Altri dieci dischi dell’anno scorso che ho recuperato durante la reclusione

VENOM PRISON – Samsara

Uno dei migliori dischi deathcore degli ultimi anni. E no, non storcete subito il naso perché ho scritto “deathcore”, perdio, qua Suicide Silence e simile lordura non c’entrano nulla. C’entra più certo post-hc relapsiano di matrice metal alla Burnt By The Sun. Questi brutaloni gallesi, guidati da una frontwoman russa incazzata come un’ape, hanno il tiro schiacciasassi dei Nails, la tecnica al servizio della brutalità dei Dying Fetus e una naturalezza impressionante nello scrivere pezzi intricati quanto irresistibili nella loro furia. Ad averli beccati prima, sarebbero finiti in playlist. Da non perdere.

MORTIFERUM – Disgorged from Psychotic Depths

Death/doom, più doom che death, quindi piuttosto distanti dall’ondata di cloni degli Incantation che hanno saturato la scena, i Mortiferum se ne sono usciti con uno dei debutti più interessanti del 2019 in questo campo (santo). Laddove altre formazioni analoghe puntano tutto sulla cappa oppressiva dei chitarroni, questo quartetto statunitense (di Olympia, Washington) scrive pezzi dalla struttura mai troppo monolitica e apre ogni tanto la porta della catacomba per far filtrare un po’ di luce sotto forma di un synth o un arpeggio. Se vi erano piaciuti gli Spectral Voice, segnateveli.

HATRIOT – From Days unto Darkness

Per chi non se li ricordasse, questo è il gruppo che Zetro aveva messo su insieme ai due figli prima di essere richiamato negli Exodus. Il primo Lp era carino, il secondo insomma. Ora il genitore è tornato a casa e ha lasciato liberi di farsi strada da soli i suoi pargoli, uno dei quali, il bassista Cody, si è preso carico del microfono e canta esattamente come il padre. Il che va benissimo, dato che gli Hatriot continuano a suonare come una versione più grezza e incarognita (il Belardi mi segnala un plagio dei Carcass in Carnival of Execution) degli Exodus. A From Days unto Darkness continua a mancare quel quid in più in termini di scrittura ma, nel complesso, è ancora meglio del debutto. Il piglio e la cattiveria ci sono: di sicuro meglio ‘sta roba dei Municipal Waste.

WITCH VOMIT – Buried Deep in a Bottomless Grave

Vi ho già esposto la mia perplessità sul clamore suscitato da certe, pur meritevoli, nuove stelle della new wave of old school death metal (chiamiamola così). È andata a finire che, tra tanti dischi più strombazzati, quello che ho ascoltato più spesso negli ultimi mesi è questo secondo lavoro dei Witch Vomit, dalla sempre prolifica Portland. È il gioco delle chitarre a fare la differenza. Senza svarioni, però, poche note ma giuste. Ottimo anche il growl, grasso e profondo. Ha sempre un gran fiuto la 20 Buck Spin (a proposito, recuperate pure gli ultimi Fetid e Superstition, già che ci siete).

MIZMOR – Cairn

Sempre da Portland, segnaliamo il secondo album di questa one man band dal concept ispirato all’opera di Camus e alla cabala ebraica. Cairn è un ascolto non semplice ma affascinante e sfaccettato: black metal di nuova generazione con influenze drone/doom per quattro lunghe e angoscianti marce funebri. Le copertine di Mariusz Lewandowski, con misteriose figure ammantate e senza volto, sono belle ma iniziano a diventare un tantino inflazionate.

WINTERWOLF – Lycanthropic Metal of Death

Non ho capito bene la faccenda ma questi erano la prima incarnazione dei Deathchain, erano stati riformati dal chitarrista anni dopo per non mi ricordo quale occasione celebrativa per poi restare in vita come band parallela con altra gente di mezzo. La formula però rimane grossomodo quella, meno blackthrash e più death scandinavo alla vecchia. L’ignoranza (titolo e copertina sono tutto un programma) invece è la stessa. Meno male.

