Il concerto dei Nightwish a Milano e la poetica del camioncino dei panini

Come fanno i gestori dei camioncini dei panini a non diventare ricchissimi? È questa la domanda che mi rimbalza in mente mentre sbocconcello un paninaccio molliccio con salamella precotta e crauti dell’Eurospin accompagnato da una Peroni da 33 per il modico prezzo di undici euro. Il costo delle materie prime, considerata la qualità dei prodotti, dev’essere infimo. Spese per la pulizia vicino allo zero. Costo del personale non saprei, ma non credo facciano contratti faraonici, diciamo così. Poi operano praticamente in assenza di concorrenza, dato che si piazzano sempre strategicamente in luoghi strapieni di gente tipo concerti, discoteche, eventi sportivi etc, rimanendo aperti fino a orari improbabili mentre intorno non c’è nulla. È chiaro che mi sfugge qualcosa e che io non ci capisca molto di come funzionino queste cose, ma davvero non capisco come non facciano a guadagnare cifre folli.

Nello specifico, questo camioncino è gestito da alcune signore, probabilmente rumene, insolitamente allegre e ammiccanti verso gli avventori. È dipinto con immagini di personaggi di Lupin III e con frasi tipo “Solo per numeri uno”. Io ci vado solo quando non c’è davvero alternativa, ma ogni volta non posso fare a meno di sentirmi parte di qualcosa, per la precisione di quell’humus nazionalpopolare che comprende altre cose distantissime da me tipo Vasco Rossi, la Formula 1 e il MotoGP, la Juventus, Emigratis, le vacanze a Ibiza, i commenti arrapati sulle plasticose rotondità di Diletta Leotta, cose così. Argomenti che riescono a fare gli italiani più dei Promessi Sposi e di Giuseppe Garibaldi, che uniscono nel profondo il siciliano e il veneto, il borgataro romano e il giargiana brianzolo. I camioncini dei panini sono talmente radicati nell’immaginario popolare che ogni zona d’Italia ha il suo termine regionale per definirlo: zozzone, lurido, pane e merda, eccetera; dalle mie parti si chiamano ‘mbucati, che vuol dire “sporchi”, e ancora riecheggiano le leggende urbane su tale Ucciu lu ‘mbucatu, ossia Uccio lo sporcaccione, che si narra avesse un cappellino con su scritto “farina” che all’occorrenza si togliesse per poi strofinarsi il cuoio capelluto e far piovere forfora sul panino. Una roba che in ogni altro contesto sarebbe considerata vomitevole, ma che nel contesto del furgone dei panini diventava divertente, dato che il rito del panino più lurido possibile per il ragazzotto italiano nottambulo è l’equivalente dell’agoghè spartana, un orgoglioso rito collettivo nazionalpopolare appena scalfito dall’avvento dei kebabbari, troppo esotici e troppo frequentati da magrebini per poter essere davvero accettati. Anche perché nei kebab non ci puoi mettere melanzane e peperoni, e senza melanzane e peperoni non c’è Italia. Siamo tutti uguali davanti al camioncino dei panini, e se per caso partisse il motivetto di Seven Nation Army la coesione sociale sarebbe tale che Massimo D’Azeglio potrebbe guardare giù e dichiararsi finalmente soddisfatto.

Nel mentre mi guardo intorno e mi accorgo che il pubblico dei Nightwish è molto diverso da come me lo aspettavo. Loro non li vedo dall’Evolution Festival del 2005 e di quel giorno ricordo una sterminata marea femminile urlante, sublimata nella lotta spietata a fine concerto tra due ragazze che si rotolavano nel fango tirandosi i capelli e artigliandosi il volto per contendersi l’asciugamano sudato di Tuomas Holopainen, mentre intorno a loro la folla le incitava sghignazzando. Qui invece è pieno di maschietti, che sono addirittura in maggioranza, il che esclude che siano meri accompagnatori di mogli e fidanzate (come sono io, lo dico per mettere le mani avanti). Ma non solo: c’è un’eterogeneità pazzesca, il che mi fa rendere conto di quanto i Nightwish siano genuinamente un gruppo trasversale. Dall’adolescente al sessantenne, dal metallaro al tipo da discoteca, dalla goticona attempata al tizio che ti trovi di solito in fila al camioncino dei panini che commenta l’ultima gag di Pio e Amedeo.

Entriamo nel padiglione della Fiera di Milano quando fortunatamente i Beast in Black hanno già smesso di suonare. Li avevamo già visti di spalla ai Rhapsody of Rhapsody a Bologna e per pietà, basta così. Vado a prendere una birra, costo 7 euro. Andiamo a guardare per curiosità il merchandising: una maglietta dei Beast in Black 35 euro, una dei Nightwish a 45 euro. E infatti nessuno compra niente, e la fila per le birre è molto più corta del solito. L’altro giorno leggevo Devin Townsend che si lamentava che coi tour non si riesce più a guadagnare. E ci credo, bello mio. Mò non è che uno deve accendere un mutuo ogni volta, già è tanto che paghiamo un biglietto cifre stellari, che è vero che c’è crisi per i musicisti ma c’è crisi pure per noialtri, sai.

