Avere vent’anni: NICKELBACK – The State

Per ogni fan del grunge cresciuto a suon di Badmotorfinger e Dirt, la psicologia motivazionale fu l’unico sistema adottabile affinché si potesse semplicemente andare avanti. Non c’era da superare la morte del biondo dei Nirvana: c’era, in compenso, da fronteggiare l’arrivo, il radicarsi e il dilagare della terminologia “post-grunge”. La quale, nel giro di poco tempo, da binomio serpeggiante sulle riviste si fece minaccia in carne ed ossa, nonché presenza fissa su Billboard e affini.

Il post-grunge non fa schifo, hai accumulato troppa negatività. Sei tu che lo vedi così. In realtà è una cosa bellissima. Vieni a rilassarti al nostro corso di yoga, noi ti aiuteremo”.

Foo Fighters: è con loro che sentii parlare di post-grunge per la prima volta. Mi sembrò una cosa innocente, ma divenne un problema concreto il giorno in cui ebbi a che fare con il loro vicinato: My Own Prison dei Creed. E crebbe ancora, anzi lievitò a dismisura, una volta che Kryptonite dei 3 Doors Down si era imposta come nuova hit da cantare, anche perché, in un modo o nell’altro, quella bastarda non mi si toglieva più dalla testa. Ma i Nickelback, ovvero l’applicazione del concetto di boy band a quello di rock band mantenendo in essa un fasullo alone di tristezza o di qualsivoglia crisi esistenziale, furono proprio loro a mettermi in crisi più di chiunque altro.

“La vita è ciò che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti”.

All’epoca di How You Remind Me avrei spaccato il televisore: c’era lui che assomigliava al frontman dei Paradise Lost, era Shades of God, con i capelli riappiccicati in testa dopo una lobotomia prenotata tramite Cup, e quel che proponevano aveva addosso molta più patina dei Foo Fighters. Che erano leggerini quanto volete, ma perlomeno gridavano, si agitavano e poi sputacchiavano sul microfono nel dire le due cazzate previste dal testo. I Nickelback in confronto a loro erano il riccone coreano di Parasite, quello che si tappa il naso per recuperare le chiavi della berlina da sotto al morto.

“Non si può mai attraversare l’oceano se non si ha il coraggio di perdere di vista la riva”.

Schizzinosi, rileccati, ma non del tutto, almeno non sui primi due album. Non ancora impregnati dalla puzza da sottofondo al centro commerciale, che poi sarà il vero e proprio perno di Silver Side Up. Si sentiva ancora il basso, si sentiva che provenivano dagli anni Novanta, e non si sentiva ancora che era passato un produttore per livellare tutto quanto come nella peggior tradizione brit-pop, dove Richard Ashcroft e una chitarrina coprivano il resto come da regolamento. Era la musica sul menu dei primi del Duemila, il post-grunge di polistirolo per i più audaci, il brit pop di gommapiuma per le teenager che desideravano essere stasate ma che ancora affogavano nei propri dubbi psichici. Il buffo è che questa roba non era nociva neppure in minima misura, ma doveva attenersi alla parvenza d’esserlo per raccattare in qualche modo l’utenza fuggita dal grunge in affondamento: e con molti, non so come, il trucchetto funzionò. Il reduce dal grunge più celebrato e sponsorizzato, per intenderci, quello dei Nirvana, dovette probabilmente ricorrere alla psicologia motivazionale per poter superare tutto questo.

“Sbagli il 100% dei colpi che non spari”.

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“Ti serve mica un SUV, merda?”

Massime come questa, volte a farti acquistare un’automobile senza pensarci su, al trasformarti in un avvoltoio assetato di step da raggiungere o al dipingere la vita non per la merda che essa è, campeggiano regolarmente nella bacheca Facebook di ogni rispettabile quarantenne la cui ambizione è lavorarsi ai fianchi le amiche – presenti e visibili in lista amici – della moglie, sottolineando che è lui colui da cui bisognerebbe farsi trombare.

I Nickelback, i quali si accingevano a raggiungere il successo planetario di Silver Side Up, nel disco precedente erano uguali o tuttalpiù similissimi al tipo di quarant’anni che si crea un ego, poi si dà un tono, e che infine te lo mette nel culo a suon di moralità e massime riciclate da qualche libraccio di Volo letto in spiaggia a Cecina. Erano pronti al passo.

Il grunge che si trasforma nella dicitura “il fine giustifica i mezzi”, nel “perché no?” di Jeff Bezos oppure in una macchina da quattordici milioni di copie vendute senza un briciolo del potere generazionale di Nevermind, e che lo fa attraverso band come i Nickelback di The State, che, in fin dei conti, ostentavano per l’ultima volta lo stesso appeal “genuino” e anni Novanta di altri gruppi che farei esplodere proprio adesso. Per dirne uno, i Pearl Jam. Tutto quello che i Nickelback non sono mai stati nella realtà dei fatti, trasudava dalle loro copertine fatte di sbarre, facce malinconiche, occhioni lacrimanti e uno scatolone pieno d’altri cliché, suggeriti da un tipo dietro a una scrivania a sua volta piena stracolma di gadget della EMI. Vaffanculo, dal primo all’ultimo.

Eppure a molti, fra cui numerosi miei coetanei, compagni di classe o altri individui che si erano scritti “Nirvana” o “Soundgarden” perfino sul cazzo, questa roba andò giù come una pasticca di antibiotico. Si erano potuti adeguare al suo arrivo così facilmente? O forse c’erano rimasti sotto con la psicologia motivazionale, perché secondo me il post-grunge lo potevi superare solamente così. (Marco Belardi)

“Meglio un morto in casa che un loro disco all’uscio”

4 commenti

  • Ho un dvd spettacolare di questi simpaticoni girato da qualche parte in nord Dakota, non ho mai visto una quantità di fregna di cosi’ alto livello in un concerto. Le cose sono due, o sono comparse di Beverly Hills adeguatamente retribuite o sono nato nella parte sbagliata del mondo.

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  • Lorenzo (l'altro)

    Belardi, noto tra le righe che forse rimpiangi anche te “A Storm in Heaven” e “A Northern Soul”. Parliamone.

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  • Nickelback? Ma che veramente?

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  • Io ho sempre evitato ogni cosa che avesse troppa flanella addosso, ma all’epoca era difficile schivarli, in più mi ascoltavo di tanto in tanto AFN radio della vicina base yankee e sti tizi li passavano -e tuttora- in continuazione. Non ho mai capito tutto il livore che suscitano (anche per parecchi americani!)… sono sciapi, inconsistenti, inoffensivi, ma orrendi proprio no. Uno dei tanti gruppi di pop/rock americano da fine anni 90 come milioni di altri.

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