Frattaglie in saldo #57: recuperone fuori tempo massimo

L’anno scorso, per cause di forza maggiore, ho ascoltato pochissima roba e ne ho recensita ancora meno, sicché di death metal e affini nei dodici mesi passati su questi schermi non si è parlato granché. Mi cospargo il capo con la cenere di una stavkirke e parto con un recuperone tardivo di dieci dischi meritevoli del 2022, in ordine del tutto casuale, sperando di essere meno latitante nel 2023. Si sa che fine fanno i buoni propositi per l’anno nuovo ma non dovrebbe essere troppo difficile, dai. Vai con i primi cinque.

WORMROT – Hiss

Il ritorno in studio dopo sei anni della band di Singapore, tra le più talentose venite fuori dal circuito grindcore negli ultimi tre lustri, coincide con l’annuncio del ritiro del cantante Arif, che ha dato la benedizione ai due membri superstiti perché proseguano senza di lui. Un addio che è tanto più amaro se si considera che Hiss è probabilmente il miglior lavoro di sempre dei Wormrot. Poco più di mezz’ora per ventuno brani stracolmi di idee, che lasciano esterrefatti per la capacità del trio asiatico di sperimentare e giocare coi generi senza mai sacrificare nulla in termini di impatto e violenza. Grazie a doti tecniche ulteriormente affinate, si passa in manciate di secondi da arzigogoli ritmici ai limiti del jazz ad assalti punk minimali. L’elemento hardcore (quando non post-hardcore) convive con sconcertante naturalezza con violini, soluzioni vocali eterodosse e lancinanti esplosioni di brutalità. Speriamo che Rasyid e Vijesh riescano a portare avanti il gruppo senza battute d’arresto eccessive, magari con una casa discografica che dia loro maggiore sostegno di una Earache che è ormai da tempo solo l’ombra dell’etichetta che fu. Basta concedere un ascolto superficiale a Hiss per capire quanto i Wormrot abbiano ancora da dire e da dare.

EUCHARIST – I Am The Void

Io avrei tanto voluto scrivere un pezzo lungo e dettagliato su questo album, che attendevo con una certa trepidazione, ma I Am The Void mi ha preso talmente in contropiede che ogni volta che ci ho provato sono stato colto dal blocco dello scribacchino. Gli Eucharist non sono un gruppo qualsiasi. A Velvet Creation, il debutto del 1993, è il disco che, insieme a Skydancer dei Dark Tranquillity, viene ritenuto il primo atto della fortunatissima scuola di Goteborg. Capite come possa esserci rimasto a ritrovarli alle prese con un black metal melodico, sparatissimo, spesso monolitico e nemmeno troppo accostabile ai grandi nomi della scuola svedese. Assorbito dagli Arch Enemy, Daniel Erlandsson, che pure aveva partecipato alla reunion dal vivo del 2016, non è della partita. Al suo posto Simon Schilling, giovane talento tedesco che chi ha visto di recente i Marduk dal vivo ha avuto modo di apprezzare. Il resto lo fa tutto Markus Johsson, che evidentemente oggi ha voglia di fare tutt’altro e non staremo a biasimare per la scelta di mantenere il vecchio marchio. Di primo acchito ero rimasto perplesso e deluso. Dopo ripetuti ascolti, ho cominciato ad apprezzare alcuni spunti, soprattutto nei brani dove si tira un po’ il freno (In the Blaze of the Blood Red Moon) ed emerge qualche sfumatura thrash. L’ispirazione e le idee non sono però sufficienti a giustificare la durata spropositata: 76 minuti al termine dei quali è difficile non accusare un po’ di spossatezza. Sigh.

cover_The-Chasm-The-Scars-of-A-Lost-Reflective-Shadow

THE CHASM – The Scars Of A Lost Reflective Shadow 

I messicani The Chasm sono una band misconosciuta quanto enorme, un autentico tesoro nascosto dell’underground estremo ormai rassegnato alla dimensione di culto per pochi eletti. Daniel Corchado e Antonio Leòn portano avanti con orgoglio da trent’anni, senza mai cedere di un millimetro sul piano della qualità e dell’ispirazione, un discorso artistico personalissimo del quale The Scars Of A Lost Reflective Shadow è il nuovo, avvincente tassello. Rispetto al recente passato, la componente progressive è passata in secondo piano per lasciare pieno sfogo all’afflato epico di un death metal dalla scrittura complessa e cangiante. Brani più brevi e diretti, con una vaga eco slayeriana quando si preme sull’acceleratore, lasciano emergere con rinnovata potenza un dolente estro melodico che sembra guardare più alla tradizione del metal classico americano degli anni ’80 che ai soliti Iron Maiden. Se non li avete mai sentiti, è il momento di fare la loro conoscenza. Mi ringrazierete.

FATHER BEFOULEDCrowned In Veneficum

Quando, all’inizio degli anni ’10, iniziò a prendere piede il filone (poi rivelatosi inaspettatamente florido e longevo) degli emuli degli Incantation, i Father Befouled furono tra i gruppi che più riuscirono a spiccare in questo affollatissimo revival. Dopo un paio di prove un po’ appannate – il loro lavoro migliore rimane, per me, il secondo Morbid Destitution of Covenant – e qualche cambio di formazione (non è più della partita l’iperattivo batterista Wayne Sarantopoulos) il quartetto di Atlanta si fa ritrovare in ottima forma con questo Crowned In Veneficum. Rispetto a tante band analoghe, i Father Befouled evitano di puntare tutto sul suono fangoso e opprimente e mostrano un dinamismo non comune, grazie a strutture ritmiche quadrate e dirette e al gusto melodico degli assoli, che spezza la consueta cappa di riff catacombali. Da non perdere, se amate il genere.

BLOODBATH – Survival Of The Sickest

Ho espresso di recente le mie perplessità sul successo spropositato dei Bloodbath ma ciò non vuol dire che non li apprezzi. Survival of the Sickest è il sesto Lp di questo supergruppo, nato come divertissement di alcuni nomi illustri della scena svedese. Della formazione originale sono rimasti solo Renkse e Nystrom dei Katatonia. Dietro il microfono c’è ormai da quasi dieci anni un Nick Holmes sempre più a suo agio e alla seconda chitarra è appena arrivata una faccia nuova: Tomas Akvik dei notevolissimi Lik. Questi undici pezzi non cambieranno la vita a nessuno e in campo di riesumazione del vecchio death di Stoccolma ci sono gruppi ben più convincenti (in primis i Lik stessi). La classe e il mestiere, tuttavia, ci sono e si sentono e, se non ci si approccia ai Bloodbath con pretese eccessive, è difficile non divertirsi, al netto di qualche colpo a vuoto. Non perdeteli se passano dalle vostre parti: è dal vivo che danno il meglio. (Ciccio Russo)

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