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David Vincent aveva capito tutto e per questo tentò di invocare FALCOR

19 febbraio 2020

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Tra le mille maniere in cui può nascere una canzone, c’è ad esempio la moda nata negli anni Novanta di andare a ricercare ad ogni costo il ritmo vincente. Questo a prescindere da chi componesse all’interno di una band: sono convinto che dopo il Black Album in molti avessero cominciato a comporre partendo da un groove di batteria, da un giro di basso che avesse un discreto tiro o da cose del genere. E non credo che ai tempi di Seven Churches o Scream Bloody Gore, ovvero, poco meno di un decennio prima, questo già accadesse. Almeno, non con la solita frequenza. Il verificarsi di un fatto del genere toglie via dal tavolo quel luogo comune che classificò molta musica degli anni Novanta, e in particolar modo il thrash metal ritmato – e molto spesso associato al Black Album oppure ai Pantera – come costruita a tavolino. Se rinforzi la canzone a partire da un determinato giro di batteria e costringi gli altri a venirti dietro, magari alla fine sposterai tutto dalle parti del funky per il solo fatto che da una ritmica simile non potranno che nascere cose simili. La mia spiegazione a molti fatti di quegli anni, oltre ai noti intrallazzi di Elektra, Atlantic o più probabilmente MTV, la interpreto anche così: nella maniera differente, e non sempre efficace, in cui poteva nascere e prender forma una canzone.

Ho nominato Seven Churches e Scream Bloody Gore perché è da questa introduzione che intendo arrivare all’articolo vero e proprio, che pubblicherò sotto autorizzazione di Roberto Bargone e Ciccio Russo attraverso un compendio in otto volumi disponibile anche in formato audiolibro, incomprensibile data la dialettica, ma con molte più bestemmie rispetto alla versione scritta. Il problema a cui voglio riferirmi è quello del death metal dalla metà dei Novanta in poi, circostanza già affrontata per vie trasversali in Avere vent’anni, ma mai così direttamente.

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Da anni Steve Tucker si dedica all’allevamento di cani da pet therapy, con risultati alterni

Tutto quanto si stava muovendo verso ritmiche sempre più estreme, mentre le linee vocali aprivano ampi spiragli in favore delle chitarre. Partirò proprio da quest’ultimo caso. Prendete il David Vincent più carismatico e calato nel personaggio, e cioè quello di Domination, dopodiché prendete Steve Tucker. Formulas Fatal to the Flesh è un bellissimo album death metal con l’attenzione tutta spostata sulle chitarre: il carisma, il personaggio personale lo recitano loro, e parallelamente, il carico melodico dipende sempre e comunque dalle chitarre. Trey Azagthoth aveva davanti a sé l’eventualità di circondarsi con un’ulteriore figura di spicco, il che avrebbe potuto soffocarlo, rompergli il cazzo h24, metterlo ripetute volte in imbarazzo e un’infinità di altre cose che si rispecchiavano nei Genitorturers (tra cui spilli, palline cinesi, tute in latex con pompe per il sottovuoto e un unico foro d’accesso). E assunse Steve Tucker, che sarà pure un discreto cantante, e le sue performance su Secured Limitations e Invocation to the Continual One non le dimenticherò mai, ma rimane e rimarrà un gregario su cui puntare quando non puoi permetterti rotture di cazzo di alcun tipo. Il cantante di un qualsiasi gruppo non death metal, bensì metal in senso generico, o volendo esagerare rock, è il cantante: gli è sempre rivolta una certa attenzione e non ci si può far nulla. La figura del cantante perse colpi su colpi a causa di quell’andazzo generale, manifestato a caratteri cubitali dai Morbid Angel, e con essa perse un po’ di colpi il death metal stesso, inteso come fenomeno generale.

Prendete l’album più sbagliato degli anni Duemila e lì dentro ne avrete la riprova. Illud Divinum Insanus ha quei quattro o cinque pezzi ricalcati dallo stile di Covenant e con sopra incollata una batteria di merda, suonata da un tizio che assomiglia a un androide di uno spin off di Alien e probabilmente postprodotta dalle stesse macchine. Fa schifo, rovina tutto il rovinabile. Eppure ha quei quattro o cinque pezzi, nonostante le esclamazioni ingiustificabili di David Vincent quando gli sale il personaggio (o quello che ha inalato poco prima di mettersi le cuffie e guardare il microfono), che io ricordo praticamente a memoria. Non ne fanno un album migliore, in quanto Illud Divinum Insanus fa schifo lo stesso e fa schifo a tal punto che quasi lo adoro e vorrei riascoltarlo in questo preciso momento, ma in quei quattro o cinque pezzi riconosco i Morbid Angel in quanto tali. Quelli della prima era Tucker sono due bellissimi album death metal incentrati su Azagthoth, sulle atmosfere, ma senza il piglio e il tiro tipici del death metal delle prime due, tre, o quante ondate voi preferiate. Il piglio da pioniere e da trainatore del Chuck Schuldiner che tuonava su Altering the Future o di John Tardy su un qualunque suo sigillo. Kingdoms Disdained è un buon death metal che farebbe quasi a meno della figura del cantante, dato che lo potreste sostituire con un personaggio a vostro piacimento, ma guai a toccarne le atmosfere: e con esso abbiamo ben allineati gli ultimi dieci anni di pubblicazioni di un intero genere musicale, a suon di cloni degli Incantation e di gente che ha da poco scoperto i racconti di Lovecraft da Feltrinelli.

