Avere vent’anni: IOMMI – st

Generalmente per quanto riguarda le origini di un genere musicale le teorie tendono a sovrapporsi, e difficilmente se ne riesce a trovare una versione univoca. La questione invece non si pone (o quasi) per quanto riguarda la nascita del metallo pesante: la musica più nobile di ogni altra ha in tutto e per tutto origine nei riff di Tony Iommi. Il suo primo album solista (sì in realtà Seventh Star… quanto siete bravi) può essere visto come un certificato di paternità sulla musica pesante e come l’ulteriore conferma dell’impronta che il baffone mancino ha lasciato in qualsiasi sfumatura di quello che è un certo modo di intendere il r’n’r.
Ideato come sforzo collaborativo, il disco vede partecipare esponenti di vari decenni (alcuni già visti nei due volumi N.I.B) e, se da una parte inevitabilmente suona come una sorta di variegato tributo ai Black Sabbath, dall’altra riesce a mettere insieme gente proveniente da generi diversi che vanno dal metallo più o meno moderno (Anselmo, Tankian) all’hardcore (Rollins) fino all’indie rock (Corgan, Grohl). La leggenda vuole che pure Eminem chiese di partecipare ma Iommi non avendo minimamente idea di chi fosse declinò l’offerta. L’abilità di potere e sapere scrivere un pezzo con Peter Steele come con Skin(!) suonando esattamente come se stesso e al contempo adattandosi alle circostanze può stupire solo l’ascoltatore meno avvezzo. La capacità di Iommi di spaziare su registri differenti è presente fin da sempre, pensate al semplice passaggio Embryo / Children Of The Grave ma anche alla sequenza Orchid / Lord Of This World / Solitude (per rimanere sul solo Master Of Reality). O la maniera in cui riuscì con naturalezza a mutare il proprio sound a cavallo degli anni ‘80 avvicinandolo a una dimensione più vicina alla NWOBHM.
Il track by track dell’album del 2000 ve lo risparmio solo perché sarebbe troppo lungo farlo. Se non lo ricordate o non lo avete mai sentito vi basti sapere che ognuno dei dieci pezzi è a suo modo memorabile e diverrebbe un classico istantaneo in qualsiasi album dei cantanti presenti. Al limite della negromanzia poi la capacità di far resuscitare personaggi tipo Billy Idol o Ian Astbury (due dei brani migliori dell’album), gente che non penso fosse neanche in grado di immaginare la semplice possibilità di tirare fuori cose di un tale livello. L’album vive quindi di sorprese inaspettate ma ci si trovano dentro anche sospirate conferme: Who’s Fooling Who con Ozzy e Ward (Butler dove stava? Al mare?) dimostra che la possibilità per i Sabbath di fare un disco serio non erano esaurite, anche se per la conferma definitiva però sarebbe toccato aspettare ancora parecchio. Alcuni episodi poi sono talmente belli che c’era da sperare che potessero fare da molla a collaborazioni future, il riferimento in particolare è per Time is Mine con Phil Anselmo (e Matt Cameron), pezzo a dir poco clamoroso (e mio mantra personale) che fa intuire una intesa il cui potenziale sarebbe stato doveroso esplorare visti i risultati.
Insomma, ennesimo discone da parte del tizio che in vita sua non hai mai sbagliato un riff e (se ce ne fosse ancora bisogno) ulteriore conferma del dogma dell’infallibilità iommiana. Sarà scontato dirlo, ma uno così non nascerà mai più. (Stefano Greco)

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