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GOD IS AN ASTRONAUT @Villa Ada, Roma, 10.07.2017

14 luglio 2017

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Dopo aver finalmente trovato parcheggio sulla Salaria, mi avvio verso Villa Ada. Mi ci vogliono quindici minuti buoni per arrivare all’ingresso del parco, dove vengo controllato con dei metal detector – forse temono attacchi da parte dell’IRA. Dopodiché faccio la coda all’ingresso e circumnavigo il palco. Quest’anno gli stand sono molto meno numerosi e quelli presenti sono praticamente vuoti.

Passo infine dall’ultimo controllo, quello del biglietto, e mi ritrovo davanti un pubblico che saluta calorosamente i Sadside Project. Ancora una volta arrivo giusto in tempo per perdermi il gruppo di spalla, un duo romano dedito ad un alternative rock tinto di folk. È stato un peccato perché ero davvero curioso di sentirli e il genere, per i miei gusti, si poteva prospettare interessante. Inoltre le copertine mi ricordavano un po’ quelle dei Circa Survive, un gruppo americano sempre del genere che apprezzo e seguo da un po’ di tempo. A quanto pare i due ragazzi sono pure riusciti a ritagliarsi un minimo di fama recentemente grazie al lavoro della Bomba dischi, casa discografica attiva nell’indie romano, tra gli altri, con Boxerin Club e Calcutta – forse è stata quest’ultima informazione che ha spinto il mio subconscio a farmi fare tardi.

19905392_1192651254213442_3510846231856394331_nA questo punto mi prendo una birra e aspetto che arrivino sul palco gli irlandesi. L’isoletta in mezzo al laghetto mi sembra bella piena rispetto ad altri concerti di Villa Ada – Roma incontra il mondo ai quali avevo assistito. E il pubblico sembra anche molto eterogeneo e affiatato: anziani che più in là avrebbero canticchiato tutti i motivetti a memoria, musicisti di mezza età che mimavano la parte della batteria di tutte le canzoni, ragazzini con le pischelle… Dopo un veloce sound-check, sul palco arrivano finalmente i God Is an Astronaut. La primissima impressione è che, come mi aveva anticipato Enrico, live gli irlandesi risultano molto più metallosi che su disco. È vero che negli ultimi album hanno abbandonato la parte più elettronica e hanno appesantito le sonorità; ma questa differenza la si nota comunque, anche se metà delle canzoni della scaletta sono dei primi due lavori. Credo sia dovuto al missaggio, che dal vivo avvantaggia gli altri strumenti a scapito di tastiera ed elettronica, mentre in studio rimane più equilibrato. L’unica pecca di un concerto altrimenti perfetto sono stati, sempre a proposito di equalizzazione, i bassi troppo alti. Quando suonicchiavo inespertamente per gli scantinati della provincia di Milano avevo il complesso d’inferiorità del bassista e alzavo tutto l’alzabile sperando di ritagliarmi il mio spazio. Inutile dire che il risultato era una schifezza. Dubito che Niels Kinsella, che considero uno dei migliori bassisti nel genere, abbia mai provato qualcosa di simile, ma fatto sta che spesso il suo strumento e la grancassa sovrastavano tutti gli altri.

La vocina modificata del cantante Torsten Kinsella mi riporta indietro nel tempo e mi ricorda quella di un gruppetto post-rock che da ragazzetto seguivo dappertutto per Milano e provincia. La relazione tra le due formazioni è ovviamente inversa, ma allora ancora non lo sapevo. In quel periodo lavoravo anche da un commercialista e la band milanese era abbastanza anonima da farmi addormentare ad un loro concerto. Questo sproloquio per dire che ho sempre avuto un rapporto un po’ ambivalente con un genere le cui bellissime atmosfere ma basato sulla ripetizione. Su disco non riesco a reggerlo per tanto tempo; live è tutta un’altra cosa: ne vale assolutamente la pena, e i God Is an Astronaut sono bravissimi a farti esaltare insieme ai climax delle loro canzoni, non importa quanto reiterati. (Edoardo Giardina)

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  1. bonzo79 permalink
    14 luglio 2017 20:58

    concordo, dal vivo sono più metallosi. i loro concerti non stancano anche perché non durano poi tantissimo. peccato che l’ultimo materiale sia in netto calo rispetto a quello precedente (fino a origins almeno)

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