Debuttanti o professori: PLAGUE – Portraits of Mind

Plague-Portraits-Of-Mind

Qualche tempo fa ho trascorso un mese buono ad ascoltare in loop i Dead Congregation: capita che ti fissi con un gruppo che avevi approfondito solo superficialmente, e ti imponi di ripassarne l’intera discografia. E c’è sempre un movente, quindi se succede non è per puro caso. Ricordo che avevo da poco recensito Aphotik degli Psychotomy, uno di quegli album che ben ti predispongono a ripartire col death metal cristonatore alla Incantation. E così fu: partii dall’Italia e finii in Grecia in una faccenda tutta mediterranea.

Sulla loro scia strettamente geografica recuperai qualcosa dei connazionali Mass Infection, roba da far sembrare Hate Eternal e Krisiun gruppi che non puntano principalmente sulla velocità. Niente male, ma dopo dieci minuti mi ero già rotto le palle e sotto quell’aspetto avrei di gran lunga preferito gli Inveracity, più lerci e meglio calati nella parte. Conclusi lì la mia full immersion nel death metal greco, e direi che era andata avanti anche troppo.

Poi, mentre consigliavo in giro l’ultimo Psychotic Waltz come se stessi vendendo un aspirapolvere, un amico – in risposta – mi accennò a questi tizi qua: i Plague. Greci, debuttanti anche se attivi da quasi un decennio. E neanche a dirlo fanno death metal.

“Ci risiamo”.

I Plague hanno perfettamente capito come si deve suonare il death metal. Non è questione di suonarlo nella sua accezione più tradizionale, brutale o tecnica. Da qualunque lato lo si osservi, nel death metal ci sono un modo per fare schifo e uno per fare le cose per bene. E loro rientrano nella seconda categoria. Non c’è niente in Portraits of Mind che non abbiate già sentito sotto altre forme: death metal più diretto possibile, ritmiche giuste e mai eccessive e un gusto melodico di cui soltanto una band capace può disporre. Puoi tirare a diritto come un mulo, ma quel gusto melodico, ben incastonato in un contesto così difficile da definir melodico, ce l’ha solo chi è buono a comporre. Paradossalmente l’album comincia con Intersperse, che è belloccia ma non consiste in un gran biglietto da visita. Il meglio viene dopo, senza cali, tra finezze negli arrangiamenti a cavallo fra Death e Gorguts – a metà di Shattering the Illusion vi è un vero e proprio omaggio allo Schuldiner di fine anni Ottanta, e lo stesso discorso vale per l’intro di Mind Control – e una semplicità d’ascolto che avreste al cospetto di gente come i Bloodbath. È un bilanciamento perfetto, perfino innaturale, per quanto poche sono le volte che lo ritroviamo in giro. Pandemic e Cave of Vectors sono due pezzi dai quali potreste farvi un’idea ed eventualmente procedere.

“È questione di priorità”, come dicono le donne quando ti beccano a giocare a Carmageddon. Cercate qualcosa di nuovo? Buttatevi sui Fallujah, e che sega mentale sia. Qua avrete solamente un album pensato e realizzato come da manuale, e con tanta, tanta ispirazione. Sarà quest’ultima cosa, semmai, a sorprendervi, e per me è una priorità assoluta.

Lascio la nota finale a Paolo Girardi, marchigiano e autore della copertina. Paolo rientra in quella ristretta cerchia di autori che riconosci alla prima, ha uno stile, il suo. E, come vedi una copertina realizzata da Paolo Girardi, pensi al suo nome. Ne avrò viste dieci in vita mia, e credo che tutto abbia avuto inizio con i Power Trip del magnifico Nightmare Logic. Poche volte chi realizza la copertina di un album attrae la mia curiosità al punto di volerne osservare e apprezzare altre, e in un calderone di copia incolla, gente che ricicla idee abusate o che propone gli stessi soggetti ed effetti dal decennio scorso, uno come Paolo Girardi ci sta a pennello. Complimenti. (Marco Belardi)

 

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