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La finestra sul porcile: IL SIGNOR DIAVOLO

15 settembre 2019

Non sarei neanche la persona più adatta a scrivere de Il signor diavolo, poiché di Pupi Avati avrò visto tre o quattro film in vita mia, e Matteo Cortesi è sicuramente molto più a conoscenza dell’autore rispetto a me. Il punto è che questo film m’è piaciuto talmente tanto che non me la sento affatto di non condividerne con voi un pensiero a riguardo. Poche volte mi capita di esaltarmi con gli horror, quelli attuali visti al cinema, perché il genere ha compiuto la sua totale e innegabile trasformazione in fenomeno da intrattenimento e incasso: in poche parole i film devono evitare il divieto ai minori, disturbare poco o nulla e farti fare giusto qualche salto sulla poltrona, il che si traduce nell’alzare i volumi al massimo quando, giusto un attimo prima, tutto quanto era in rigoroso silenzio. Salterai, eccome se salterai, ma senza paura né raccapriccio, né alcun altro genere di sentimento che darebbe un senso all’essere andato lì anziché a mangiarti una bella bistecca.

Il signor diavolo non è questo genere di film, e non ha la minima intenzione di prendere per il culo il pagante.

In un’epoca dominata dai copia e incolla sugli esorcismi, sono andato a vedere questo titolo semplicemente perché inserirei La casa dalle finestre che ridono nella mia top ten di sempre, senza pensarci su un attimo. L’avrò visto tre volte in vita mia eppure lo conosco pressoché a mente: il titolo del 1976 arrivava in fondo ed era già roba tua. Quindi è un film che funziona, e la pellicola che Pupi Avati ha tirato fuori oggi presenta una costruzione strutturale (ossia luoghi, autorità del protagonista, rapporto amoroso, senso di omertà e rivelazione finale) in un certo senso similare a quella del suo indiscusso capolavoro. Cambia nettamente il concetto di macguffin, rappresentato allora dal dipinto. Al centro si trova di nuovo l’indagine di un protagonista verso un qualcosa dal quale avrebbe dovuto tenersi lontano, e che a lungo andare divorerà letteralmente la sua capacità di raziocinio compromettendo non l’indagine, bensì la persona stessa. L’ambientazione è nuovamente acquitrinosa e permette un senso d’isolamento a doppio senso, cioè proveniente sia dalle sterminate campagne veneziane sia dal singolo cittadino dei paesi visitati, racchiuso in un guscio nel quale gli avvenimenti passati e presenti lo hanno limitato come unica via di protezione anziché fuga.

Il signor diavolo non è il remake o la scopiazzatura de La casa dalle finestre che ridono, né un esercizio di stile messo lì per tributare un’epoca: al limite si permette di celebrarlo senza sforare oltre i limiti concessi, cast incluso. È tutto sommato un film estremamente devoto agli anni Settanta: ricostruisce benissimo l’epoca in cui è ambientato, i primi Cinquanta, in un’Italia nella quale in città si ricostruiva e si lavorava, al contrario delle realtà contadine, dove le donne si mostravano nude in cambio di un coniglio o di qualche uovo. Una realtà lercia, con malati tenuti a riposo in case ammuffite dall’umidità, credenze popolari e tanta superstizione. Il signor diavolo non fa particolarmente paura, o almeno, non nella sua accezione sdoganata in tempi moderni: piuttosto inquieta, poiché in tutto e per tutto parla di paura e tu finisci un po’ per vivere da vicino quel che sta passando Furio Momenté. Non ha bisogno di scene ad effetto, anche se in un paio d’occasioni, una rivelatrice, l’altra del tutto gratuita ossia la visione della culla sanguinante, ne farà un minimo sfoggio esibendo con ciò le uniche cadute di stile di tutta quanta la sceneggiatura.

Sono uscito dalla sala entusiasta. Un po’ perché finali di questo genere, istantanei e non costruiti su di un lento ed epico climax, a Pupi Avati riescono benone. Oltretutto cospargendo di indizi l’intera visione, segno che il regista si è divertito nel nascondere e prim’ancora mostrare certi elementi chiave. Un po’ perché Il signor diavolo è malsano, e ti fa uscire di lì ponendoti qualche domanda come capita con i film che ti sono realmente piaciuti, al contrario di quelli che dimenticherai subito dopo la loro visione.

Essendo estimatore di titoli come La notte dei diavoli di Ferroni, in cui, esattamente come in un vecchio racconto di H.P. Lovecraft, la ragione si sarebbe arresa all’inevitabilità causata dalla grandezza stessa del Male, non ho potuto non andare matto per un qualcosa del genere, marchio di fabbrica italiano, venuto per giunta alla luce nel 2019. Non ci speri, anzi ne dubiti alla sola vista del trailer, ma poi te lo ritrovi davanti e funziona benissimo. Subito dopo mi sarei riscoperto curioso di rivedere ancora una volta Zeder a distanza di molto tempo, una causa effetto che solo un titolo che ha fatto centro può in qualche modo provocarti. E che soddisfazione rivedere Gianni Cavina con Lino Capolicchio! Complimenti, Pupi Avati, e ora spiegaglielo tu alle tre ore del secondo capitolo di It, come si fa questo mestiere. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. vito permalink
    15 settembre 2019 09:49

    Filmone raga ! Ho visto poche immagini ma mi è bastato ! Fotografia inquietante facce che non hanno bisogno di dialoghi !

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  2. El Baluba permalink
    15 settembre 2019 11:38

    visto qualche settimana fa insieme alla mia compagna…boh io mi sono piuttosto annoiato, pur conoscendo ed apprezzando parecchi film del buon Pupi…ho avuto la sensazione che fosse tutto parecchio raffazzonato, dalla trama al girato. Invece la mia compagna ne è entusiasta nella stessa identica maniera che viene descritta nell’articolo. Mi sa che mi toccherà rivederlo nel prossimo futuro…e comunque non mi hai citato il cameo del buon vecchio Fabio Ferrari in arte Chicco Lazzaretti 🙂

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  3. Luca permalink
    15 settembre 2019 13:48

    Bell’articolo, ma con troppi spolier

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