SHORES OF NULL – Beyond the Shores (On Death and Dying)

Charles: I lettori affezionati conosceranno ormai vita, morte e miracoli degli Shores of Null; tutti gli altri spero sappiano quantomeno di chi stiamo parlando e, se non lo sanno, si facessero una domanda e si dessero una risposta. Quindi salto tutto il cappello introduttivo biografico, i riferimenti musicali, chi ha partecipato al disco (tutta gente a posto, fidatevi) ed altre informazioni che si potranno facilmente reperire ovunque, e vado rapidamente a rispondere all’unica domanda che conta: ma ‘sto disco è bello o non è bello?

‘Sto disco, ficcatevelo bene in testa, è un fottuto capolavoro.

Fine.

Ma fammele dire altre due cosette, va’, sennò quegli aguzzini negrieri di Metal Skunk non mi pagano il premio di fine anno. La prima osservazione di contesto che mi viene da fare è che quest’anno la concorrenza nell’universo musicale di riferimento dei nostri eroi romani del metallo del destino era veramente tosta. Faccio due o tre nomi, giusto pe’ capisse: è uscito l’album di esordio delle signore Konvent, che è un’altra bomba di cui parlammo illo tempore; poi i My Dying Bride, insuperabili maestri inglesi del doom, che con The Ghost of Orion sono stati capaci di sfiorare vette che solo negli anni migliori della propria carriera erano stati in grado di toccare; infine i Paradise Lost, il cui Obsidian a me è piaciuto assai. Poi di roba buona ne è uscita ancora, ma ho nominato questi tre perché finiranno tutti nella mia playlist di fine anno, che era bella che chiusa, dovete sapere, ed arrivano ‘sti signori tomi tomi e mi ribaltano il tavolo. Quindi ora per colpa degli Shores of Null mi ritrovo nella merda perché non solo devo scalzare dalla sua posizione quello che avevo deciso sarebbe stato il top album del 2020 (ah, sì, non lo avevo ancora detto: Beyond the Shores per me è disco dell’anno, pochi cazzi), ma dovrò pure tirarne via uno dalla top ten. E questi sono problemi, che ne volete capire. La gente non sa che si perde a non essere metallari.

Detto questo, qualcuno potrà anche arguire che i tizi di Metal Skunk sono troppo ben predisposti nei confronti di questa banda, dunque voglio fugare subito ogni dubbio perché, sebbene fosse già palese al primo ascolto di essere di fronte a un album praticamente ineccepibile, l’ho ascoltato per un lungo periodo mediamente dalle 4 alle 5 volte al giorno per essere sicuro delle mie sensazioni e niente, ‘sto dischetto non solo cresce con gli ascolti ma ti fa venire voglia di essere riascoltato ancora e ancora. Cazzeggio a parte, adesso dovrebbe partire la sfilza di riflessioni serie sul livello di consapevolezza che c’è dietro un lavoro del genere, o sulla lucidità e la chiarezza di intenti, sulle competenze e così via, ma evito a fronte delle uniche constatazioni oggettive che restano da fare, cioè che i primi due dischi degli Shores of Null erano già notevolissimi e fare di meglio molto difficile, che con questo terzo album si è andati parecchio oltre il “meglio”, che l’evoluzione della band, della produzione e di tutto quello che vi ruota intorno è costante, che l’ispirazione non è mai mancata per un secondo, e che tutti questi sono doni molto, molto rari. Fate m’po’ voi.

Edoardo Giardina: non credo ci sia minimamente da meravigliarsi dell’immensa maturità di quest’ultimo album degli Shores of Null: i romani sono un gruppo che è nato già maturo e che al primo album l’ha messo subito in mostra. Probabilmente sarà stato per le esperienze pregresse che ognuno dei membri aveva già maturato prima di gettarsi in questo progetto, ma fatto sta che la band è l’equivalente di un bambino che viene partorito già diciottenne (povera madre, per inciso).

