Andare a spasso per cimiteri coi GREEN LUNG – Black Harvest

Il concetto di folk horror è tanto affascinante quanto scivoloso. Finisce che poi nel calderone ci rientrino deliri onanisti da studenti fuorisede del DAMS in fissa per i tre -ino (Tarantino, Sorrentino, Guadagnino) più che per Pupi Avati o la Hammer. I Green Lung nella categoria ci rientrano a pieno titolo, per lo meno per l’immaginario e i testi. Per la musica invece la partita è un po’ diversa, come vedremo. Iniziamo intanto col dire che vengono da Londra, per cui non hanno proprio il classico profilo dei ragazzi di campagna. Ma già con un disco e un EP si erano distinti come influenti influencer folk-horror. Già, ho usato quella parolaccia, perché hanno avuto la furbizia di promuoversi parecchio sui social con un immaginario praticamente perfetto di boschi, dolmen e green man.

Diciamocelo: non aspettavamo altro. Ma musicalmente dal nuovo Black Harvest non aspettatevi misteri folk (più o meno neo) o doom spettrale. Per queste cose conviene rivolgersi ai dischi più o meno riusciti degli Hexvessel, tipo No Holier Temple del 2012. O al grazioso disco di folk psichedelico uscito a nome Dust Mountain, con gente del giro Hexvessel e Oranssi Pazuzu. La ricetta del nuovo disco dei Green Lung è basata piuttosto su due ingredienti principali: riffoni fragorosi e canzoni piuttosto immediate e brillanti, che arrivano subito al dunque, ovvero al ritornello innodico. Quasi da stadio. È proprio questa la prima cosa che viene da pensare con la rocciosa Old Gods, che, a dispetto della forma sostanzialmente stoner, la voglia sia quella di giocare una partita più grande, magniloquente, popolare.

I riff sono appunto macigni, come d’altronde le parti di batteria, ma hammond a profusione e un ritornello facile, acchiappone (brit rock?) ne fanno un’altra cosa. Roba da stadio, forse. O quanto meno da arena. E magari fosse. Magari finissero per passare alla radio veramente. A dispetto quindi dell’immaginario occulto e di nicchia, e dell’impianto lirico sicuramente coerente, i Green Lung scommettono sul fare il grande passo verso la popolarità, cercata più con la musica, però, che con gli artifici (i social, ok, ma il disco sta in piedi sulle sue gambe). E occhio, pare abbiano rifiutato offerte interessanti per accasarsi alla finlandese Svart, che appunto ci ha già deliziato con Hexvessel e Beastmilk, e che inizia ad avere un catalogo di tutto rispetto (vedi appunto i Dust Mountain ed il prossimo dei Messa). Quindi eccola la scommessa: restare indipendenti e diventare contemporaneamente un nome di punta per le masse, magari un po’ sparute, ma che ancora si dedicano al Culto del Riff.

Green-Lung-Black-harvest-cover-2021

Oltre ai riff, Black Harvest è però un disco pieno di canzoni, a cascata. A parte le intro dei due lati del vinile (è concepito per essere un LP), I pezzi sono tutti potenti e grandiosi. Leaders of the Blind, Reapers Schythe, la Old Gods già nominata. E due altri numeri talmente clamorosi da schiacciare ogni residuo di resistenza. Ovvero Graveyard Sun, la canzone perfetta per l’Halloween appena passato, con incedere folk (questa si) esplosioni di psichedelia necrofila e necro(ro)mantica (e un pizzico di british humor: vi ritroverete a cantare “a little death never hurt anyone”). E una coda entusiasmante che sembra quasi provenire dal genio di Josh Silver e Pete Steele (ditemi voi se sbaglio).

E poi Doomsayer, enorme, parossistica, la chiamata alle armi del popolo Stoner e sabbathiano riunito, un brano che spezza definitivamente il fiato, tanto è eccessivo nella pesantezza circolare dei riff di chitarra e del wah wah del basso. La chiusura del disco poi (Born to a Dying World) è quasi dolce, casalinga, tristemente romantica, ma con quegli intarsi sghembi di fiati ’70ies che mettono una curiosità enorme per un possibile sviluppo in direzione prog della faccenda.

Black Harvest è tra i dischi metal più importanti dell’ anno, sicuro. Fortemente ancorato nel suono dei Black Sabbath (magari rivisitato in maniera non dissimile a quella di gruppi Stoner che venti anni fa erano in fissa coi funghetti e gli hammond, vedi Spiritual Beggars, Mushroom River Band, Mystic acrewe of Clearlight). Con accelerazioni heavy, alla bisogna (non so se è il caso di scomodare i Witchfinder General). Sembra un film di Jean Rollin ambientato al cimitero di Highgate (facile, questa), ma col ghigno sardonico e ancestrale di Ian Anderson, coprotagonista insieme a Brigitte Lahaie. Ed è soprattutto il disco di riffoni più serio con cui vi confronterete quest’anno. Quando sarà finita l’ultima nota, continuerete ad annuire a tempo ancora per una decina di minuti abbondante. (Lorenzo Centini) 

One comment

  • Questo disco è assolutamente una delle cose migliori uscite quest’anno con Jointhugger e Monolord. Il fatto che sia pieno di piangini che la menano sulla morte del metal e su quanto facciano cagare le nuove leve e poi nessun like a questo post la dice lunga secondo me… comunque la risposta è sempre la stessa: su il volume!

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