Frattaglie in saldo #58: ulteriore recuperone tardivo

Dopo quelli della scorsa puntata, altri cinque dischi del 2022 sui quali mi avrebbe seccato non scrivere nemmeno una riga.

MISERY INDEX – Complete Control

Sono molto affezionato alla band fondata dal compagno Jason Netherton dopo l’uscita dai Dying Fetus ma continuo a ritenere che dopo Heirs To Thievery, per me il loro picco, qualcosa abbia smesso di funzionare come prima. Non so quanto c’entri il successivo addio di Sparky Voyles, rimpiazzato alle sei corde da Darin Morris, ma l’anima melodica che era emersa nel frattempo non si integra sempre a dovere con la componente hardcore residua. Difficile rimanere indifferenti alle linee di chitarra di Rites of Cruelty, che a tratti mi ha fatto venire in mente addirittura i God Dethroned, e di Reciprocal Repulsion, ai limiti del black metal: l’ispirazione c’è ancora, le idee pure. Quello che manca è un po’ di nerbo nei pezzi più diretti. È difficile ascoltare una Infiltrators senza immaginarsi come sarebbe venuta con un arrangiamento più scarno, una produzione più tosta e qualche bpm in più. Il passato grind è ormai del tutto alle spalle. A questo punto meglio un Complete Control che vede i Misery Index abbracciare appieno la loro nuova dimensione (in sostanza, death/thrash melodico) che il precedente Rituals Of Power, dove avevano tentato di tenere i piedi in due scarpe riuscendoci solo a tratti.

PATHOLOGY – The Everlasting Plague

Passiamo a un altro mio gruppo feticcio, i Pathology che, dopo anni di etichette sfigate e formazioni a porte girevoli (Dave Astor, batterista e unico membro stabile, non deve essere un tipo facile), approdano alla Nuclear Blast con quello che è ormai il loro undicesimo album in studio. La line-up, per una volta, è la stessa del lavoro precedente, che aveva visto la band virare verso un brutal death tecnico pesantemente influenzato dai Dying Fetus, lasciando un po’ d’amaro in bocca a chi si era innamorato di loro grazie alla claustrofobia fognaria dei vari Legacy of the Ancients e The Time of Great Purification. The Everlasting Plague, titolo di ottimo auspicio in epoca post-Covid, riprende gli stilemi del predecessore, compresi i suoi incongrui flirt col death svedese (ah, già, là in America hanno il deathcore), e ci aggiunge qualche arpeggino e qualche rallentamento in più. Purtroppo la normalizzazione che si tende ad associare con il passaggio all’überetichetta tedesca, almeno un minimo, c’è stata. Mancano i momenti sopra le righe che avevano dato carattere a Reborn To Kill e la prestazione di Obie Flett dietro al microfono stavolta è troppo monocorde. Il disco non è male, per carità, anzi. Rimango però dell’idea che in passato Astor abbia fatto un paio di cazzate di troppo senza le quali i Pathology avrebbero potuto aspirare a ben altra caratura.

venom-prison-erebos-Cover-Art

VENOM PRISON – Erebos

A questo punto, per una bella dose dell’amata ultraviolenza possiamo provare a rivolgerci ai Venom Prison, giusto? Vi ricordate che diavolo di botta era Samsara? E invece no, o compagni e rari amici. Pure questi qua mi si sono ingentiliti, dopo essere passati a un’etichetta grossa (stavolta la Century Media). Le influenze brutal e deathcore sono più sfumate e ha guadagnato spazio la matrice post-HC, in linea con un naturale percorso di maturazione. Però, ecco, preferivo i quando erano più incazzati. E la cantante Larissa Stupar, una delle migliori screamer della sua generazione, non è altrettanto all’altezza quando si cimenta con la voce pulita (se Pain of Oyzis è il brano meno riuscito non solo perché tenta di essere commerciale). È rimasta però immutata la capacità di conciliare tecnica sopraffina e capacità di sintesi, partiture intricate e (relativa) immediatezza. Roba come Nemesis non la sanno scrivere tutti e, al netto di qualche giro a vuoto, Erebos può meritare il vostro prezioso tempo.

JUNGLE ROT – A Call To Arms

Chi invece non tradisce mai sono i Jungle Rot, uno dei gruppi più sottovalutati della scena estrema degli ultimi trent’anni. Undici Lp all’attivo, un suono allo stesso tempo classico e riconoscibilissimo, mai un passo falso. A Call To Arms è l’ennesima gragnola di randellate sugli incisivi nello stile inconfondibile del quartetto di Kenosha, ovvero un death/thrash aggressivo e ritmatissimo, lineare e dritto in faccia ma con quelle variazioni sul tema che fanno la differenza (i cori da stadio di Genocidal Imperium, il lick iniziale della devastante Beyond The Grave). È impossibile restare fermi mentre dalle casse deflagrano i mid-tempo assassini di Asymmetric Warfare: i Jungle Rot hanno un gusto naturale per il groove che ha davvero pochissimi paragoni, così come, per quanto non suonino nulla di originale, non mi viene in mente un gruppo al quale assomiglino davvero. Un nome, una garanzia. Applausi, battimani e triccheballacche.

ARTIFICIAL BRAIN – st

Ben cinque anni di silenzio tra questo terzo album omonimo e il precedente Infrared Horizon, cinque anni nei quali il death metal dissonante è diventato un genere fin troppo inflazionato e gli Artificial Brain, che ne erano stati tra gli esponenti più validi, sono sembrati quasi volersi fare da parte per non essere confusi nel marasma di nipotini dei Gorguts (a proposito, c’è pure Luc Lemay ospite, oltre a Mike Browning dei Nocturnus). Il quintetto di New York è sempre bravissimo a conciliare astrazione e canzone, e i momenti di sbrocco assoluto sono sempre compensati da qualche brano meno arzigogolato e da un buon senso dell’atmosfera, che in questo campo fa spesso la differenza. Il guaio è la produzione. Se l’idea era distanziarsi da tutti gli omologhi che non pensano ad altro che allo sfoggio gratuito di tecnica, manco non far capire bene cosa diavolo si stia suonando sembra proprio un’idea eccellente, soprattutto se si ha un approccio così “progressive”. Il mixaggio è un troiaio, con una batteria sparatissima che a volte finisce per coprire tutto, a partire dalle chitarre. Sapete che vi dico, mi è tornata la voglia di sentirmi i Jungle Rot. (Ciccio Russo)

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