Recuperone underground italiano 2020: Naat, Vesta, Liniya, Anamnesi, Taur-im-duinath e Unalei

Come verso la fine di ogni anno solare, arriva il momento dei recuperoni matti e forsennati per scrivere qualche riga sui dischi usciti durante l’anno che ci sono piaciuti ma ai quali non abbiamo avuto tempo di dedicarci in qualità di scribacchini. Ho pensato di focalizzarmi anche questa volta sull’underground italiano, per cui il 2020 è stato un anno molto prolifico (forse non a caso e, d’altronde, come per il resto della scena metal in generale).

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Farei partire l’excursus dai liguri Naat, che sono già comparsi su queste pagine digitali grazie ad un’intervista del nostro Maresciallo – anzi, colgo l’occasione per ringraziarlo per avermeli fatti scoprire -, ma del cui secondo album non abbiamo mai scritto nulla. Come già anticipato, i genovesi sono dediti ad un post-metal con influenze sludge totalmente strumentale. Personalmente, ho un rapporto molto delicato con i gruppi che compongono canzoni e album solo strumentali: per quanto possa apprezzare la loro musica, spesso trovo molto difficile innamorarmene perché ha la tendenza a passare quasi inosservata, senza riuscire a catturare l’attenzione dell’ascoltatore. Forse ciò è anche dovuto alla nausea che mi causò l’incetta di gruppi post-rock tutti uguali che mi misi ad ascoltare compulsivamente per un periodo della mia vita. Naturalmente, live il discorso cambia, come scrissi in occasione del concerto dei God Is an Astronaut, ma su disco tant’è. Nel caso dei Naat il paragone che viene naturale e spontaneo è quello coi Pelican, data la maggiore vicinanza al metal. Ma penso di potermi spingere addirittura oltre e sostenere che, se gli ultimi album dei Pelican mi hanno nel migliore dei casi annoiato, Fallen Oracles mi ha invece coinvolto immediatamente per le sonorità più incisive.

2020 - OdysseyUn discorso molto simile vale anche per i Vesta, gruppo di Viareggio anch’esso al secondo album che propone una musica molto simile. O meglio, se i Naat sono in certo qual modo una piccola eccezione al discorso di cui sopra, questo vale a maggior ragione per i Vesta. I toscani mi hanno fatto chiedere innanzitutto se esistesse una scena post-metal/rock del Mar Tirreno di cui ero rimasto all’oscuro fino ad ora – d’altronde Odyssey è pubblicato dalla ligure Argonauta Records, che in questo genere è solita scovare belle chicche nascoste e che infatti pubblicò anche il debutto dei Naat. Appurato il fatto che fosse solo un mio viaggio mentale, constato appunto che se Fallen Oracles mi era sembrato da subito un po’ più fresco e per questo vicino in qualche modo ai Latitudes (pur con la mancanza di una voce fantastica come quella dei miei amati britannici), Odyssey è invece più ripiegato sugli stilemi del genere, più vicino sia ai Pelican che al post-rock classico. La maturità e le idee ci sono, ma forse mancano di mordente, come il mordente manca quasi sempre per l’appunto a tutto il sottogenere di riferimento. Attendo quindi di vedere i Vesta in concerto per poter dire ancora una volta che, per apprezzare questi gruppi appieno, è necessaria un’esibizione dal vivo. Magari anche coi vicini Naat e in una località affascinante che si situi a metà tra le case dei due gruppi. Butto giù un paio di spunti: un concerto su una piattaforma a largo di una delle Cinque terre a scelta col pubblico che osserva e ascolta dalla terraferma; un concerto nelle Alpi Apuane con una parete di pregiatissimo marmo alle spalle.

Per passare momentaneamente a un genere di cui ammetto di non intendermi molto, vorrei segnalare anche Artificiale, EP riconducibile al drone di Liniya. Ho modo di conoscere l’artista, che si occupa di tutti gli aspetti della sua opera, da quello musicale a quello grafico e ho avuto modo di ascoltare anche gli altri due album pubblicati su Bandcamp tra 2019 e 2020 sui quali, per l’appunto, non mi pronuncio nel dettaglio perché non ne avrei le competenze. Ciò che, però, mi ha colpito maggiormente di questo EP è invece il concept fantascientifico che ha poi influenzato anche la composizione della musica e dell’artwork. Il volto in copertina è stato creato artificialmente attraverso un software di produzione di immagini, così come la voce è “cantata” da uno di quei software di riproduzione di suoni che da ragazzini si usavano per far dire le bestemmie ai computer. Il risultato è alienante e ha un’atmosfera accostabile a quella di film come Blade Runner o Atto di forza (se edulcorato da tutti gli elementi da film d’azione americano anni Novanta che comunque lo rendono il gran film che è). O comunque, se preferite, a quella di una stazione italiana sperduta e desolata dove risuonano solo i messaggi di Trenitalia.

