Invecchiare con grazia: PARADOX – Heresy II (End of a Legend)

Per quanto il thrash metal tedesco fosse una questione un po’ ortodossa, è stupefacente osservare quanti gruppi della prima ondata si siano adattati o evoluti in tutt’altro. Aggiungerò alla lista gli Artillery – non esattamente tedeschi, seppur confinanti – gli Iron Angel e, soprattutto, gli Angel Dust e i Paradox. Trovo estremamente intelligente ciò che codesti gruppi hanno negli anni attuato. Se negli States ci si ostina a produrre un thrash metal a palle all’aria a mezzo di cinquantenni bolsi e con i reumatismi, con gli Exodus addirittura più violenti che in passato senza che alla velocità e ai volumi corrisponda una più che necessaria efficacia, in Germania, band come le summenzionate si sono visibilmente spostate verso il power metal, la melodia e i tempi medi.

Ho accettato la nuova versione degli Angel Dust, semplicemente perché conobbi i primi due e Border of Reality più o meno in contemporanea. I redivivi Paradox, sulle prime, li ho rifiutati. E, curiosamente, ne rifiuto ogni nuova uscita per poi rivalutarla un po’ più in là. La sostanza è questa: nell’invecchiare, Charly Steinhauer, oggi cinquantottenne con alle spalle seri problemi cardiaci, ha affinato la propria voce rendendola ancor più melodiosa e corposa che agli esordi. Questo presuppone un ulteriore allontanamento dai canoni canori tipici del thrash metal, toni acuti e sguaiati e richiami al punk. Charly Steinhauer è, oggi e in tutto e per tutto, un non banale cantante power metal.

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Le chitarre sono invecchiate diversamente in virtù dell’avvicendarsi di vari interpreti. I Paradox fondarono la loro (relativa) fortuna su chitarre snelle ed ispirate. Oggi che, al posto di Markus Spyth, troviamo Christian Munzner, non possiamo pretendere similitudini alla sei corde. Ma, soprattutto, su Heresy vi era Harris Johns alla produzione (presso i Music Lab di Berlino), lo stesso di Agent Orange. Il qui presente Heresy II è stato prodotto niente meno che dallo stesso Steinhauer, il che la dice lunga sullo stato attuale della scena. Si rinuncia ad affidarsi a un produttore d’esperienza e si fa tutto da soli con risultati ormai noti a tutti, sebbene del problema si tenda a parlare un po’ a singhiozzo. Ribaltata la medaglia, quale urgenza suicida dovrebbe mai mettere i Paradox alla ricerca di una costosa produzione, se è lampante il fatto che continuiamo ad ascoltarli in cinque?

La produzione di Heresy II fa tuttavia riflettere, ennesimo triste caso di una piena era tecnologica in cui non riusciamo più a ottenere i risultati di trent’anni prima, come se si fosse stabilito che, per tre metallari su quattro, la suddetta musica debba vilmente girare su un telefonino, con una qualità audio standard che non necessita alcun nome illustre dietro la consolle. Non apprezzo a sufficienza i riff, neanche sotto sforzo: sono tutti confusi e impastati da un muro di bassi che sovrasta gli strumenti, dal primo all’ultimo.

La batteria, poi. Ho ascoltato Heresy II su quattro dispositivi: due settati sulla medesima equalizzazione più un paio di cuffie bluetooth e le ottime Shure con cui suono la batteria elettronica. L’ho fatto partire persino sul cellulare, e con lui fanno cinque. Raramente un album mi risponde in modo così poco uniforme se, cellulare escluso, vado a riprodurlo su più dispositivi. Heresy II al variare dell’output è come se fosse ogni volta un album differente, e sono giunto alla conclusione che tramite le casse con subwoofer del desktop, e solamente lì, ottengo una batteria definibile decente. Alle buone Bosch che ho in macchina è come fosse un Midi, completamente priva com’è di dinamica.

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Heresy II comincia a petto rigonfio per poi passare alla corrente alternata in là. Le prime tre sono semplicemente da urlo, tant’è che non riesco a scegliere una preferita. Ci sono le sfuriate in levare tipiche dei Blind Guardian con Stauch, e c’è quel sentore vagamente thrash storicamente insito in Battalions of Fear e negli album immediatamente a ridosso. Come nel caso dei Rage, però, si capisce un po’ subito l’antifona: i ritornelli vantano una ridondante carica melodica che è croce e delizia della ricetta proposta. Alla lunga si somigliano troppo, e i brani impostati diversamente non funzionano altrettanto bene.

Prime tre a parte, le mie preferite sono senza dubbio la potentissima Journey Into Fear e Priestly Vows, delizioso singolo tenuto a metà scaletta. Parlando di varianti sul tema della triade iniziale, Children of a Virgin tiene bene botta, mentre la power ballad, A Meeting of Minds, è un’autentica prova da superare fra lagnose linee vocali e nove azzardatissimi minuti di durata, tra i quali spicca solo la centralissima metallarata. La quale mi suggerisce che Christian Munzner sia sì un buon chitarrista ma non mi galvanizzerà mai quanto un Markus Spyth. Ho poi digerito malissimo il sentore di metal estremo presente in A Man of Sorrow, combinazione che ai Witherfall riesce ma, evidentemente, non a chiunque.

Insomma poteva andare meglio ma, come nel caso di Pangea, Heresy II – pur portandosi in groppa un titolo pesantissimo e del tutto scollegato dalla musica del primo capitolo – si fa apprezzare, specialmente sulla lunga distanza. I Paradox oggi sono un’altra band, scaltra nell’adoperare certi ingredienti dei Blind Guardian a noi cari, e che guarda caso agli odierni Blind Guardian mancano del tutto, e astuta nel non cimentarsi con un forzato thrash metal che, realisticamente, non calzerebbe come in quelle due occasioni in cui i Paradox ci mostrarono un thrash ottimamente ibridato col power anni Ottanta senza sbagliare un solo colpo. Inutile confrontarli con allora, ma una chance a Heresy II dategliela. (Marco Belardi)

One comment

  • Tra le loro produzioni recenti avevo apprezzato molto Tales of the Weird, Slashdead la mandavo in loop per scapocciare a tutta birra. Un po’ (abbastanza un po’) meno Pangea dove lo spostamento sul power si sente molto nettamente. E ancora meno mi piace il disco in oggetto, dove per me il grosso problema è proprio la voce e la poca qualità delle linee vocali di Steinhouer. Lo sento arrancare malamente, con una timbrica per i miei gusti terrificante, mentre cerca di mediare tra la ricercatezza e il rischio di diventare banale. E alla fine purtroppo resta sospeso in cose che mi suonano brutte brutte. Peccato perché poi il disco musicalmente è molto valido.

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