Sticazzi o mecojoni? BORKNAGAR – True North

Posto che solo gli stupidi e i sardi non cambiano mai idea, questi ultimi non perché siano stupidi ma perché sono sardi (chissà che succede se uno è sardo oltre che stupido), secondo me bisogna fare attenzione a non farsi trasportare e condizionare troppo dai propri mutevoli gusti quando si tratta di parlare di un disco nuovo di un gruppo vecchio. Impossibile, però, non filtrare la realtà in base alle proprie diottrie, purché ogni tanto si provi anche ad andare oltre. E proviamoci: True North. Titolo pretenziosissimo, titolo mecojoni (parola che nel gergo romanesco è usata per esprimere stupore). Che messaggio vogliano dare con questo titolo non mi è ben chiaro. Copertina molto bella, la più bella dai tempi di The Olden Domain (ma pure meglio ancora), copertina mecojoni. Ma che mi significa la copertina anni ’90 da depliant delle vacanze in Tirolo? Già trovo due difetti di sistema nella comunicazione dei norvegesi che potrebbero mal dispormi nei confronti di tutto il resto, cioè della musica, la quale mi aspetto, a questo punto, stilisticamente riparta dal viking di 25 anni fa. Purtroppo già so che non è così, non ne ho ancora la certezza ma sono anni che ascolto metal e i Borknagar nello specifico, quindi già so che titolo e copertina mecojoni non vuol dire sempre e per forza musica mecojoni.

Ma provo ad andare oltre le mie diottrie, no? Facciamo pure finta che i due album precedenti non li ricordi benissimo o che non li abbia proprio ascoltati (invece li ho ascoltati e me li ricordo bene) e facciamo pure finta che i miei gusti musicali in questi anni non siano cambiati così tanto e che sia ancora ben disposto nei confronti di certo black metal melodico come un tempo e nello specifico sia ancora ben disposto nei confronti dei Borknagar. Facciamo pure finta che non li abbia mai visti dal vivo, perché è in quelle occasioni che capisci meglio la natura di una band e, quindi, facciamo finta.

E niente, cari amici, le intenzioni erano buone ma, credetemi, non ce la faccio a fare finta. Sono anni che ci sorbiamo questa pietanza, quindi non abbiamo molto altro da dirci sui Borknagar. L’album non si discosta in nulla dalla formula che ben conosciamo e che negli ultimi tempi ha prodotto risultati ambivalenti, che vanno dal buono all’appena sufficiente senza mai, sempre negli ultimi tempi, stupire in positivo o in negativo. L’atteggiamento “lirico” delle clean vocals è sempre il marchio di fabbrica di Vortex & company, la produzione è tuttora di livello ma è tutto molto “leccato”, cioè formalmente inappuntabile, non plasticoso però: è quello che ti aspetti, è quello che è richiesto. Forse, mi sembra di notare, l’ispirazione generale è addirittura più a fuoco rispetto al recente passato (i.e. melodie più efficaci). Se posso fare un complimento alla band, l’unico che mi viene spontaneo in questo momento, è che bastano due note per capire che si tratta di loro: il suono e l’atmosfera in ogni loro disco è immediatamente riconoscibile, non ci si sbaglia, li distingue in un mare magnum in bonaccia. Secondo me tutto ciò rappresenta un valore positivo, forse l’ultimo rimasto in seno a un gruppo che è andato via via uniformandosi ad un modello preciso, il proprio (e dunque, onore al merito ancora una volta), senza però dare segni di un qualche slancio creativo. Difficile pretenderne uno da loro, del resto. E quindi?

Quindi, in definitiva, se siete ancora fan (o giovani nuovi fan), per voi anche la musica sarà mecojoni; se non siete fan o non lo siete più da tempo allora per voi sarà una musica sticazzi e concorderete con me sul fatto che questo nuovo disco di diverso dai suoi predecessori ha solo quelle due cose citate all’inizio: il titolo e la copertina. (Charles)

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