a3625097378_10Tornando a lidi da me più frequentati, non è una novità che il black metal italiano stia regalando grandi sorprese ultimamente. In particolare, la Campania si sta confermando, insieme all’Abruzzo, terra truce per eccellenza (ma anche quello proveniente da altre regioni è stato celebrato su queste pagine a più riprese). E non solo per il quanto riguarda black metal e affini, ma anche in riferimento agli altri generi, perché oltre agli Scuorn, ultimamente si sono affermati altri progetti interessanti come Naga, Párodos e La Janara. Quest’anno è toccato invece al secondo album dei Taur-im-duinath, progetto solista di Eboli pregno di riferimenti tolkieniani, dietro i fili del quale si cela Francesco Del Vecchio, passato sia per Scuorn che Párodos in passato. Il black metal abbastanza classico di The Burning Bridges è decisamente più soddisfacente di quello che era possibile trovare nei suoi precedenti lavori (un demo, un singolo e il debutto sulla lunga distanza). Non perché il nostro polistrumentista non fosse musicalmente pronto, ma perché per gestire un progetto musicale in solitaria sotto ogni aspetto, evidentemente, è necessaria un’abilità che si affina col tempo. Questo secondo album è una prova del nove che viene sostanzialmente superata. Personalmente ho decisamente apprezzato la prima parte in cui è divisa l’opera, Randir, quella più strettamente metal; mentre nella seconda parte, Bare Boughs, acustica, la qualità rimane ottima, ma in confronto alla prima metà rappresenta un calo di tensione troppo repentino e netto per i miei gusti – quantomeno se collocate nello stesso identico album. Amalgamare meglio le due anime dell’album avrebbe sicuramente giovato.

a2953914929_10Altra terra che si è inevitabilmente segnalata per la sua trucità è la Sardegna, la quale ci ha regalato (in questo caso in cooperazione con l’Argentina) ottime sorprese come i Downfall of Nur. Anamnesi, però, nome dietro il quale si nasconde Emanuele Prandoni, polistrumentista arrivato alla quinta pubblicazione in dieci anni di attività da solista e presente dietro ai microfoni negli ultimi album di un’altra perla del black metal italiano, i Progenie terrestre pura, è oramai difficile definirlo una sorpresa. Caurus non è il suo migliore album. Personalmente ho preferito il precedente La proiezione del fuoco, pubblicato sempre dalla ottima Dusktone (la quale ultimamente sta scoprendo molti gruppi prima che arrivino tra le grinfie dell’Avantgarde Music e che si era accaparrata anche il debuto dei sopraccitati Taur-im-duinath). Caurus è decisamente più narrativo, ma questo suo aspetto non funziona sempre. Suo malgrado non riesce ad essere evocativo come il discorso di Ulisse recitato in napoletano su Parthenope.

L’ultimo gruppo che vorrei citare è Unalei. In realtà si tratta anche qui di un progetto solista arrivato finalmente a maturazione. Il discorso è lo stesso per i Taur-im-duinath – è fisiologico che siano necessarie diverse prove e tempo prima di poter raggiungere un livello più che discreto – sebbene il genere di riferimento non potrebbe essere più diverso. Galatea è un album che viaggia tra un folk simile a quello dei Corde oblique più recenti e un rock alternativo à la Anathema (quello della seconda fase della loro carriera e non quel misto di post-rock e Radiohead che il gruppo di Liverpool ha provato a propinarci più di recente). Ogni tanto si può sentire anche qualche passaggio che a me ha ricordato i Novembre di Materia. Se devo trovare un neo al disco direi che forse è un po’ troppo autoriferito per i miei gusti (altro limite che a volte possono presentare i progetti solisti). Ottima invece la sezione ritmica, molto vivace, tanto da arrivare a strizzare l’occhio al metal più classico ogni tanto.

One comment

  • avevo sentito a suo tempo l’EP di debutto degli Unalei è mi era piuttosto piaciuto, come dici te una via di mezzo tra i Novembre e gli Anathema. Ora mi tocca recuperare anche questo…

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