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Avere vent’anni: EMINEM – The Slim Shady LP

25 febbraio 2019

 

Nel giro di una ventina di anni l’hip hop è diventato il genere dominante nell’ambito della musica popolare. In tempo brevissimo è passato dall’essere espressione dell’underground ad ottenere una enorme popolarità, e altrettanto velocemente ha espresso la sua età dell’oro e raggiunto la piena maturità artistica per poi finire ad entrare in maniera pervasiva in pressoché qualunque altra forma di intrattenimento legata alla musica. Un processo di contaminazione che si è spinto fino al punto che per un certo periodo pure gente tipo Madonna si è messa a rappare (il risultato, orrendo, per chi volesse farsi del male lo trovate qui); insomma oggi una parte gigantesca di quello che ci propinano quotidianamente (pop alla Justin Timberlake, i jingle pubblicitari ma anche “la nuova musica italiana”) in termini di suoni, balletti, abbigliamento, eccetera, fa in una certa misura riferimento a quell’area lì.

Nonostante l’hip hop sia stato quindi inglobato in millemila linguaggi e si ritrovi ora ovunque, la musica rap vera e propria è riuscita in buona parte a conservare una connotazione culturale fortissima e rimanere appannaggio di un preciso gruppo etnico, tanto che negli USA il non essere african-american rappresenta un limite gigantesco alla credibilità di chi si mette a fare questo genere (pochissime le eccezioni, la più grossa i Beastie Boys che meriterebbero un lungo discorso a parte). A conferma di questo basterà ricordare che per lungo tempo la penetrazione dell’hip-hop al di fuori dal pubblico di riferimento fosse avvenuta tramite gli innumerevoli gruppi crossover e nu metal che proprio negli anni ’90 trovavano il massimo della popolarità. Alla fine però anche quella restava pur sempre una incursione circoscritta nel campo del rock, che continuava ad essere il punto di riferimento principale. Se il rap in quanto tale (e non solo in suoi determinati aspetti, magari del tutto superficiali) riuscirà ad entrare nelle case dei bianchi e raggiungere un livello di persone mai visto prima sarà principalmente grazie ad Eminem che è poi la superstar più grossa del pianeta dei tempi di, boh, Elvis?

A ben guardare la formula del successo del Re e di Marshall Mathers è più o meno la stessa: Sam Phillips della Sun Records nel ’54 aveva in qualche maniera intuito che la chiave del suo successo come discografico sarebbe stata quella di “trovare un bianco che canta come un negro’, e con qualche differenza Dr. Dre compie la stessa mossa quando mette Eminem sotto contratto. L’intelligenza tattica del produttore da una parte (ma magari è stato solo culo) e il talento spropositato del protagonista dall’altra ne faranno nel giro di pochissimo il nuovo modello di rockstar totale. Una escalation inarrestabile che arriverà allo zenit di un film in cui Eminem è protagonista interpretando un personaggio largamente bastato su stesso. Per svariati anni il rapper di Detroit sarà perennemente al centro dell’attenzione, divenendo campione di vendite e vincitore di qualsiasi premio, oggetto perenne di polemiche e gossip, presenza fissa in tribunale per cause intentate da parenti, amici, nemici e varia gente che si sente offesa dalle sue parole. La sua vita verrà narrata in un rotocalco perenne fatto di eccessi nel quale, come nel più classico dei copioni, nel 2005 ci stava pure per lasciare le penne.

The Slim Shady LP è il suo punto di partenza per la conquista dell’universo. Eminem ha 27 anni, l’età in cui in genere le vere star muoiono, mentre lui ha fatto un solo album di cui ha venduto circa 70 copie e rischia di essere ricordato come la versione sfigata di Vanilla Ice. Stavolta però è diverso: c’è Dre dietro la consolle. Il rapper di Compton porta con sé le sue rime, i suoi beats e anche qualcosa di più impalpabile ma ben più importante: il logo della sua etichetta (Aftermath) sul retro copertina dona al disco quella street credibility che è essenziale in questo tipo di musica. Eminem deve essere consapevole che si sta giocando la carta della vita e di conseguenza sputa rime in technicolor e con gli effetti speciali.