Ad ogni modo, l’evoluzione stilistica è stata palpabile lungo tutta la loro carriera, e dall’ottimo esordio Quiescence si è proceduto per asportazione, eliminando passo dopo passo gli elementi più legati alla vena melodic death metal e lasciando infine in rilievo, in questo Beyond the Shores (On Death and Dying), quasi solo la parte doom metal. Tanto che nei primi minuti dell’unica traccia che lo compone sembra di sentire i My Dying Bride; mentre verso il quindicesimo minuto appare un passaggio ispirato maggiormente ai primi Paradise Lost che fa quasi scapocciare e che, per i miei gusti, è durato troppo poco – ma che fortunatamente viene ripreso più in là nella composizione. Il doom qua è talmente esasperato che a tratti mi sono tornati in mente anche i migliori lavori di Funeral e Ahab.

Questi sono tutti nomi che, se cito, è perché voglio fare un complimento. Ma allo stesso tempo è indubbio che l’ultimo lavoro degli Shores of Null sia anche quello meno originale dei loro tre da un punto di vista stilistico. Ciò ovviamente non è un male di per sé, altrimenti non ne avrei parlato in termini così entusiasti fino ad ora. È una semplice constatazione che, anzi, mi mette un po’ in difficoltà perché è anche il loro album che preferisco – per quanto riguarda i precedenti, pur essendo di pregevolissima fattura, Black Drapes for Tomorrow ammetto di non essere mai riuscito ad apprezzarlo e digerirlo veramente, mentre di Quiescence non riuscivo proprio a smettere di ascoltare solo un paio di canzoni tra le più epiche, Ruins Alive e Quiescent. La parte di questo album-traccia in cui esce veramente il carattere del gruppo è la seconda metà: è molto più riconoscibile della prima e se me l’avessero fatta ascoltare senza dirmi il loro nome avrei immediatamente pensato che venisse dalle loro menti. È anche la parte più dinamica, dove Straccione dà il meglio di sé dietro al microfono.

Dopo tutte queste doverose considerazioni, se nell’immancabile lista di fine anno Beyond the Shores (On Death and Dying) non sarà al primo posto, per me sarà solo perché quest’anno è uscito un album altrettanto bello di un gruppo a cui però sono molto più legato da un punto di vista affettivo e personale. Per il resto è sicuramente il miglior album doom che abbia ascoltato quest’anno. È ovviamente meglio dell’ultimo dei Pallbearer e di tanta altra roba underground che mi sono ritrovato ad ascoltare. Ma anche di Obsidian dei Paradise Lost, che mi ha lasciato abbastanza indifferente, e di The Ghost of Orion dei My Dying Bride, il quale mi è piaciuto ma non è riuscito ad acchiapparmi veramente e a coinvolgermi emotivamente.  E, comunque, scusate se superare i maestri è poco.

IL FILM

Charles: A dire il vero, le recensioni erano pronte già da qualche tempo e le idee chiare da ancor prima, ma abbiamo voluto lo stesso attendere l’uscita del videoclip, che è stato presentato ieri sera in anteprima, perché qualcosa ci diceva che avremmo fatto bene. E in effetti così è stato. L’iniziativa è ardita e il risultato, aggiungo subito, il migliore possibile per un album di questo livello: se il disco consiste in un’unica traccia di 38 minuti, si saranno detti alla Sanda Movies durante una sessione alcolica molto ardita, perché non fare un video della durata di 38 minuti? Più che un videoclip, dunque, un lungometraggio, anzi un doommetraggio. Gli scenari migliori possibili sono quelli suggestivi dell’Abruzzo: il Blockhaus, Campo Imperatore ma soprattutto la Petra d’Abruzzo. L’ingresso solenne del corteo funebre nelle Gole di Fara San Martino, all’inizio del video, è uno dei momenti più intensi. Il video si fa guardare dall’inizio alla fine senza pause (il che, considerando la durata così impegnativa, è dire tanto) e riesce nell’impresa di fondere immagini, testi e musica in un’unica complessa ed emozionante entità. Potrei sbagliarmi, ma a memoria non mi vengono a mente altre operazioni di questo tipo, cioè non mi pare che in passato qualcuno abbia creato appositamente un videoclip della stessa durata del disco, che ne narrasse ogni singolo momento della storia, che valorizzasse ogni riff, ogni cambio di tempo e che cercasse di rappresentarne visivamente le emozioni. Martina McLean, la mente dietro la Sanda Movies, sta forse aprendo una nuova strada?

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