Avere vent’anni: BORKNAGAR – Quintessence

Credo si possa tranquillamente affermare che tutti i primi gruppi di Kristoffer Rygg aka Garm abbiano condiviso, almeno agli esordi, una cifra stilistica ben riconoscibile. Ovvero una base rappresentata dal black/viking alla quale aggiungere sperimentazioni tendenti al progressive/avantgarde. Unica eccezione gli Head Control System condivisi con Daniel Cardoso, batterista degli Anathema, che comunque arriveranno a metà anni Duemila. Di questi i Borknagar mi sono sempre sembrati i meno pretenziosi – gli Ulver invece, per quanto li apprezzi in quasi tutte le salse, sono il non plus ultra dell’arroganza fatta musica, mentre gli Arcturus una geniale via di mezzo inspiegabile e irripetibile.

Probabilmente è proprio per questo motivo che, una volta che l’estro creativo di Garm ha abbandonato baracca e burattini ed è stato sostituito dall’istrionico ICS Vortex, i Borknagar hanno potuto continuare ad essere rilevanti – cosa che non si è ripetuta con lo stesso successo per gli Arcturus dopo The Sham Mirrors. Dopo The Olden Domain arrivarono invece The Archaic Course, che sviluppava e migliorava le intuizioni iniziali regalando alcuni dei migliori singoli del gruppo, come Ad Noctum.

Quintessence, infine, faceva un ulteriore passo avanti, sistematizzando ciò che prima rimaneva a livello istintivo ed embrionale, regalando altrettanti singoli indimenticabili, quali Colossus e Ruins of the Future. Non so quanto si possa parlare di “sperimentazione”, in realtà, poiché alla fine erano tendenze che erano state abbracciate anche da altri gruppi norvegesi, primi fra tutti gli Enslaved. Ma secondo me in quel momento i Borknagar erano comunque quelli più ispirati – per rimanere su questo paragone, gli album degli Enslaved a cavallo degli anni 2000, tra Eld e Below the Lights esclusi, pur non potendo essere considerati brutti sono sempre stati quelli che mi hanno convinto di meno.

E infatti Quintessence è uno degli album migliori dei norvegesi. Non è quello che apprezzo maggiormente, quello probabilmente è Empiricism, più semplice da approcciare; ma è sicuramente il più eliquibrato, l’LP dove la lancetta che spazia tra il viking/black e il progressive si posiziona precisamente al centro, mentre nel resto della discografia è sempre stata sbilanciata o verso il primo lato (a inizio carriera) o verso il secondo (con gli album successivi). E in questo senso, a costo di risultare tautologico, esprime definitivamente la quintessenza del progetto Borknagar, a cui ci si era già avvicinati con The Archaic Course e dalla quale ci si allontanerà sempre di più. (Edoardo Giardina)

One comment

  • me lo sono riascoltato ieri, dopo aver letto la recensione, sperando in un qualche ricordo errato, ma alla fine di questo disco si salvano due brani The Presence Is Ominous e la meravigliosa Colossus, poi qualcosina qua e la, ma veramente trascurabile. Meglio con il disco successivo.

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