Il Midsommar calabrese: A CLASSIC HORROR STORY

A Classic Horror Story me l’ha consigliato talmente tanta gente da farmi superare il tabù “Netflix + horror italiano”, un connubio tale da mettere in guardia chiunque. Dopo Shadow di Federico Zampaglione, francamente, non ho contato più di quattro o cinque film nazionali capaci di calamitare la mia attenzione. Uno di questi è certamente stato Il Signor Diavolo di Pupi Avati.

Il regista Roberto De Feo, qui alla cinepresa in coppia con Paolo Strippoli, è un nome particolarmente chiacchierato da quando in ogni dove s’è fatto il nome del suo The Nest. L’ho guardato, suggerito da altrettanta gente, e francamente non è scoccata alcuna scintilla. De Feo è tuttavia un regista particolarmente capace, ma è come se dovesse ancora maturare; un bivio, questo, oltre il quale o cominci a fare le cose perbene oppure vai avanti a raccomandazioni, come capitato in America ad Eli Roth: Cabin Fever, appunto, quando si diceva dovesse maturare, e poi poco altro da annotare sul taccuino.

Sto scrivendo queste righe precisamente al termine della visione del film. Generalmente mi prendo un po’ di tempo per metter meglio a fuoco quel che ho visto, ma oggi non ho niente da fare. A Classic Horror Story, direi e confermerei, è un tributo al cinema horror con un’idea, una sola, in mezzo a tutto il resto. E una gli basta, anche se certamente non gli avanza.

In passato molti registi hanno adottato un simile piglio, come ad esempio il Wes Craven di Nightmare – Nuovo Incubo, che altro non era che un preludio a Scream, e appunto Scream. Sta allo spettatore, poi, interpretarla come una scopiazzatura, un banale gingillarsi o una genialata fatta perbene. Scream è a tutti gli effetti divenuto un classico affermato del cinema horror, cosa che percepii un po’ subito alla sua visione in sala, tanto che i suoi sequel si sarebbero così immediatamente crogiolati nell’autocitazionismo da far implodere il franchising. Eppure Wes Craven ci aveva visto lungo, anticipando un’epoca, la nostra, in cui si prendono gli anni Ottanta (e dintorni) al solo scopo di giocarci a piacimento, da Stranger Things a Super 8 a tutto quanto il resto, horror tradizionale incluso.

A Classic Horror Story che cosa cita, in proposito? Troppa roba. Midsommar, classico recente che non ho ancora ben capito se sia un capolavoro d’estetica, e d’atmosfera, o una gigantesca e colossale rottura di coglioni; The VillageNon Aprite Quella PortaLa Casa e in minor misura Le Colline Hanno gli Occhi, riciclando, anni dopo Jeepers Creepers 2, l’idea del camper in avaria in cui rifugiarsi. Troviamo poi la botola, la sirena di Silent Hill, il totem da venerare al posto dell’albero maledetto de La Setta di Michele Soavi e tant’altro. Di citazioni da cogliere ce ne è talmente tante che un terzo di queste saranno uscite involontarie perfino al regista, e io ci sono fissato con le citazioni. C’è anche un co-protagonista che si chiama Francesco Russo, e ci sono pure le fucilate alla Tarantino con la gente che vola all’indietro per metri; ma non è questo il punto.

Spoiler a parte, se avete guardato Quella Casa nel Bosco avete assistito a un film nel film, ovvero ad un “primo tempo” canonico e citazionista seguito da un “secondo tempo” in cui la vera natura del film, e le vere intenzioni del regista, sono emerse con prepotenza, al punto di salvare il titolo stesso dall’essere facilmente inghiottito dall’inflazionato filone slasher, e, in questo caso, snuff o torture porn che dir si voglia. Gli elementi per comprendere che da qualche parte prima o poi si andrà, direi, ci sono da subito; alcuni palesi, altri camuffati al limite di sembrare grossolani errori di sceneggiatura. Essendo volutamente grossolani, sarà necessario fare due più due. Però, ecco, il film funziona discretamente sia nella sua fase canonica sia oltre il cosiddetto plot twist. Non ci presenta niente di fondamentalmente nuovo (la scena della tavolata è una sviolinata clamorosa a un genere di fotografia già adoperato in Midsommar, figura al capotavola inclusa) ma ci tiene incollati allo schermo per tutta la sua durata.

Onde evitare spoiler, come suggerito dalla maglietta stessa di Ciccio Russo nell’altro camper, mi domando però cosa abbia spinto De Feo, o chiunque al suo posto, a tenere quella scena finale. Puoi prenderla con ironia, puoi prenderla come un’altra sviolinata stavolta indirizzata alla casa produttrice, ma è e resta una merda. Peccato. (Marco Belardi)

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