Cinquantenni col piglio giusto: POLTERGEIST – Feather of Truth

Andre Grieder e V.O. Pulver sono due musicisti svizzeri che hanno varcato la soglia dei cinquanta.

Il primo ebbe il suo inglorioso momento di gloria nel 1990, sull’album dei Destruction che ricorderemo per la cover di My Sharona e per i toni ben più alleggeriti rispetto a ciò a cui Release From Agony ci aveva abituati. Era Cracked Brain, e giusto un attimo più tardi i Destruction si sarebbero rivelati una band totalmente bollita.

L’altro è la mente dei Gurd, uno dei gruppi groove/thrash più interessanti e prolifici degli anni Novanta: all’epoca in cui ancora scrivevo su MetalManiacs mi arrivò il promo di un loro album in uscita su Century Media, e riflettei su quanti ne stessero producendo. Davvero troppi, pensai. Eppure di recente mi è capitato di rimetterne su un paio e di godermeli in santa pace. Niente di trascendentale, eppure niente di sbagliato.

Poniamo ora Andre Grieder e V.O. Pulver al cospetto della situazione attuale: mi domando sempre quali possano o addirittura debbano essere gli obiettivi reali di un thrasher attempato, e che, a trent’anni da Depression e Behind my Mask, si ritrova – nel loro caso – a lavorare nuova musica per farne il quinto album di una discografia così scaglionata lungo i decenni.

La puoi buttare in caciara, come hanno fatto gli Exodus poco tempo fa. Gary Holt se ne esce su Instagram e commenta, riferendosi al prossimo album: “The aggression and energy level is too high to measure”. Peccato non mi piaccia nulla di loro da quando se ne è andato Rick Hunolt, quindi possono fare casino quanto vogliono: probabilmente non funzionerà.

exodus caciara

Il punto è che il thrash metal old school, e in esso la naturale o innaturale ricreazione del mood di quei tempi, oggi non riesce ai vecchi. È quasi statistica. Un cinquantenne lavorerà con tutte le comodità e l’esperienza del caso, non farà mai il disco che hanno fatto gli Hazzerd: ci vogliono le palle di un venticinquenne e la sua voglia di fracassarsi l’osso del collo facendo headbanging e segando le corde di una Gibson Flying V col tremolo e i power chord, per ottenere quello. Ci vuole irruenza pura.

Tradotto, nei Poltergeist non respirerai l’aria di Depression e Behind my Mask, e nemmeno quella di Nothing Lasts Forever del 1993. Raramente un cinquantenne che si cimenta nella realizzazione di un album del genere tenterà di accorpare, in esso, il passato della sua carriera artistica, o di avvicinarsi a quel genere di sensazioni che mutavano mentre calendari su calendari venivano sostituiti sulle pareti. Chi più ci è andato vicino è con buona probabilità Phil Rind dei Sacred Reich, che, in Awakening, ha abilmente dipinto il thrash metal di Ignorance, transitando per The American Way ed arrivando, infine, sino agli anni di Independent e Heal. Il risultato al netto del forte odor di celebrazione è uno dei migliori album dei Sacred Reich, l’ho scritto un anno fa e lo ripeto adesso.

Se al contrario non si ha la capacità di fare del nuovo la logica continuazione del vecchio, oppure, se non si ha la capacità di tributare il vecchio senza rasentare l’indecenza, allora ci si deve inventare qualcosa.

Exodus, Testament e Death Angel si sono indubbiamente rivolti a un pubblico giovanile. Tutti e tre hanno ottenuto qualche buon risultato, soprattutto i terzi. Ma il thrash metal che sposa la loudness war è un qualcosa che proprio non comprendo, perché rinuncia all’attitudine e punta tutto su quell’improbabile connubio di melodie facilone e suoni pompati, che, a mio parere, sta alla baia di Baffin come il thrash metal starebbe al mare di Weddell, e cioè in prossimità di due poli opposti.

poltergeist-featured

I Poltergeist hanno dunque espresso quel che già percepii negli Artillery di The Face of Fear, per chi scrive una delle più interessanti uscite dell’annata 2018. Andre Grieder e V.O. Pulver debbono essere due personalità e professionisti intelligenti, e, a fronte di questo, si sono semplicemente messi a suonare un metal classico e maturo, senza badare al chiasso, alle derive moderne per acchiappare una fetta di pubblico che stia sotto ai trenta (cinque gatti più probabilmente intenti a nascondersi in bagno con lo shoegaze o qualche frangia estrema del funeral doom che sposa gli Incantation), o ad altre cazzate del genere. Ascoltando Feather of Truth comprenderai all’istante che è realizzato da artisti maturi, ma non necessariamente spompati o svogliati. Alla sesta canzone, The Godz of the Seven Rays, ho semmai incontrato il primo episodio stanco dell’album, sebbene la prima, Time at Hand, il classico thrash metal veloce e acchiappone messo lì per darsi un tono, non m’avesse affatto convinto. Le restanti tracce della carrellata sono di una continuità sorprendente, e su tutte menzionerò Saturday Night’s Alright for Rockin’.

In un certo senso i brani veloci funzionano meglio quando ridotti all’osso e orientati a uno speed metal senza fronzoli: Megalomaniac l’esempio più chiaro, incastonata, come è, in una parte terminale della scaletta che non concede spazio a rallentamenti di alcun genere. Rispetto a Back to Haunt di qualche anno fa? Direi meglio. L’approccio è più maturo e spontaneo, e soffre in minor misura di quell’atteggiamento tipico di chi ritorna e si sente in dovere di dimostrare che è ancora abile e arruolato, oltre che capace di picchiare duro senza prendersi troppe pause. Non che Back to Haunt fosse un brutto album, ma Sven Vormann (il batterista della reunion dei Destruction, oggi assente) ne appiattiva le ritmiche mentre la produzione – d’impostazione relativamente moderna – appiattiva il resto.

Bell’album, dunque, probabilmente il più centrato e continuo della loro discografia a pari merito col debut Depression del 1989 (a proposito, quanto era bella la sua title-track?). (Marco Belardi)

One comment

  • L’ho ascoltato, ma sinceramente non è niente di chè, testament exodus e death angel sono un altro pianeta proprio, comunque tutti i gruppi hanno sposato la loudness war, anche quelli che piacciono a te, per cui non capisco perché per alcuni secondo te è una discrimante mentre per altri no

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