CLOAK – The Burning Dawn

Quartetto di Atlanta che si aggiunge al fitto novero di americani che vogliono fare gli svedesi. La matrice di riff e melodie è alquanto dissectioniana, con un paio di “citazioni” molto scoperte, ma i suoni e l’aplomb goticone rimandano ai Tribulation. Più derivativi non si potrebbe, tuttavia, se avete i loro stessi numi tutelari di riferimento, potrebbero intrigarvi.

MEMORIAM – Requiem for Mankind

Per chi sogna una reunion dei Bolt Thrower, è difficile non dedicare almeno un ascolto distratto al gruppo di Karl Willets e Andrew Whale, il cantante e il primo batterista della leggenda death metal inglese. Nei Memoriam però continuano a esserci troppe cose che non funzionano: dai suoni che potrebbero essere più truci a un eccesso produttivo (tre Lp in tre anni) che, essendo l’ispirazione quella che è, non aiuta. E poi, spiace dirlo, i due dal vivo non ce la fanno più. Peccato.

VANUM – Ageless Fire

Ci sono dentro, tra gli altri, il cantante degli Ash Borer e il batterista degli Yellow Eyes. Black metal moderno ma con le radici ben piantate nei classici; nei momenti più solenni l’epica dei Bathory viene riletta attraverso la sensibilità di Agalloch e seguaci, con chitarre meste e ispirate a tirare le fila. Uno dei casi nei quali il progetto a latere™ è meglio delle band principali.

ESOTERIC –  A Phyrric Existence

Ma quanto posso essere un povero cretino a essermi perso il meraviglioso doppio disco che ha segnato il trionfale ritorno degli Esoteric, signori del doom più funereo e dilatato, dopo otto anni? Va bene che l’hanno scorso ho traslocato, c’ho il bimbo piccolo e cazzi e mazzi ma nessuna scusante può valere di fronte a questo succulento mattone di 98 minuti che toglierebbe la voglia di vivere pure a un Dan Bilzerian zeppo di MD fin sopra i capelli. Ignorate la mia playlist dell’anno scorso, non vale una cicca, fate finta che l’abbia scritta qualcun altro. Più che una band, una fede. (Ciccio Russo)

 

7 commenti

  • Allucinanti gli Esoteric. Non sbagliano un disco neanche se ci si mettono d’impegno. Speriamo prima o poi si recuperi la data annullata a Marzo a Roma.

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  • I memoriam non sono nulla di eclatante, però per chi aprezza i Bolt_Thrower è sempre un bel sentire. E poi questo terzo album è proprio bello, con riff più ispirati dei precedenti. Esoteric sempre ferali, anche se i due prima a mio avviso erano un pelo meglio

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    • concordo in pieno sui memoriam, le atmosfere sono -quasi- quelle di una volta.

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    • Io degli ultimi adoro “The Maniacal Vale”, “Paragon of dissonance” molto meno, ma resta comunque un disco della madonna. Ma è una questione di come ti prende il disco (per me vale lo stesso discorso che fa Barg con i Summoning: in alcuni dischi degli Esoteric ci sono finito dentro anni ed anni dopo)e soprattutto da quanto nell’economia compostiva c’è di Greg Chandler o di Gordon Bicknell. Quello che hanno fatto con quest’ultimo (speriamo non ultimo, che l’età avanza) è incredibile, ci sono parti che sembrano venire da Epistemological Desponency per crudezza e brutalità. Senza neanche mettersi a parlare di “Descent”, che è un pezzo talmente pieno di tutte le sfumature della loro musica che è idealmente il brano che chiunque credo voglia scrivere dopo quasi trent’anni di attività. Vabbè, la smetto con il number one fan mode.

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  • Il disco degli Esoteric è effettivamente enorme!
    L’unico problema è che ora non sono più così sicuro che gli Shape of Despair siano il miglior gruppo funeral doom.
    Come aggravante la copertina ricorda pure il capolavoro dei Ved Buens Ende…cosa volete di più?

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  • Andrew 'Old and Wise'

    Per me i Memoriam si difendono bene. E ne apprezzo la prolificità, molto 70′ oriented con la sua cadenza annuale. Mi ricorda bei tempi. Sulla qualità, mi è parsa in ascesa album dopo album. Parere molto soggettivo, ovviamente, e non basato su questioni esclusivamente musicali.

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