CLUTCH // GREEN LUNG @Fabrique, Milano 26.11.2022

Giuro che, se il Barg non mi avesse detto per tempo che le danze avrebbero avuto inizio alle 19:30, per quell’ora sarei stato ancora sul divano a grattarmi una chiappa. Orario strano, sabato sera e solo due gruppi in programma, i Clutch come show principale ed i Green Lung a fare da spalla. Così, smosso principalmente dalla voglia di vedere questi ultimi che avrebbero suonato per quell’ora, mi avvio di fretta e plano al Fabrique giusto in tempo per l’avvio della serata. No, anzi, ho perso i Tigercub. Scusate ma prima non sono riuscito ad arrivare, che ne sapevo io. Stasera la delegazione di Metal Skunk è nutrita: ben tre decani, nelle persone del Barg, di Ciccio e di Enrico, oltre ovviamente al sottoscritto in rappresentanza delle nuove leve spremute e sfruttate dalla Premiata Ditta. C’è anche il lettore Andrea che, per essersi presentato con una maglietta dei Type O Negative, guadagna senza bisogno di ulteriori prove il titolo di persona migliore in sala.

Ma non c’è ancora tanto tempo per i convenevoli, che sul palco il quintetto di Londra ha iniziato alla grande. Già presentarsi con due striscioni verticali con illustrazioni di caproni impennati non può che farti prendere le cose per il verso giusto. Poi ci mettono sorrisi e riffoni. E canzoni. Tutto giustissimo. Si tratta del primo concerto in Italia e noi siamo orgogliosi di presenziare. Scaletta ovviamente divisa equamente tra i due album, l’ottimo esordio Woodland Rites e il forse ancor più meritevole seguito che lo scorso anno ci ha mandato in brodo di giuggiole. Dal vivo la resa dei cinque è decisamente degna delle aspettative. In particolare il chitarrista, quello dall’aspetto più heavy di tutti, gestisce benissimo riff sabbathiani ed assoli con tecnica sicura. Nel dettaglio delle armonizzazioni ha il gusto di un Bill Steer classicheggiante. E sono avvincenti i dialoghi con il tastierista, l’unico altro capellone della congrega.

Altra gran bella sorpresa il cantante, che dimostra di prendere Ozzy solo come punto di partenza e di andare poi ben sicuro per la sua strada. La sua voce nasale è stata a lungo l’ostacolo per cui non me li sono goduti per un po’, ma invece sa cantare decisamente bene, dal vivo meglio che su disco, più potente. Insomma, la banda è già abbastanza rodata da meritare la consacrazione. Personalmente il batterista mi è parso un freno a mano tirato che non ha fatto decollare alcuni momenti come avrebbe dovuto. Un giorno vi tedierò con la teoria sul tempo ed i batteristi che un mio amico che si fa chiamare Giasone e assomiglia a Caravaggio mi raccontò una volta in treno. A sintetizzarla, si potrebbe dire che ci sono batteristi che anticipano il tempo ed altri che lo frenano. Vabbè, ma io non sono mica un batterista e rischio di non dirla tutta bene, né di contestualizzarla. Tornando a stasera, forse il problema è anche il suono che smorza parecchio la ritmica, anche se peggiorerà persino coi Clutch. Volume altissimo, nessuna definizione. Cassa altissima, rullante silenziato, basso impercettibile, se non come rimbombo, chitarra poco protagonista. Comunque grandi pezzi suonati dai nostri, con Old Gods, Graveyard Sun e Reaper Scythe a fare da cuore del set, mentre inizio e fine affidati ai pezzi più solidi dell’esordio. Ovvero la stessa Woodland Rites a sciogliere colli e le teste ed una stupenda Let the Devil In a chiudere in bellezza. Mi ricordo che da ragazzino sognavo di mettere su una band a metà tra Black Sabbath e Jethro Tull. Beh, per certi versi l’hanno fatto loro, sicuro meglio di quanto sarei stato mai in grado di fare io. Meglio così, e tutto il corredo tematico folk horror è francamente una figata.