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Donald Tardy

Punto numero due, i batteristi – specie seriamente messa a rischio da questo avvio di 2020 caratterizzato da forme virulente aggressive, e, appunto, gente come Neil Peart che ci molla – combinarono un casino ancor più grosso dei cantanti, tutti intenti, com’erano, a sviluppare il gurgling e altri stili canori contraddistinti da terminologie che rasentano un quadro clinico mal descritto su un referto. Faccio una premessa: c’è un abisso tra come mi approcciavo ad un blast beat ai tempi dei primi Krisiun o Nile, e come lo accetto adesso all’interno di una composizione. Il blast beat l’ho sempre inteso come un climax, un passaggio forte che diversifica le ritmiche di quel momento all’interno della canzone. Il death metal oltre il 1995 non è andato in quella direzione, riempì tutto con i blast beat. E allora voglio elogiare, per concludere questo articolo, tre o quattro nomi che vanno in culo ai vari Tony Laureano e Derek Roddy non per la loro tecnica, non per la loro velocità esecutiva e nemmeno perché avessero caviglie larghe quanto i pilastri portanti di un ponte. Ma perché suonavano in funzione della riuscita della canzone, il che li rendeva, automaticamente, dei musicisti intelligenti.

Passando oltre al mio amico taglialegna Kyle Severn, uno dritto come un mulo, con creatività pari a zero ma che non sostituirei con nessun altro negli Incantation, direi di partire da Donald Tardy. Il fratello di John si apprezza in particolar modo su World Demise, l’album che, come ho accennato in partenza, risentì più di ogni altro della tendenza – tipicamente anni Novanta – di pensare la canzone in funzione del suo ritmo. World Demise è un’autentica bomba, è pura rivisitazione e ammodernamento di tanti concetti espressi in passato dai Celtic Frost, e il fatto che in molti abbiano parlato di “svendita” degli Obituary intesi come pura death metal band, indica, di fatto, il grado di disonestà che c’è in giro. Magari vi siete filati tutta la merda in scia dei Suffocation a un livello pari al 3% del potenziale dei Suffocation stessi, ma avete sputato su World Demise, che aveva nei suoi punti vincenti proprio la batteria di Donald Tardy. Semplice, ma sempre giusta; in bella vista, ma mai sopra le righe.

Ken Owen trasformato in Paolo Bonolis e, a sinistra, l’ex milanista Kevin Constant: un’immagine che mi raggela il sangue nelle vene

Dopodiché tocca a Ken Owen. E voglio tirar fuori un titolo celebre anche nel suo caso: Heartwork. Provate a concentrarvi sulla batteria di quel disco, prestate attenzione agli accenti, agli arrangiamenti, a quanto le canzoni di Heartwork guadagnino proprio per mezzo delle sue ritmiche. Il lavoro di Ken Owen su Heartwork fu pazzesco, non perché egli fosse particolarmente abile sui rulli o in velocità con il doppio pedale, con il gravity blast, con lo swivel o tutte quelle robe lì. Ken Owen ce li aveva soprattutto in testa i requisiti per scrivere gli arrangiamenti giusti, il che favorisce un’altro livello di pensare e costruire il pezzo. Creatività e fantasia di Ken Owen, per dirla alla Football Manager, erano caratteristiche che prescindevano dalla velocità esecutiva e che facilitarono la riuscita di titoli come Arbeit Macht Fleisch, Blind Bleeding the Blind, Buried Dreams e la title-track, ovvero, le mie preferite su tutte, pezzi che ho imparato a memoria anche grazie al lavoro svolto dallo sfortunato batterista britannico.

