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La droga dà, la droga toglie: COUGH – Still They Pray

23 giugno 2016

cough-stilltheyprayL’impressione generale è che i riff migliori Parker Chandler se li conservi per i Windhand che, tutto sommato, nel loro piccolo si sono fatti un nome. Still They Pray riprende un discorso interrotto sei anni fa con Ritual Abuse, per il quale uscii scemo. I Cough non erano null’altro che una versione più fricchettona degli Electric Wizard. Però funzionavano dannatamente bene, ti facevano venir voglia di guardare un film in bianco e nero con Barbara Steele insieme al curcaliettu. Solo loro erano riusciti a raggiungere vette di narcosatanismo paragonabili a quelli dei Maestri. Si sentiva la Droga. Si sentiva il Demonio, che ti bussava proprio alla finestra. Addirittura Ritual Abuse mi piacque più di Black Masses. Più in meno in quel periodo il filone del doom per fattoni esplose e finimmo tutti in un circolo vizioso nel quale, invece di controllare meglio i dischi consigliati da Angry Metal Guy o No Clean Singing (è sempre giusto, prima o poi, dare merito ai siti sui quali ci si aggiorna più spesso), perdevamo tutti tempo appresso ad accolite di cannabinomani dall’Arkansas all’Argentina che riproponevano sempre gli stessi riff dei Saint Vitus aggiungendoci un’estetica da coffee shop di terz’ordine gestito da satanisti. Che poi sarebbe il mio il locale ideale, chiaro. Per questo era difficile uscirne. Proprio come dalle droghe. Metteteci pure che il 2014 e il 2015 non si rivelarono esattamente due annate memorabili.

Still They Pray è prodotto dallo stesso Jus Oborn, il capo degli Electric Wizard, con il quale si saranno sicuramente sfasciati a livelli ragguardevoli. I Cough, tra parentesi, affermano in tutte le interviste che il paragone con gli inglesi lo comprendono ma non lo condividono perché alla fine sono sempre le stesse cinque o sei linee scritte da Tony Iommi nel 1970. E fin qua sarei pure d’accordo. Il guaio di chiamare Jus alla consolle è che non può non uscire un album che suona ancora più simile alle proprie pietre di paragone d’ufficio. E non ha aiutato l’aver puntato su pezzi più brevi (per “più brevi” si intende sette-otto minuti); i Cough erano fatti per la ripetizione ossessiva, che è sempre la strada migliore se il senso dell’atmosfera prevale sulle idee. E di idee i Cough, rispetto alla media del genere, continuano comunque a tirarne fuori qualcuna. I brani migliori sono proprio quelli meno canonici, come Masters of torture o la romantica Let It Bleed, dalle suggestioni new wave. Il pezzo di apertura Haunter of the dark continua a ricordarmi Whatever that hurts dei Tiamat una volta sì e una no. (Ciccio Russo)

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