boogie per poi chiudere con una cover di War Is Our Destiny dei Saint Vitus come nel migliore dei mondi possibili. Domani si replica e il giorno dopo c’è qualcos’altro. Boh, non lo so, venitemi a trovare. (Stefano Greco)

Setlist:

Killifornia (Ed Kemper)
I, Motherfucker (Ted Bundy)
Lambs to the Slaughter (Ian Brady/Myra Hindley)
Brother Bishop (Gary Heidnik)
Born to Raise Hell (Richard Speck)
River Demon (Arthur Shawcross)
El Padrino (Adolfo de Jesús Constanzo)
Shotgun Boogie (James Oliver Huberty)
War Is Our Destiny (Saint Vitus cover)

3 commenti

  • ricordo di averli visti una sera a Bologna mi pareva fosse un martedì o un venerdì.. al Freakout. Per raggiungerli 150km in macchina, freddo boia, nebbia e buio.. poi i Church of Misery e.. una bordata sonora incredibile!

    Cattiveria potenza e doom come pochi sanno fare

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  • Io li ho visti a Caselle d’Altivole (TV) con i Minsk di supporto in un locale limitrofo a un bocciodromo, penso che sia stato uno dei concerti più surreali e belli cui si potesse assietere…

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  • Sergente Kabukiman

    Concertazzo! E comunque desert cruiser un cazzo, house of the unholy è una vera bestia di album, se la tenessero cara cara quella canzoncina stonerina leggerina.

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