Mentre quindi si riallestisce il palco per i Clutch, abbiamo modo finalmente di chiacchierare e discutere delle cose bellissime che alcuni di noi hanno scoperto stasera a proposito del Fabrique, discoteca nel fondo della periferia industriale ad est di Milano. Tipo che riporre la giacca nel guardaroba costa 5 euro e una birra, un bicchiere da non più di 0.4, ben 8 euro, che per proporzione fa 20 euro al litro, quando è solo da pochi anni che ci siamo abituati a malincuore al nuovo standard di mercato di 10 euro al litro (5 per una pinta). Inoltre il Fabrique non consente di uscire e rientrare (ecco che il guardaroba diventa per alcuni una necessità). Avevo poi dimenticato di dire al Barg di parcheggiare un po’ lontano, perché nelle vicinanze dei posteggiatori autorizzati e con pettorina ti chiedono 5 euro per un posto tra vie deserte e capannoni vuoti. Che sia il Comune stesso ad esigere il dazio o che sia un diritto concesso al locale, cambia poco. Il principale valore che tiene in piedi Milano è il denaro. Dicono che si tramuti in servizi, il che è anche vero, almeno in parte. Se ci vivete o ci avete vissuto lo saprete benissimo. Metteteci poi pure che il biglietto stasera lo vende TicketOne direttamente online, e sono 30 euro per lo spettacolo, più 4 euro e 50 di prevendita (alla faccia), 2 euro e 31 centesimi di “commissioni di servizio” (ovvero?) e 2 euro e 50 di “costi di consegna” (la mail che mi è arrivata?). Insomma, il solo diritto di entrare in sala (senza uscirne) vale 39 euro. Se dovete fumare c’è un bel recinto esterno al quale avete diritto di accedere senza obolo. Solo che da lì passano pure i roadie che trasportano l’attrezzatura sui furgoni, per cui è probabile che verrete convinti dalla nutrita security a rientrare o farvi da parte per evitare di incrociare lo sguardo o perfino scambiare una parola con roadie o musicisti. Cosa che di solito fa parte di una serata rock/metal di questa taglia, tendenzialmente. Ma il Fabrique è evidentemente tarato su una scala differente, un diverso pubblico, un diverso tipo di “evento”.

Intanto il palco è nuovamente pronto e salgono i Clutch, ovviamente omaggiati dal pubblico folto (tantissime le maglie della band, non pensavo ci fossero tanti fan). Il motivo della salita nella capitale delle nebbie di Ciccio ed Enrico sono loro, anche a spese dei loro stringenti doveri familiari. Avendoli visti all’Hellfest più volte (ci hanno raccontato benissimo cosa hanno vissuto qui e qui) la voglia di vederli dal vivo nuovamente in una data tutta loro li ha distolti per alcune ore dalla cura della prole. Quando poi si doveva decidere chi avrebbe dovuto scrivere questo report, ho fatto presente di non essere la persona più indicata, in quanto non esattamente un fan dei quattro del Maryland, ma sappiate che Metal Skunk è l’unica azienda italiana che difende gli interessi di chi contribuisce al sovrappopolamento del Paese a spese di chi, invece, ancora indugia. Rifletteteci, la prossima volta che dovrete inviare un CV. Comunque, cercherò di essere obiettivo.