Ascoltare Slim Shady è un’offerta del supermercato (sono tre rapper al prezzo di uno), e lui ha la capacità di stare contemporaneamente su svariati registri antitetici e tenerli assieme con una disinvoltura impressionante. C’è quello che dice e come lo dice, strofe perennemente in bilico tra ilarità sfacciata e violenza assoluta (i vari singoli My Name Is e Guilty Conscience ne sono buoni esempi): è questa la caratteristica principale e più evidente, ma non gira tutto solo intorno esclusivamente a questo elemento. Alcuni pezzi di Eminem possiedono una qualità quasi “cinematografica”, riescono a narrare storie per immagini, veri e propri miniracconti di fiction, piccoli copioni di film pronti per essere girati. Esplicativa da questo punto ’97 Bonnie & Clyde dove lui recita la parte del papà tenerone che si prende cura della bimba mentre contemporaneamente va a buttare a mare il cadavere della madre chiuso nel bagagliaio (l’ex moglie Kim ovviamente non la prenderà benissimo). Nel disco successivo il pezzo Stan porterà questa sua capacità ad un livello ancora superiore, un racconto talmente vivido che il termine Stan diventerà la parola che identifica il prototipo del fan ossessivo e psicotico.

 

Nel corso dell’album compaiono poi anche tracce dallo stile più ordinario, i classici racconti di vita in prima persona,  episodi meno appariscenti che sono in realtà quelli che ancora oggi preferisco, roba meno funambolica da cui però traspaiono un’amarezza e un malessere davvero mostruosi (vado a memoria con Role Model, Rock Bottom e le varie Don’t Give a Fuck). Tutto questo, unito a degli intermezzi esilaranti (i cosiddetti skit, lo dico per i non addetti), rendono The Slim Shady LP un discone assoluto, un bestseller da diciotto milioni di copie vendute nonostante il suono essenziale e la concessione alla melodia piuttosto limitata. Azzardo un’ipotesi: credo che il successo spaventoso del disco e dell’artista (su questi livelli per almeno un altro paio di album), oltre alla qualità dei pezzi, sia stato riuscire a trasmettere in pieno ad un pubblico nuovo quel cortocircuito culturale che è proprio del rap in sé: la possibilità degli emarginati e gli esclusi (quando non proprio avanzi di galera poco scolarizzati) di trovare riscatto attraverso l’utilizzo creativo delle parole, una redenzione quasi letteraria in buona parte antitetica con le biografie dei protagonisti. Se non fosse stato bianco avrebbe venduto la metà? È’ possibile, quasi certo, ma questo non cambia la sostanza, perché la fama e gli applausi sono tutti meritati. (Stefano Greco)

7 commenti leave one →
  1. Cattivone permalink
    25 febbraio 2019 10:33

    Limite mio,non riesco ad aporezzare niente in ambito rap. Riconosco il valore e leggere questa analisi è stato molto interessante, ma a livello di gusto personale di ascolto il gradimento che provo per rapper “bravi” come Eminem o quello che provo per Truce Baldazzi o Gaviman è esattamente lo stesso.

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  2. vito permalink
    25 febbraio 2019 10:48

    passaggio esemplare ! aggiungo pero’ che a un certo punto l’ hip hop,almeno negli usa, era diventato parossistico: neri imborghesiti e straricchi producevano “gangsta rap” ad uso e consumo di bimbiminchia bianchi, benestanti e annoiati che volevano giocare al “motherfucker”con conseguenze che il film capolavoro Alpha Dog ha descritto in maniera stupenda.detto questo Eminem e’ quello che mi piace di meno avendo tanta roba hip hop nelle mie playlitst.Saluti.

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    • El Greco permalink
      25 febbraio 2019 10:55

      che da un punto in avanti il genere sia stato infestato da pagliacci e monnezza mi sembra fuori da ogni dubbio – ma questo avviene sempre ovunque e vale pure per il black metal