Ci piazziamo al centro del palazzetto gremito, di colpo crolla il sipario, iniziano a salire i musicisti e comincia quel caratteristico BUM BUM BUM in battere che sostiene buona parte dei pezzi dei Nightwish, più o meno da quando hanno rigettato il power metal in doppio pedale. La prima canzone non la conosco, la seconda sì, è Storytime. Holopainen è giustamente piazzato al centro in alto, sotto di lui c’è Floor Jansen, per la quale le belle parole non sono mai troppe. Non c’è fan dei Nightwish che non possa fare a meno di sentirsi orfano di Tarja, dice con una punta di rammarico mia moglie, ma Floor Jansen era la scelta migliore che potessero fare in assoluto. Verissimo, nulla da eccepire. Insieme a loro c’è sempre il fedele Emppu Vuorinen alla chitarra ma non ci sono più né Marko Hietala né il batterista storico, sostituiti da due affidabili session già impegnati con svariati gruppi finlandesi, tra cui Wintersun, Rotten Sound, Swallow the Sun, eccetera. Il batterista è già stato turnista live per gente come Paul Di’Anno e Joe Lynn Turner, il bassista era anche nei Norther e ha suonato in Dreams of Endless War, uno dei miei più grandi dischi-feticcio di sempre. Completa il quadretto lo zufolatore di piedi Troy Donockley, la cui utilità mi sfugge in un gruppo il cui lìder maximo è un tastierista che potrebbe facilmente riprodurre da solo quelle partiture. Ma, come si è già detto, Holopainen fa quello che gli pare e se la cosa non vi piace go start your own band, come dicevano gli Alestorm.

Sul concerto in sé credo che la cosa più importante da citare sia l’estrema professionalità del gruppo. L’acustica non è perfetta (ma sempre meglio del disastro sentito ai Cluth dieci giorni prima) ma davvero è impossibile non godersi lo spettacolo se non si hanno grosse pregiudiziali verso il gruppo. Fanno quasi solo pezzi dell’ultima dozzina d’anni: dell’epoca Tarja solo tre da Once, ovvero Dark Chest of Wonders, Nemo e Ghost Love Score, il che significa che da quella splendida doppietta power di inizio carriera non suonano nulla. Io però me la godo lo stesso, devo essere onesto. Sarà perché loro mi ispirano simpatia, sarà perché non si risparmiano in niente, sarà anche perché loro sono migliori di tutti i gruppacci brutti che hanno ispirato messi insieme, sarà perché subisco il fascino del kitsch tremendo che oggi si esplica visivamente nella scelta delle immagini sui megaschermi, con cuoricini che esplodono, tartarughe marine che nuotano tra i coralli, gabbiani in volo verso il tramonto, lune piene e lupi ululanti, cigni che intrecciano vicendevolmente il collo eccetera, con lo stesso gusto pacchiano che guidava i disegnatori delle magliette Alkemy e quegli artisti di strada che disegnano quadri psichedelici con le bombolette. Poi quei pezzi fragorosi in cassa dritta che fanno BUM BUM BUM, botti, tricchetrac e un sacco di fiamme che manco al Wacken; fino a poco fa in Italia erano vietati i fuochi nei locali al chiuso, il che è anche uno dei motivi per cui la WWE non fa mai spettacoli da queste parti (un altro motivo è che, le rare volte che è successo, il pubblico continuava a cantare ollellè ollallà faccela vedè faccela toccà appena saliva sul ring una lottatrice seminuda, ma gli americani non capiscono queste cose, vagli a spiegare a quegli scimmioni la poetica del furgoncino dei panini). E mentre osservo questo dispiegamento di tamarraggine, così similmente speculare alla tamarraggine testosteronica che mastico solitamente, mi viene in mente l’ILLUMINAZIONE:

I NIGHTWISH SONO I MANOWAR DELLE FEMMINE

Come a confermare questa ipotesi, parte un pezzo voce e chitarra acustica in memoria di chi non c’è più, e sugli schermi escono varie facce tra cui quella di Alexi Laiho, che in fondo era un po’ il Dimebag Darrell delle femmine. Esattamente e specularmente come fanno i Manowar a ogni concerto, omaggiando Lemmy, Orson Welles, Scott Columbus eccetera. Forse è questo il motivo per cui riesco a sopportare così facilmente anche i peggiori Nightwish, forse è questo il motivo per cui mi stanno così simpatici. In loro rivedo un riflesso distorto e feromonico dei Manowar, uno dei principali motivi per cui mi sveglio alla mattina. È forse per questo che in quel pezzo scrissi che Tuomas Holopainen è più metal di tanti altri musicisti che alla fine il metal lo suonano per davvero. Quindi HAIL AND KILL, Tuomas. Fra cent’anni verrai anche tu portato nel Valhalla, non dalle valchirie ma da uno stormo di cigni rosa confetto, mentre un coro di puttini intona il ritornello di Ghost Love Score. Il tuo amico zufolatore però non sarà ammesso alla corte di Odino, perché vabbè che vabbè, caro fratello nel metal, ma a tutto c’è un limite. (barg)

6 commenti

  • Tutto molto bello, ma questa cosa che non sei venuto insieme ad altri noi 3 gatti a vedere gli haggard nella ridente provincia novarese me lo segno sul mjolnir

    "Mi piace"

    • Lascia stare, mi vergogno calvinisticamente di questo e merito tutti gli insulti del mondo. A parziale giustificazione adduco la necessità di trovare qualcuno a cui lasciare il bimbo per la notte, perché saremmo tornati a casa dopo l’una. Per curiosità, a che ora è finito?

      "Mi piace"

  • Non che tifare ambrosiana da una prospettiva “south of heaven” sia meno sotto o sopra la media, direi.
    Il report mi ha fatto sorridere. I Nightwish molto meno.

    "Mi piace"

  • Kai Hato arriva dall’oscuro sottobosco del death metal finlandese della prima ora: Cartilage, Vomiturition e non ricordo più che altri gruppi. Un po’ come Elias Viljanen, che tutti associano ai Sonata Arctica, ma che era il chitarrista dei Depravity.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...