Il primo impatto lo fornisce l’aspetto dei quattro, incanutiti molto più di quanto avrei pensato. Tim Sult, il chitarrista è una specie di incrocio pericoloso tra l’ultimo Ron Asheton e Massimo Fini, senza Ray-Ban ma costantemente curvo sulla sua Gibson, alzando lo sguardo tre o quattro volte in tutto durante il concerto. Anche il bassista se n’è restato dietro le file, piuttosto composto e dall’aria serafica. Quindi l’unico mattatore, vero animale da palco, è Neil Fallon. Stasera presentano il nuovo disco, Sunrise on Slaughter Beach, di cui credo riparleremo a breve. La scaletta risulta essere più rilassata ed incentrata maggiormente su boogie e rhythm & blues che su hard rock e stoner. Qualcosa quasi filo-kyussiano degli albori resta evidente in alcuni riff, ma poi la storia più recente è stata un’altra e, anziché psichedelia liquida, i nostri hanno spacciato per anni turgore e sudore. Ed è la parte sia della discografia che della scaletta di stasera mi conquista maggiormente. Burning Beard e Earth Rocker sono brani spezzaossa, dal vivo anche di più. Sotto al palco infatti si crea una discreta mischia, nella quale Enrico non può esimersi di gettarsi in preda al fomento. Onore a lui, che ha dovuto resistere anche agli strattoni bonari di un gigantesco vichingo, ubriaco come una scimmia. Onore anche a lui, e speriamo che fosse arrivato già alticcio e non abbia dovuto iniziare ad alcolizzarsi al Fabrique, altrimenti vorrebbe dire che adesso è povero. Però dicevo che la scaletta alla fine è stata maggiormente meditata, anzi, ballabile. Qui francamente ammetto il mio limite. Mentre a fine show Enrico, Ciccio ed il lettore Andrea scambiavano commenti su una scaletta piena di pezzi minori per intenditori, tutti concordavano che non fosse stato il tipo di set-pezza che tiri fuori quando devi ribaltare l’orda di Clisson. Io sulla componente invece nera, nel senso di blues e rhythm & blues mi esprimo meno. Rimango un po’ freddo nel caso specifico (e ho i dischi di Sam&Dave a casa, se me lo chiedete), mentre i nostri non paiono per niente dei redneck o assimilabili al white thrash (forse Tim Sult per come è abbigliato) e in fondo paiono educati. Ma diciamo anche che a penalizzarli tantissimo stasera è stato il suono, peggiore di quello dei Green Lung. È la quarta volta che vado al Fabrique ma la prima per un concerto heavy, quindi non avevo notato fosse un problema così grande. Poi, se l’affluenza attesa non è molta, chiudono mezza sala con dei tendaggi. Questo anche, a livello di suono, potrebbe contare. Volume alto da stordire ma suono per nulla definito, la batteria esce smorta, il basso solo un eco lontano. Fallon però si dà da fare, si fa portare chitarre, un theremin, un cowbell, sorride, incita, recita, fissa con occhi spiritati le prime file, sicuramente lo spettacolo lo regge anche da solo. Comunque dopo una ventina di canzoni, bis inclusi, si chiude con Impetus, che Enrico ci chiarisce essere una chicca ripresa da un EP degli anni ’90, a conferma che la scaletta della serata non è stata compilata con l’intento di acchiappare e stendere un ascoltatore occasionale come il sottoscritto.

Comunque alla fine, saranno state le dieci o al massimo le dieci e mezza, quando si spengono gli ampli noi siamo a centro pista alle prese con le considerazioni di cui sopra. Enrico ha anche recuperato la scaletta. È la sua specialità, ma non vi sveleremo il suo segreto. Comunque, ecco, arrivano poco dopo quelli della security a sgomberare la sala e spingere (col sorriso, si intende) il pubblico verso l’uscita, salvo chi dovrà fare almeno dieci minuti di fila al guardaroba. Strano, no? Nemmeno tanto, scopriamo che la sala va riallestita per il dj set della serata. Sì, esatto, un altro show, un altro “evento”, stesso luogo, stessa sera, pubblico diverso. Ecco il perché di un’apertura dei cancelli così anticipata. Onestamente non ricordavo mi fosse capitata la stessa cosa al Fabrique le altre volte, ma non mi meraviglierebbe, visto che di solito io alzo i tacchi presto. Insomma, se vuoi assistere anche al dj set successivo immagino tu debba uscire ed acquistare un altro biglietto. Lecito, ovviamente, ma non riesco a non trovarlo antipatico. Mi era successo anni fa al Circolo degli Artisti a Roma, con due concerti nella stessa serata “con possibilità di abbonamento” e i buttafuori (loro senza sorriso, anzi) che ti cacciavano o consentivano di rientrare col lumicino, anche se la band stava suonando già, gorghi di persone e situazione imbarazzante. Al Fabrique hanno il buon senso di frapporre almeno un’ora tra i due spettacoli (buon senso che al Circolo mancava). Però insomma, ci siamo trovati sbattuti fuori (metaforicamente) in men che non si dica. Chissà, avremmo potuto farci un’altra birra dentro, al loro prezzo… Invece abbiamo fatto ricorso al baretto di fronte, luce soffusa, musica latinoamericana sparata a volume criminale e aria di posto dove accadono cose in orari in cui di solito la gente, me compreso, dorme. Non si entra a Metal Skunk per caso, devi condividere alcuni valori base, tra cui l’attrazione per questo genere di posti. Persino una birretta da 33 cl a 5 euro sembra un miglioramento, anche se pure quello non è mica un regalo (15 euro al litro). Così si chiude la serata a raccontarci di prole (chi ne ha) e di Roma (chi ci vive). Milano è degna di ben poca menzione. A mezzanotte ognuno per la sua strada, mentre affluiscono torme di ragazzetti fluidi e fluo, colori arancio e lampadine sui vestiti. Avranno la loro serata memorabile, glielo auguriamo. Anzi, un evento. Noi siamo vecchi, provati anche dallo sgarbo di una serata in cui a momenti abbiamo dovuto pagare anche l’aria da respirare. Quindi, se vi capiterà di andare al Fabrique, mi sento di consigliarvi di parcheggiare sulla pubblica via, in via Mecenate, meglio sotto un lampione, in posizione visibile, e farvi qualche minuto a piedi. Lasciate borse e giacche ingombranti in auto (magari nel portabagagli, per non dare nell’occhio). Abbiate già un programma sul cosa fare dopo, per non ritrovarvi a dover decidere delle vostre vite alle dieci di sera senza un cazzo da fare e con un freddo becco. Se guidate, è la volta buona di non bere per davvero, per una sera. Se non guidate, valutate voi, ma potreste arrivare già sufficientemente allegri perché basti una birra soltanto, per rifinire. Sui diritti di prevendita di TicketOne (e annessi e connessi) non posso farci nulla. E sul suono spero siate più fortunati. (Lorenzo Centini)