Infine c’è Marco Foddis. I Pestilence erano un gruppo in cui voce e chitarra si spartivano abilmente il posto in primo piano, questo nonostante l’alternanza dei vari interpreti nel corso delle annate. Premetto di considerare Out of the Body la canzone death metal perfetta, e che Testimony of the Ancients mostrò, in seguito, un netto affinamento delle abilità degli autori come musicisti, e aggiungo che non c’è brano dei Pestilence storici in cui Marco Foddis suoni la batteria provando ad elevarsi al di sopra di chitarra e voce. Opta per uno stile molto classico, e quindi, per uno stile in cui la batteria non è ancora concepita come un punto focale come quella di un Dave Lombardo o un Gene Hoglan, o di un Mike Portnoy, volendo uscire per un attimo dal contesto seminato dall’esplosione del thrash metal. A differenza di World Demise, che è ritmo puro, che è Donald Tardy in primo piano nonostante la spiazzante semplicità delle sue partiture, Marco Foddis ha sempre pensato a servire i pezzi e a fare quello soltanto, ed è più vicino all’operato di un Ken Owen rispetto a quanto accadesse negli Obituary con tutti quei groove e quella campana del piatto ride presa a sassate. Paradossalmente, pensateci, ciò avvenne all’interno di un gruppo relativamente più estremo rispetto agli Obituary di metà Novanta, per quello che il metronomo poteva concedere ai rispettivi batteristi e per gli obiettivi che erano stati prefissati dalle rispettive parti.

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Pestilence

Oggi il death metal ha bisogno di gente così, ma purtroppo, YouTube, tutorial e maestri dislocati più o meno in ogni condominio hanno fatto sì che molte prestazioni si uniformassero, finendo per ricevere la botta finale dalle orride post-produzioni volte al risparmio e alla cancellazione del minimo errore umano, nonché dell’impronta dei musicisti stessi. I quali, due o tre decenni addietro, in molti casi arrivavano a destinazione affinando la propria tecnica dal niente, e in più di un caso, da questo errore grossolano e autodidattico ne traevano in qualche modo uno stile. Propendo sempre per l’evoluzione, ma in certi casi quest’ultima dovrebbe proseguire da dove gli anni d’oro di un filone musicale intero avevano un po’ sbagliato strada ed interrotto il tutto. Certi gruppi dovrebbero dimenticare il resto del percorso, per focalizzarsi su come far funzionare al meglio quello che tentano di mettere in atto: ripartire e progredire sì, ma almeno dal punto giusto. Smaltita la sbornia Vektor, sento i Blood Incantation far finta di riprendere dal 1990 e suonare comunque più attuali di quanto si pensi, il tutto senza avere inventato nulla di effettivamente nuovo. È un primo e piccolissimo passo, e se di primi passi ne verranno fatti altri, prima o poi qualcosa di inedito emergerà davvero: e ciò avverrà per l’avere nuovamente evoluto e modificato qualcosa dopo averne tagliato via gli errori commessi e accumulati nel corso degli anni. E non di certo per immobilismo. (Marco Belardi)

 

2 commenti leave one →
  1. vito permalink
    19 febbraio 2020 13:45

    Ma le post produzioni ineccepibili a cosa servono in un disco di metal estremo ? mica è k pop ! per esempio Hell Awaits è l’ unico disco degli Slayer dove riesco a sentire il basso,per cui sono d’ accordo con te.

    Piace a 1 persona

  2. Hieiolo permalink
    19 febbraio 2020 17:45

    Per quanto riguarda i batteristi non posso che essere d’accordo, fenomeni come Francesco Paoli fanno effettivamente spavento, ma una volta si riusciva a riconoscere dal tocco e dal SOUND un Tardy, un Reinert, un Lombardo, ora il suono della cassa uniformato dai vari trigger ha appiattito tutto e tutti rendendo totalmente indistinguibili i vari batteristi e, di conseguenza, i vari gruppi.
    Vi ricordate come suonava la batteria nei dischi dei Metal Church, dei Priest, dei Saxon? Aveva un suono PIENO e roboante che ti faceva scuotere la capoccia, ora a malapena annuisco quando i mille tentacoli del drummer suonano contemporaneamente dieci toms..
    Relativamente ai mitici Owen e Foddis non posso che schiacciare un cinque altissimo con voi, la dinamica e le soluzioni di Owen su dischi come Heartwork e Necroticism sono il perfetto complemento del sound delle canzoni, una prerogativa dei batteristi che, forse un po’ incuranti dello studio dello strumento, hanno concentrato la propria intelligenza verso il groove e l’originalità risultando perfetti per quello che suonavano.
    Marco Foddis nei Pestilence ha suonato in quello che, dal punto di vista sonoro, ritengo il miglior disco death di sempre, ovvero Consuming Impulse. Un suono di batteria mostruoso in un disco con il sound perfetto in tutto e musicisti in stato di grazia. L’aver cambiato ingegnere del suono per il successivo “ Testimony..” non giovò certo al gruppo ( come l’aver perso Van Drunen).
    Il buon Foddis ( a proposito dove sei?? Qualsiasi ricerca su internet non dà esiti sul presente del nostro Sardo-olandese ) dette anche sfoggio di una discreta tecnica sul rivoluzionario Spheres e, sinceramente, rimasi male quando l’ex bolso Mameli lo criticò dicendo di averlo cacciato causa “ scarsa tecnica”.
    Via, torno ad ascoltare “Cause of Death” e “ Leprosy”

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