      Piace a 1 persona

  3. blackwolf permalink
    25 febbraio 2019 11:28

    Cazzo Greco scrivi di hip hop con più competenza di mille blog hip hop che stanno in rete dove si recensiscono album di merda, si parla di cazzate e qualsiasi stronzo solo perché va di moda adesso è un grande artista. Ormai ho letto più di una tua recensione sul genere e sei sempre molto competente, più di tanta gente che ascolta solo hip hop (o presunto tale).
    Sto disco uscì che andavo alle medie e per quanto mi sarei trovato ad ascoltare il genere solo svariati anni dopo, arrivò davvero come un punto di rottura. Oltre il fatto di essere bianco Eminem rompeva lo schema voluto da tv e major della formula hip hop= puttane culone, gioielli, macchinoni e testi pieni di cazzate. Mi ricordo che all’epoca su Mtv andava in rotazione gente come Nelly e mi chiedevo che cazzo ci trovasse la gente ad ascoltare roba che solo dai video l’immedesimazione per te comune mortale era impossibile. Eminem ha fatto il botto perché oltre ad essere bianco, raccontava una realtà accessibile a tutti. Eminem parlava da perdente e da povero sfigato stronzo e siccome al mondo ci sono tonnellate di perdenti e di infelici raggiungeva un’ audience più ampia, perché l’immedesimazione era molto più facile. Un ragazzino poteva immedesimarsi benissimo in lui e il fatto che era bianco diventava un bonus per l’immedesimazione ma non la condizione necessaria, perché quella passava dai testi e dai suoi video, dal suo personaggio. Più tutte le cose legate a Dre e alla sua etichetta che riguardo al raggiungimento del successo lo legittimarono e spinsero tantissimo, altrimenti se sto album fosse uscito per la vattela a pesca record, ora il ragazzo probabilmente starebbe ancora rubando melanzane nei supermercati per mangiare e sarebbe stato preso solo per un soggetto che scriveva robe strambe da disadattato. Un bianco sfigato che sognava segretamente di essere un nigga, ma senza aver capito cosa necessita per esserlo (colore della pelle a parte) e comunque se avesse provato a farlo sarebbe risultato ridicolo. Il fatto appunto che Dre, come hai detto tu, gli diede la street credibility ma che lui non si atteggiasse da nero del ghetto è stato essenziale per non farlo diventare una macchietta e proporre un prodotto credibile. Eminem era unico ma in maniera positiva (spesso l’unicità nel mondo dell’omologazione non paga per nulla) per l’audience e la vendibilità del suo prodotto, per chi lo spingeva e per quello che ruotava attorno a lui e appunto il suo caso è irripetibile.

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  4. 25 febbraio 2019 14:10

    El Greco sempre lucidissimo (in senso buono). Cappello.

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  5. Pinuccio permalink
    25 febbraio 2019 15:59

    ‘Sta cosa dell’apertura mentale via sta sfuggendo di mano. Tutto molto interessante. E il bianco che canta come un nero. E i beat e i birignao e dimentichiamoci anche che il rapper medio può dare della mignotta a chiunque, ma i misogini siamo noi “con le magliette coi mostri” (non importata se da vent’anni vado avanti a giacca e cravatta). E va bene anche che i violenti siamo noi e i razzisti siamo noi e se ascolti i marduk in un’altra vita era il testicolo mancate di Hitler mentre questi sparacchiano e incitano allo spaccio e tutto il resto. Okay, sono un fautore della libertà di parola (pure Carozzi ha il diritto di dire minchiate sui Nevermore – pensa quanto sto avanti) PERO’, checazzo: tutto il rap dell’universo conosciuto (e mi sbilancio anche di quello sconosciuto) non vale una singola nota dei Carcass. Meglio tenerlo a mente.

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    • 25 febbraio 2019 18:21

      per un decennio ho frequentato i forum metal e ho sempre combattuto aspramente gli alfieri della cosiddetta ‘apertura mentale’ che giustificavano i propri ingiustificabili ascolti col fatto che ‘tanto è solo musica’, quindi tranquillo, se vedi una recensione di ‘avere vent’anni’ su 100 che parla di britney spears, eminem o ‘americana’ degli offspring non lo facciamo con quel criterio, che è lontanissimo da noi, ma solo per cazzeggiare e ricordarci dei ragazzini che eravamo vent’anni fa. non è che ci mettiamo a recensire i dischi nuovi di sta gente, del resto.

      per quanto riguarda il doppiopesismo sui testi dei rapper sono d’accordissimo con te, e basta leggere tra le righe di molti nostri articoli per capire QUANTO sia d’accordo con te.

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