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Stare senza pensieri: BLOODBATH – The Arrow of Satan Is Drawn

12 dicembre 2018

I Bloodbath hanno probabilmente perso la loro ragion d’essere da molto tempo ormai. Nati come supergruppo – loro per davvero, non come altri svedesi – dedito alla riscoperta del death metal svedese old school, qualcosa si deve essere perso tra Resurrection Through Carnage e The Fathomless Mastery, passando per Nightmares Made Flesh. Forse a non essere più stata presente era quell’ingenuità che aveva caratterizzato il progetto all’inizio: un macabro ritrovo per amici musicisti molto famosi membri di gruppi ancora più famosi (almeno all’interno della scena metal) che potevano in questo modo suonare e stare senza pensieri allo stesso tempo. Un’altra cosa che, per fortuna, si è persa col tempo è stato Mikael Åkerfeldt.

L’arrivo di Nick Holmes su Grand Morbid Funeral ha probabilmente segnato la fine dei Bloodbath, perlomeno per come li avevano intesi i loro fondatori al momento di creare il gruppo. Sebbene io condivida nella sostanza l’idea espressa all’epoca dal Bonetta sulla mancanza di contenuti (fatta eccezione forse per l’ottima traccia omonima), trovo allo stesso tempo che il cantante dei Paradise Lost sia riuscito a portare nuova linfa agli svedesi – e che forse la sua nuova esperienza con la compagine di Renkse l’abbia anche aiutato a riabituarsi pian piano a certe sonorità, considerati l’ottimo Medusa seguito ad un maldestro The Plague Within. Il senso di quello che voglio dire è che, trovandolo meno finto e più caldo, avevo comunque preferito Grand Morbid Funeral a The Fathomless Mastery

Ora, questo processo secondo me è continuato con il nuovo The Arrow of Satan Is Drawn. Chi cerca del death metal svedese old school come nei loro primi album probabilmente rimarrà deluso: le influenze dei Bloodbath rimangono sostanzialmente le stesse, ma le sonorità sono decisamente moderne. L’album ha un bel tiro, le tracce sono coinvolgenti e la musica fa scapocciare – il che, alla fin della fiera, è quello che importa davvero. Questo almeno per la prima metà del disco, fino a March of the Crucifiers. Le ultime quattro tracce tornano su livelli piuttosto bassi e passano abbastanza indolentemente. Tra l’altro pensavo quasi di metterli nella mia top 10 di fine anno, ma rimango abbastanza indeciso sul da farsi. Se ci finiscono, in ogni caso, è più per demeriti altrui che per veri meriti loro. (Edoardo Giardina)


(Qua ovviamente per fare qualche coro hanno dovuto invitare Jeff Walker, John Walker e Karl Willets)

4 commenti leave one →
  1. 12 dicembre 2018 13:25

    Oh io nelle recensioni di Giardina non capisco mai se un disco gli ha fatto cacare o se gli è piaciuto

    Piace a 1 persona

    • Edoardo Giardina permalink
      12 dicembre 2018 18:02

      È che la realtà è sempre così complessa… A parte gli scherzi: mi è piaciuto, prima parte del disco ottima ma seconda abbastanza scadente. Poi boh, avrò dei problemi io a farmi capire

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      • 12 dicembre 2018 21:58

        no no dai sei abbastanza chiaro, solo che c’è sempre quel dubbio sottile… magari inizi parlando bene di un disco e poi alla fine lo bolli come una zozzeria, o il contrario 😀
        o magari si riassume tutto in “non male però boh rimetto su i dismember”, e su questo saremmo tutti d’accordo

        Piace a 1 persona

  2. Fernandito permalink
    12 dicembre 2018 16:27

    Ma credo sia un ottimo lavoro,ha alcuni riff pazzeschi !! Ma l avete sentito?

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