Avere vent’anni: ROLLINS BAND – Get Some Go Again

“Non so esattamente come sono arrivato dove sono, a parte il fatto che ci ho provato.”.

Nel 2000 Henry Rollins ci prova di nuovo. Chiuso il tour di Come in and Burn arriva alla conclusione che la band che lo aveva accompagnato dall’immediato post-Black Flag per oltre dieci anni è arrivata a un punto morto. Una sensazione che verrà poi confermata pochi anni più tardi: il tour di riconciliazione del 2006 con i vecchi compagni lascerà Hank talmente insoddisfatto che rimarrà la sua ultima cosa fatta in ambito strettamente musicale.
Sembrava che fossero in pensione o qualcosa del genere. È stato molto deprimente stare in un gruppo con della gente morta.”

Prima della fine, però, il massiccio regala un paio di colpi di coda da non sottovalutare: recluta i Mother Superior, un trio simil-stoner di origine scandinava ma di base a Los Angeles (di cui aveva prodotto l’album Deep l’anno precedente) e decide, ancora una volta, di provarci. Per motivi contrattuali il gruppo deve tenere il vecchio nome e nasce una Rollins Band mark II, la ristampa successiva per la 2.13.61 (l’etichetta personale di HR) chiarirà in maniera definitiva questo equivoco tramite la dicitura Henry Rollins & Mother Superior.

“In effetti è quello che era la band, eravamo io e loro. Non è una band che abbiamo messo insieme dall’inzio come la line up precedente”.

La combinazione fra le due entità fa uscire il meglio da entrambe le parti; la nuova band permette al cantante di entrare in territori per lui semi-inesplorati, e l’approccio per metà monolitico e quadrato e per l’altra metà free-qualcosa della sua intera produzione precedente viene semplificato in una forma di hard rock iperbasilare. Dall’altro lato, il gruppo ci guadagna il carisma del massiccio in persona; non capita tutti i giorni. Il risultato è Get Some Go Again ossia uno dei miei “dischi minori” preferiti di ogni tempo.

Divagazione: trovo che l’amore per alcune prove (teoricamente) malriuscite sia una caratteristica comune a molti appassionati del rock and roll (a essere fissati con Back In Black sono buoni tutti) e in molti possiedono veri propri feticci personali (conosco gente che ammazzerebbe per i Motley Crue con John Corabi o Misfits di Michale Graves). Fine divagazione.

GSGA è un album che si potrebbe quasi definire roots rock, tanto è fedele alla formula primigenia del chitarra-basso-batteria, un disco intensamente passatista che senza dubbio è il tributo definitivo di Rollins ai suoi idoli del rock 70 (musica di cui si è sempre dichiarato ideologicamente vicino, molto più – ad esempio – dello stesso punk-HC che ha contribuito a creare).

“Ciò che mi dava fastidio era l’enorme ipocrisia. Tutte le regole sui capelli e su quello che potevi o non potevi fare. Per essere gente con un mucchio di simboli anarchici disegnati sui vestiti, di sicuro avevano un sacco di regole. All’epoca pensavo che fossero solo un sacco di cazzate giovanili, si prendevano troppo sul serio o provavano a coprire la loro mediocrità facendo i moralisti. Se hai davvero qualcosa da dire allora dovresti essere troppo occupato per interessarti a come un altro si veste. Non si è mai sentito Joe Strummer dire a qualcuno che le sue scarpe non andavano bene.”

L’album ha una partenza assolutamente devastante: Illumination e la title track sono il più classico Rollins declamatorio tutto consapevolezza e motivazioni. L’ho già detto da qualche parte: l’unico vero maestro di vita che avrei voluto avere se fossi stato una persona seria.
Pura furia rock’n’roll, i Mother Superior ci tengono a dimostrare di che pasta sono fatti, la band ha l’occasione della vita e suona con il fuoco sotto al culo, e il risultato si sente. Nella seconda parte mr. Hot Animal Machine decide di calare gli assi e il disco prende il volo andando totalmente fuori controllo e infilando una sequenza impressionante di svariati pezzi mostruosi. Il sarcasmo tagliente viene alternato a primordiali dimostrazioni di forza. Are You Ready? è l’omaggio ai Thin Lizzy e al r’n’r in sè (con Scott Gorham alla chitarra), ribadisce il concetto e fa da manifesto esplicito a quello che questo disco vuole essere: un tributo alla stagione dei giganti, di quelli che hanno inventato il codice. Back to basics, in caso ti fossi scordato ti ricordo io come è che funziona. Come funzionano la foga assoluta You Let Yourself Down o le giravolte di Brother Interior e il suo finale al sapore di pianoforte drammatico. Il brano conclusivo vede la partecipazione del veterano Wayne Cramer nel ruolo di mentore e padrino: il progenitore della musica pesante con la sua chitarra sottolinea il legame tracciato dagli MC5 sulle sorti del rock e ci rammenta su quanto da lui lasciato in eredità; Hotter and Hotter è al tempo stesso incandescente e commovente, il massiccio in un eccesso di sincerità confessa che gli anni passano e questo non si può negare, ma il fuoco che lo anima è sempre lì a bruciare vivo e non lo lascia mai in pace. Quasi un epitaffio, il suo personale “spirto guerrier ch’entro mi rugge”. La sua maledizione è la nostra benedizione. Ultimo romantico, indomabile, venti anni in prima fila passando dal dormire nel retro del furgone a una fugace heavy rotation su MTV, superando tutte le prove indenne.

“Dopo il video di Liar ricordo circa 400 – 600 persone in più a sera per un’estate, l’accesso a grandi show radiofonici e tutte quelle band merdose che ci suonavano, cose così. Poi abbiamo fatto uscire il singolo successivo, non interessò a nessuno e le cose tornarono alla normalità.”

Un altro punto da cui ricominciare e provarci ancora una volta. (Stefano Greco)

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