Tutti quanti voglion fare jazz: IMPERIAL TRIUMPHANT – Alphaville

Prima il contratto con Century Media, poi l’apertura del fortunato concerto in streaming dei Behemoth. La consacrazione degli Imperial Triumphant con quello che non è certo il loro disco migliore sancisce una sorta di riconoscimento mainstream di quello che è stato uno dei filoni più interessanti e, con tutti i limiti e i distinguo del caso, innovativi che hanno attraversato la scena estrema nel corso dell’ultimo decennio. Parliamo del cosiddetto “death metal dissonante”, un’esasperazione di alcune intuizioni dei Gorguts (chissà come si sente Luc Lemay: ora è, giustamente, un padrino della scena ma quando uscì Obscura, oggi un culto assoluto, se lo filarono in quattro gatti) portata avanti da una manciata di gruppi irregolari e urticanti che hanno trovato quasi tutti asilo presso la Profound Lore, da un pezzo l’etichetta da tenere d’occhio per seguire le derive più originali e ardite del genere.

In realtà con i vari Abyssal (da recuperare il recente A Beacon in the Husk, che non ho colpevolmente recensito nel 2019) e Mitochondrion gli Imperial Triumphant non c’entrano granché. Le loro radici stanno in quello che noi vecchi scorreggioni chiamiamo avantgarde black metal, tant’è che nei primi lavori dei newyorchesi l’influenza dei Deathspell Omega era pesantissima.Vile Luxury, pubblicato nel 2018, segnò una svolta verso suoni ancora più ostici e pretenziosi. Per molti fu un capolavoro, per me è un mezzo pasticcio, del quale Alphaville riprende le orme in un’ottica più accessibile, ammesso che questa parola possa avere senso di fronte a questo coacervo – a volte affascinante, per lo più respingente – di ripartenze, tempi dispari, tromboni e supercazzole.

Alphaville è un disco duro da digerire quanto paraculo. La Century Media li avrà messi sotto contratto nella speranza di aver beccato i nuovi Portal ma i Portal sono davvero un’altra cosa. Gli australiani sono pazzi sul serio, e fanno male. Perché dipingere con le note scenari apocalittici con accordi poco ortodossi e strutture ritmiche escheriane funziona se ci metti anche la violenza. Qua i pochi sbrocchi sembrano piazzati là giusto per dovere e la sensazione è quella di assistere al lunghissimo trailer di un film che non inizia mai.

La perizia tecnica è indubbia ma certe contaminazioni jazz le facevano meglio gli Ephel Duath 15 anni fa. I momenti più riusciti, come Transmission to Mercury, sono quelli dove viene fuori la vena post-hardcore ma non venitemi a dire che è roba originale e rivoluzionaria.

Suona tutto troppo fighetto e costruito a tavolino per ottenere l’effetto disturbante che si desidererebbe, a partire dall’estetica a base di mascheroni lignei (se non ti copri il volto non sei nessuno) e testi distopici. Non dubito che Alphaville possa piacere a qualcuno ma mi domando quante delle recensioni esaltate che ho visto in giro siano state dettate dal timore di passare per ignoranti. E lo dice uno a cui Abyssal Gods era pure piaciuto. (Ciccio Russo)

6 commenti

  • Quest’anno sono cinquant’anni dall’uscita de Gli Aristogatti, che, fra l’altro, ha informato generazioni di persone dell’esistenza di un luogo chiamato Timbuktu.

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  • Mi sa che il death metal dissonante è come le convergenze parallele del vecchio politichese ( quando si era molto solenni nel non dire un cazzo ma non mi riferisco al death). PS i Portal li ho scoperti grazie a voi e mi hanno fulminato.

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  • sento aria di Igorrrrrrrr, per sicurezza salto…….

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  • Questi arditi esperimenti ricordano i Naked City di John Zorn, oppure i Painkiller, dove militò anche Mick Harris.

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    • I naked city sono incredibili come I painkiller avevo quei CD fighissimi della tzazyk o come cazzo si chiama l etichetta di quel sionista merda di zorn ancora meglio I lull di Harris anche se non centrano una Sega deh boia deh scusate non ho ancora preso il Caffè e’sabato mattina chiedo perdono per l ortografia

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  • Non freghera un cazzo a nessuno ma ho ancora un numero cartaceo di metal shock dei queensryche del novantaquattro credo

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