8 commenti

  • Cesare Carrozzi

    PEZZENTI INDESCRVIBILI.

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  • Cesare Carrozzi

    *INDESCRIVIBILI

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  • Visti in stessa location qualche anno fa, confermo suoni imbarazzanti. Se stavi alla destra non sentivi la chitarra, se ti spostavi a sinistra sentivi solo quella
    Mai più, detta come Zequila

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  • Presente. Condivido pienamente tutta la critica sul Fabrique e su Ticketone, francamente imbarazzanti. Però bel concerto!

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  • grazie Satana (o forse grazie dio Pan?!) per i Green Lung.
    Siete valsi tutti i 518km che ho fatto andata e ritorno per venire ad assistere alla vostra prima calata in terra italica. E’ bastato l’intro con caproni impennati e squillo di trombe per prendermi bene e farmi passare la bestemmia per la tassa parcheggio-birra-guardaroba (che sommati fanno già da soli il 50% del valore del biglietto..)
    … ma ripeto.. grazie Satana per aver portato qui i Green Lung ed averceli presentati in forma smagliante.
    Erano anni che aspettavo un gruppo di giovanotti capaci di buttare giù una musica del genere, pesante, coinvolgente, rispettosa del sacro periodo Sabbath 70-78 eppure originale e dinamica… mooooolto bene! Continuate così, in alto i vostri caproni!

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  • Bella recensione. Per il “TEMPO” dei batteristi, non so se centra: penso che ci stiamo riferendo al modo di suonare di Bill Ward, la sua tecnica swing mutuata dal jazz, ma impiegata pestando forte: perciò è in leggero ritardo sulla battuta. Il suo volume, la sua pacca, la pressione sonora (molto diversa da un Bonham che suona DRITTO, alla Vinnie Paul per intenderci, quasi in anticipo… e quello è l’Hard Rock) costringe Iommi e Butler ad alzare il volume degli ampli. Così nasce l’Heavy. Così nasce il Doom. Che lo sentiamo caldo proprio perché swingato, umano, naturale, perfettamente accordato con la rotazione della Terra. E poi quando si rallenta ULTERIORMENTE, ma fatto bene, tipo nei dischi delle Konvent, allora ti prende alle viscere e stai MALE, perché trovi te stesso, una collocazione, una sintonizzazione tra te DISAGIATO (che non sta bene nel mondo frenetico ma vorrebbe che i ritmi di vita si svolgessero più semplici e naturali) e il suono DISAGIATO della band

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    • Lorenzo Centini

      Ne facevo più una questione di dinamica, ma non intendendomene di tecnica dello strumento conta che rischio di dire cazzate. Pensa che volevo contrapporre all’opposto Ward a Vinnie Appice. O Clive Burr a McBrain.

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      • Ma infatti. Appice, a detta sua, era fin troppo freddo, tecnico, dritto. I primi tempi in cui suonava con i Sabbath si dovette sforzare di rilassarsi un po’, sciogliere il suo tiro per rendere l’atmosfera cupa e doomy di Ward. Che grande musica, non smetterei di ascoltarla e parlarne.
        E Clive dal vivo rende proprio la tensione che percepisci quando ascolti i primi live dei Sabbath, tipo nelle sparate proto-punk di Paranoid

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