Sarabanda si gira ad Albacete: ANGELUS APATRIDA – s/t

Sento di dover fare un minimo il biografo, a breve capirete il perché. Gli Angelus Apatrida sono quattro ragazzi di Albacete, una ben popolata città spagnola situata a sud ovest di Valencia. Sono inoltre miei coetanei, poiché, se ricordo bene, qualche annetto fa mi ero documentato su di loro e mi resi conto che erano nati nell’ottantatré o giù di lì.

Alla loro età gli Angelus Apatrida hanno già pubblicato sette album, l’ultimo dei quali è l’omonimo appena uscito che vado ascoltando da un paio di settimane abbondanti. Tre anni fa mi ero occupato di Cabaret de la Guillottine, e, dopo pochissimi giorni dal primo ascolto, già mi trovavo a scriverne con un certo entusiasmo. Probabilmente non era il loro migliore, ma l’avrei messo subito dopo The Call o nei paraggi. Rappresentava una significativa e bilanciata svolta melodica che, grazie a pezzi come Sharpen the Guillotine e al suo orecchiabilissimo ritornello, apprezzai e nemmeno poco. Motivi del genere ti portano a procurarti il nuovo album non appena esce, con una fretta che, non riferendosi ad un gruppo storico, rappresenta un segnale parecchio buono.

Angelus Apatrida del 2021 non è per niente brutto ma presenta un problema, un grosso problema. Gruppi come questo non vivono in alcun contesto, e, badate bene, non dipende affatto dalla loro volontà. Probabilmente neanche ci pensano. Non hanno vissuto in quella forgia che fu la Bay Area, la cui pelle mutava di mese in mese tanto che non avresti riconosciuto, in un 1984 a caso, la stessa Bay Area del 1982, in cui gruppi del cazzo si portavano di spalla i Metallica, e in cui James Hetfield comprava un’imitazione della Gibson attaccandoci sopra la piastra d’una Gibson per far vedere a tutti che anche lui, diciannovenne, ne possedeva una. Non hanno vissuto un’epopea, questi qua, e un James Hetfield ne avrà vissute due o anche tre. I Testament, a cui gli Angelus Apatrida vengono spesso associati, iniziarono come Legacy presentandosi sul palco con la camicia nera e il colletto bianco da preti. Nel breve volgere di due album e d’un cambio di moniker già vantavano uno dei migliori chitarristi della scena, Skolnick; al quinto avevano già svoltato stile in un paio di occasioni, e al settimo (l’equivalente temporale dell’album che recensisco oggi, appunto il settimo degli Angelus Apatrida), li ritrovavamo nuovamente sfigurati nell’atto di firmare Demonic, il pesantissimo ma fiacco seguito di Low.

Che cosa voglio dire con questo? Che all’epoca i gruppi avevano qualcosa a cui appendersi per rimanere vivi nell’ambito del mercato, per invidiare i Metallica, o i Pantera, e per sentirsi giovani yuppie che scalano un qualcosa, piuttosto che obsoleti mercanti d’una musica che nessuno desidera più. Oggi sono tutti nati pronti. Non c’è nulla da inseguire e l’unica cosa che puoi attuare è una programmatica alternanza di album più pesanti e album meno pesanti, album più moderni e album meno moderni, album più prodotti e album più rassomiglianti alla presa diretta, affinché nessuno, nel lungo termine, ne rimanga scontento, a partire dal musicista in prima persona.

