Frattaglie in saldo #53: speciale Svezia

Ai CENTINEX da queste parti si vuole sempre molto bene ma tocca purtroppo constatare che, dopo un eccellente album di reunion come Redeeming Filth, la curva ha imboccato un andamento discendente, come direbbe Brusaferro. Il successivo Doomsday Rituals era stato un mezzo passo indietro ma comunque spaccava. Questo Death in Pieces, spiace davvero dirlo, è invece una mezza rottura di palle. C’entrerà forse che la formazione è cambiata per tre quarti (via pure lo storico batterista Kennet Englund) ed è rimasto il solito Martin Schulman con tre ragazzi nuovi che non sembrano aver dato ‘sto gran contributo. I pezzi sono fin troppo minimali, con riff strasentiti di due accordi in croce, il che di per sé non sarebbe certo un problema se almeno si puntasse sull’ignoranza e la cattiveria. E invece non c’è manco questo, anzi, il disco è pure abbastanza giocato sui mid-tempo, con un risultato che ricorda una versione in sedicesimo dei peggiori Unleashed senza nemmeno il loro afflato epico. Qua e là si scapoccia pure (Cauterized) e come sottofondo mentre si affettano i cipollotti Death In Pieces può pure andar bene ma si arriva all’ultima traccia tra troppi sbadigli e non viene voglia di premere di nuovo “play”.

Si vede che i riff migliori Schulman li tiene per i DEMONICAL, mi direte voi. L’ascolto di World Domination, uscito appena cinque mesi dopo, parrebbe confermare tale teoria. Non si tratta del lavoro migliore della band di Avesta, che era peraltro nata come una specie di nuova incarnazione dei Centinex l’anno dopo il loro scioglimento, ma siamo comunque su un altro pianeta. Non c’è paragone con il bellissimo Death Infernal né con il notevole Chaos Manifesto del 2018, che non ho recensito perché sono uno stronzo, ma si resta su livelli più che discreti. Death metal dismemberiano quadrato e dai buoni spunti melodici, al netto di una scrittura anche in questo caso un po’ troppo monotona che raramente risolleva World Domination dalla dimensione del compitino svolto bene. L’unico vero guizzo è Slipping Apart, sorta di power ballad al cianuro con un azzeccato intreccio tra growl e voce pulita alla Ronnie James Dio. Va benissimo così, chiaro, ma, se non avete mai sentito i Demonical, ci sono dischi migliori dai quali partire.

In campo di death metal svedese vecchia scuola, l’uscita migliore dell’anno, oltre al sorprendente exploit dei Vampire, è il terzo Lp dei LIK, che già mi avevano fatto un’ottima impressione con il precedente Carnage, che pure, umpf, non avevo recensito. Abbiate pazienza, oltre a essere il sottoscritto – come si è detto – uno stronzo, il 2018 avevo avuto parecchio a fare. Misanthropic Breed fa lo stesso effetto dell’essere presi a schiaffi con una grattugia e mi dà l’occasione di rimediare e tributare con le giuste lodi il belluino quartetto di Stoccolma. Solita line-up di gentaglia per bene già vista in altre decine di gruppi, tra cui spicca il bassista dei Katatonia Niklas Sandin. Tiro pazzesco, riff come rasoi, assoloni estrosi e una violenza fattasi meno esagitata che lascia nondimeno spazio a qualche soluzione non banale come i lugubri sintetizzatori dell’orrorifica Morbid Fascination. Tirare fuori qualcosa di fresco e avvincente da un genere dai codici così rigidi e abusati è molto difficile. I Lik ci sono riusciti e non è poco. Che botta, signori.

Sweven fu il nome dell’ultimo full pubblicato a nome Morbus Chron, uno degli act più originali e inclassificabili a venir fuori dalla Svezia nell’ultimo decennio. SWEVEN è anche il nome del gruppo che ne raccoglie il testimone, con il chitarrista, cantante e bassista Robert Andersson intenzionato a chiarire sin dall’inizio come si tratti della prosecuzione di un eccitante discorso che era spiaciuto vedere interrotto anzitempo. The Eternal Resonance è uno di quei rari casi nei quali un’etichetta come progressive death metal acquista un senso compiuto. Power chord col contagocce e tempi quasi sempre moderati per otto brani tortuosi e affascinanti, costruiti su chitarre oblique e nervose che coagulano reminiscenze seventies, spunti fusion e cascami folk con una naturalezza impressionante. Il bello è che non è il solito festival masturbatorio di tempi dispari e ritmi spezzati (che pure non mancano), anzi, c’è un’atmosfera lacera e dolente che nei momenti migliori mi ha fatto venire in mente – in termini emozionali, non di certo stilistici – certo death/doom inglese. Difficilissimi da incasellare, gli Sweven piaceranno ai fan degli Opeth come a quelli degli Edge of Sanity e The Eternal Resonance è uno dei debutti più interessanti usciti quest’anno dalla nazione scandinava che tanto ha dato alla causa del metallo. Arimortis. (Ciccio Russo)

2 commenti

  • i Lik me li devo sentire ancora…. Demonical buoni come al solito, anzi questo nuovo cantante mi piace parecchio. Chissà cosa gli è saltato in mente per slipping apart, sembra veramente un ibrido tra RJ Dio e i Centinex.

    "Mi piace"

  • Grande disco The Eternal Resonance. Mi fa piacere ti sia piaciuto anche il nuovo Vampire. Annus Horribilis ma bella musica, come diceva giustamente qualcuno. E il meglio deve ancora arrivare. Chi compone in pandemia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù ma c’ha cazzi e madonne che manco Belzebù. Daje che jaaaa famo.

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