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Quando c’era MySpace: LATITUDES – Part Island

11 maggio 2019

Seguo i Latitudes da quando li scoprii su MySpace ai tempi del loro debutto del 2009, Agonist. Da allora ne sono rimasto innamorato e ho aspettato l’uscita di ogni loro album – a scadenza quasi sempre triennale – con immensa trepidazione, fino a questo Part Island, quarto LP.

A chiunque non sia me in realtà i Latitudes potrebbero sembrare un semplice gruppo post-metal europeo qualunque tra quelli comparsi negli ultimi decenni, forse anche un po’ in ritardo rispetto alle principali band e al periodo d’oro in cui questo sottogenere si stava imponendo nell’universo metal. L’unica particolarità (che non è neanche troppo particolare nella scena) è che le loro canzoni erano quasi tutte interamente strumentali. Infatti proprio i Pelican, gruppo che ha quasi sempre pubblicato dischi totalmente strumentali, sono i primi che vengono in mente ascoltando i britannici – soprattutto per quanto riguarda i loro primi dischi.

La voce, sempre pulita, non appariva che molto raramente, come dall’aldilà o in un sogno. Il fatto che quella voce così soave si inserisse su una base quasi sludge e comparisse su una media di due canzoni su otto riusciva a trasformare questa cosa abbastanza ordinaria in qualcosa di speciale. Tanto che i Latitudes hanno pubblicizzato Part Island come il loro primo album in cui tutte le canzoni sono cantate. Il risultato è ancora più etereo. Meno pesante dei primi due lavori, Agonist e Individuation, meno agitato e movimentato del precedente Old Sunlight, ma più evocativo di tutti gli altri messi assieme. Una traccia come Dovestone, emblema della nuova direzione artistica intrapresta dal gruppo britannico, è quasi doom/stoner nel suo incedere e, più che i Pelican, ricorda a tratti un altro gruppo, del quale parlai su queste pagine digitali in passato: gli Ancestors.

Proprio Old Sunlight era uscito nel 2016, anno in cui sono entrato nella sordida ciurma di Metal Skunk. Essendo uscito a gennaio però non avevo fatto in tempo a recensirlo e avevo solo potuto inserirlo nella playlist di fine anno come miglior album. Siamo solo ad aprile, ma credo che Part Island farà esattamente la stessa fine. (Edoardo Giardina)

2 commenti leave one →
  1. vito permalink
    11 maggio 2019 11:02

    Ottimi per il mio scintillante sistema nervoso !

    Piace a 1 persona

  2. 14 maggio 2019 22:28

    Bellissimo disco al confine tra post metal e doom, basato su un gran lavoro di chitarre su cui si posano momenti delicati e malinconici, che si tiene lontano da crescendo banalotti e non annoia mai. La title track in chiusura è stupenda, con quelle frustate in tremolo picking che profumano di Agalloch…

    Piace a 1 persona

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