È lodevole che gli Angelus Apatrida siano fisicamente rappresentati dalle stesse quattro facce che comparirono sul primo album, l’appena sufficiente Evil Unleashed che scimmiottava più gli stilosi Megadeth che i Testament. Ma a questo gruppo manca dinamismo, manca l’effetto sorpresa. Angelus Apatrida cancella di netto tutto l’hype che poteva fiorire da un Cabaret de la Guillottne, iniziando con un singolo, probabilmente il più acchiappone del lotto, che prende per i capelli Fucking Hostile e ne mostra l’impersonalissima visione stando ben attento a non esagerare con quelle metriche nella strofa. Il bello è che Indoctrinate è un bel pezzo, con l’evidenziatore che passa su quel mid tempo centrale da paura, ma non puoi presentarti al tuo pubblico al limite quasi coverizzando i Pantera. Già lo hai fatto nei dischi precedenti, e, se non erro, nell’occasione era stata chiamata in causa A New Level (se non erro il pezzo era Downfall of the Nation) ancora una volta nei primissimi secondi della canzone. Senza alcun pudore. Chiamali tributi, a me iniziano a fare incazzare.

Angelus Apatrida è un Cabaret de la Guillotine spinto eternamente al massimo dei giri: più bassi nei suoni, per cominciare, a scapito di quella secchezza e snellezza che nel thrash metal dei primordi e di fine anni Ottanta fu un po’ un rituale (dai Metallica del quarto album ai Kreator di Extreme Aggression, in pochi fecero eccezione nell’adoperare una simile scelta). Più velocità, più grinta, più tutto. Angelus Apatrida è un album degli odierni Exodus e Testament con sopra un altro nome e tant’anni in meno sul groppone, anche se la voce di Bleed the Crown è modulata esattamente alla Chuck Billy, quasi come un’ennesima provocazione o un cazzo di Sarabanda del thrash in cui devi indovinare a chi è toccato stavolta.

 

Giungo alla conclusione che questo gruppo il salto, quello vero e definitivo, non lo farà mai. Per comodità, innanzitutto. Album similari a quello qui recensito vanno incontro a una facile riuscita, trascinano dal vivo e una hit o due ce le piazzi facilmente pur se l’ispirazione non sta al massimo, come accadde al tempo di Hidden Evolution. Il disco in sé ci riserva le migliori sorprese nella sua seconda metà, dallo speed metal incalzante di We Stand Alone alla seguente Through the Glass, con quella strofa che ricorda un po’ i recenti Armored Saint, un po’ il Marilyn Manson di metà Novanta e un po’ la metrica di Writhe dei Kyuss. Preferirei rimanessero certe sensazioni di già sentito, ma che le avvertissi andando incontro a una maggiore varietà fra i brani. Un’evoluzione dagli album precedenti, soprattutto, altrimenti si fa come i Gama Bomb, i Municipal Waste e tutti quei gruppi simpaticissimi che già non sanno però più dove andare a parare.

Il thrash metal volto ad accontentare grandi e piccini di Testament e Exodus, francamente, mi ha rotto il cazzo, ha perduto ogni magia, non ha alcuno spessore o velleità artistica per cui i giovani, e i già maturi con molti anni davanti a sé, come i quattro di Albacete, dovrebbero accodarsi e riproporne le gesta. Ma oggi è un po’ così, non c’è più niente da inseguire, e, come ho detto sopra, puoi solo pianificare gli eventi e sperare che vada tutto per il meglio. Giungo allora alla conclusione che una scelta all’apparenza sbagliata te la saresti ricordata per sempre, come The Ritual o quel Demonic, mentre qui siamo al cospetto, l’ennesimo, di una musica fatta per essere assimilata e subito dimenticata, in un mondo che ha sempre meno bisogno di capolavori e sempre più urgenza di novità da accumulare sopra ad altre. (Marco Belardi)

2 commenti

  • A mio modesto parere questo revival del thrash è il peggio del peggio della scena attuale. Mi vengono a noia solo a guardare l’artwork, una roba da Slayer della pasta e fagioli.

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  • Sono d’accordo, su tutto. Sul serio. Tranne sull’implicito epilogo. Mentre scriviamo qualcosa continua a muoversi nell’ombra. Il dissenso non si può riassorbire.
    Lord himself
    Enter to abyss
    Non Serviam
    Subterranean Ambitions
    The undersinged
    Never submit
    Like flame he escaped
    Underestimate the mankind

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