True Norwegian Death Metal: CADAVER – Edder & Bile

Nell’underground norvegese di fine anni ’80 non tutti guardavano ai Mayhem e ai sommovimenti che di lì a poco avrebbero fatto esplodere la scena black metal. A Fredrikstad, 90 chilometri a sud di Oslo, vivevano due ragazzi nemmeno maggiorenni che erano entrati pericolosamente in fissa con Reek of Putrefaction dei Carcass e ne vollero ripercorrere le gesta. Il chitarrista Anders ‘Neddo’ Odden e il cantante e batterista Ole Bjerkebakken incisero nel 1988 il primo demo Into the Outside e l’anno successivo, raggiunti dal bassista René, il successore Abnormal Deformity. La cassettina arrivó all’orecchio di Bill Steer, chitarrista dei Carcass, che decise di metterli sotto contratto con la Necrosis Records, sublabel della Earache gestita dai Carcass stessi. L’etichetta ebbe vita brevissima ma ebbe il tempo di pubblicare, tra l’89 e il ’90, tre classici assoluti come Horrified dei Repulsion, Dark Recollections dei Carnage e Hallucinating Anxiety, l’Lp di debutto dei Cadaver.

L’album conteneva per lo più estratti dalle demo in una versione più rifinita ma il distacco dall’ispirazione originale era già netto. I brani non seguivano le orme della scena Usa ma erano altresì lontanissimi dalla nascente scuola svedese, con un suono aspro e cupo che pescava dagli esponenti più irregolari della scena thrash. Una componente, quest’ultima, che sarebbe stata accentuata nel successivo …in Pains, uscito nel 1992, questa volta su Earache, un disco tecnico ed estroso che rimaneggiava in chiave più brutale alcune intuizioni dei Voivod, con un lavoro ritmico particolarissimo che vide René sostituito dal contrabbassista Eilert Solstad. Il gruppo si sfasció subito dopo a causa dei dissidi tra Odden e Bjerkebakken, che intendeva spingere la musica del gruppo su lidi meno estremi, e dell’inesperienza con i meccanismi più pratici del music business, che sarebbe stata fatale.

Gli anni successivi avrebbero visto Neddo recuperare il marchio, del quale era rimasto unico titolare, per tre volte, con intenti e risultati differenti. La prima resurrezione avvenne nel 1999 sotto il nome di Cadaver Inc. Discipline, il full uscito due anni dopo, fu un lavoro intensissimo e ben inserito nello spirito del tempo, non distante dal suono che avevano sviluppato nel frattempo i connazionali Zyklon e Myrkskog. La band si inventó un pazzesco gimmick che manco i Brujeria, con un sito internet nel quale si spacciava per una ditta che ripuliva le scene del delitto occupandosi di far sparire i corpi, pulire le tracce organiche e così via. Lo scherzo funzionó talmente bene che la fantomatica Cadaver Inc. ricevette decine di richieste da gente interessata ai suoi servigi, fino ad attirare, almeno così si dice, l’attenzione delle autorità di Oslo.

Qualunque fosse stata la ragione del cambio di ragione sociale, il contenuto di Necrosis, pubblicato tre anni dopo, giustificó il ritorno all’antico moniker. La formazione era la stessa di Discipline, con Apollyon degli Aura Noir alla voce, ma quel che ne venne fuori fu assai meno interessante. Ai tempi gli affibbiai, mi pare, un 6 su Metal Shock e, riascoltandolo a distanza di 16 (gulp) anni, confermerei il giudizio. Death metal old school all’europea, efficace ma estemporaneo, nel complesso non memorabile al netto di un paio di zampate ben assestate.

Come spesso avviene quando i musicisti coinvolti hanno altri quarantamila progetti nel frattempo, il disco non ebbe un seguito e la storia dei Cadaver sembró finire lì. Neddo, già attivo da tempo come produttore, suonó come session prima con i Celtic Frost e poi con i Satyricon, dei quali finì per diventare membro in pianta stabile. Già nel 2012 aveva però iniziato a buttare giù qualche idea nuova per un ipotetico ritorno della sua vecchia creatura. La svolta arrivó quando, qualche anno dopo, Anders incontró a un festival Dirk Verbeuren (Soilwork, Megadeth e tanti altri), che, tra una birra e l’altra, gli disse di essere un fan dei Cadaver. Anders gli giró le demo a cui stava lavorando e da cosa nacque cosa.

Nel 2019 uscì un singolo, Circle of Morbidity, che prometteva benissimo. A ritardare l’uscita di Edder & Bile, oltre alla pandemia, ci si mise però un tumore che Anders, per fortuna, ha sconfitto con successo. Tanta attesa è stata ripagata. Preceduto da un promettente Ep di tre tracce lo scorso aprile, con Jeff Walker ospite in un brano, il primo Lp a nome Cadaver in sedici anni è un ottimo disco di metal estremo moderno, dove la produzione alla Nuclear Blast, per una volta, è del tutto funzionale a un suono freddo e cruento, che riprende la ferocia di Discipline e corre su binari stilistici spesso contigui, come appare subito chiaro dallo spietato blast beat che apre l’iniziale Morgue Ritual.

Nei due pezzi successivi, che vedono ospiti Jeff Becerra e quel mattacchione di Kam Lee, riemerge l’influenza dei vecchi padri putativi, non i Carcass primigeni ma quelli moderni di Surgical Steel, sia nelle chitarre che nella timbrica, molto ‘walkeriana’, scelta da Neddo. Altri episodi, come Deathmachine e la conclusiva Let Me Burn, lasciano emergere una sommessa vena melodica e riff dall’incedere doom che contrastano in modo adeguato la furia di accelerazioni che vedono in gran spolvero un Verbeuren che deve essersi divertito parecchio. Lo stile percorso dalla band non sarà originale ma è decisamente personale. Né death, né black, né thrash ma tutto questo e altro ancora. Il classico album che non sembra lasciare troppe tracce al primo ascolto ma si finisce per ascoltare e riascoltare in modo compulsivo senza quasi accorgersene. Bentornati, Cadaver, e speriamo di non dover aspettare altri sedici anni per il prossimo capitolo. (Ciccio Russo)

One comment

  • ” I brani non seguivano le orme della scena Usa ma erano altresì lontanissimi dalla nascente scuola svedese, con un suono aspro e cupo che pescava dagli esponenti più irregolari della scena thrash.”
    Che dire…, proprio ieri mi sono rivisto il live del Dynamo Open Air 95,e 96 (penso i più belli per la gente della nostra fascia di età) e già i gruppi si assomigliavano tutti, la tecnica era scarna, il suono live non era certo curato e finiva per omologare le differenze. Però c’era ancora un po’ di identità data dalle tematiche affrontate, dalle atmosfere create, dalla suggestione che sapevano darti e soprattutto dall’aspettativa che c’era nell’attesa di quei concerti (tipo Nailbomb,Machine Head,Galactic Cowboys,Life of agony,ecc…). Ovviamente i Voivod in formazione a 3 (il loro migliore momento storico secondo me) hanno sverniciato tutti, facendo un baccano con tutte le loro dissertazioni pensando al futuo arrugginito ecc… Altro che punc e panc. Ma questa è un’altra storia!

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