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Avere vent’anni: novembre 1998

1 dicembre 2018

EXHUMED – Gore Metal

Ciccio Russo: L’esordio degli Exhumed ha una fama forse sproporzionata ai suoi effettivi meriti ma per motivi giustificatissimi. Alla fine del ’98 l’appassionato di death metal aveva di che sentirsi un po’ spaesato. Pressoché tutti i nomi storici o erano morti o non si sentivano troppo bene. Il black metal e la scena svedese stavano imboccando derive che ormai non ti interessavano più e la moda del momento era un immaginario a base di draghi e spadoni nel quale non ti ritrovavi troppo a tuo agio. Sfogli sfiduciato le pagine delle riviste alla ricerca di stimoli, tu che ormai, dopo il recente colpo di fulmine per i Depeche Mode, stai iniziando a darti alla new wave, e incappi in questa copertina trucidissima con una mano guantata e borchiata che regge una motosega e un tripudio di frattaglie tutt’intorno. Con un titolo che più icastico non si può.

L’ascolto si rivela liberatorio. È come spararsi un film con Banfi e la Fenech dopo aver trascorso due o tre anni a guardare solo film sperimentali scandinavi e commedie sofisticate. L’ispirazione principale sono i primi Carcass ma senza tutta quella sovrastruttura che rendeva gli inglesi un’operazione, tutto sommato, piuttosto intellettuale. Anche perché gli Exhumed sono americani, quindi, se i suoni della chitarra e della batteria sono quelli, lo spirito è completamente diverso. Caciarone, thrashettone, in qualche modo goliardico. Una salutare ventata d’aria putrida in un mondo che stava iniziando a prendersi troppo sul serio.

WITHERING  SURFACE – The Nude Ballet

Trainspotting: Nella ridda di gruppi di death melodico in stile goteborghiano dell’epoca meritano una menzione anche i danesi Withering Surface, autori di una manciata di dischi di discreta caratura a cavallo tra i due millenni. The Nude Ballet è il loro secondo lavoro, e prosegue sulla strada tracciata dal debutto Scarlet Silhouettes con ancora più convinzione. Il nume tutelare sono gli In Flames, soprattutto quelli di Subterranean, e sorprendentemente qui si anticipano delle evoluzioni che la band di Jesper Stromblad mostrerà successivamente, con Colony prima e Clayman poi. Il disco è a tratti dispersivo, e la produzione un po’ sfiatata a volte spezza la tensione, ma certi passaggi meritano davvero, e ti stuzzicano la curiosità per vedere come andrà a finire. Niente per cui strapparsi i capelli, ma per gli appassionati del genere un ascolto è d’obbligo.

NARGAROTH- Herbstleyd

Michele Romani: Quando si pensa ad uno dei gruppi più controversi all’interno del variegato panorama black metal il nome di Nargaroth esce sempre inevitabilmente fuori, per via delle varie polemiche che lo hanno accompagnato nel corso degli anni grazie ad alcune sue uscite quantomeno discutibili. Io ho sempre avuto un’opinione ben precisa in proposito, che magari approfondirò quando ci sarà da parlare di Black Metal ist Krieg, che forse è il loro disco controverso per eccellenza. Herbstleyd comunque è l’esordio discografico di Kanwulf (o Ash o Renè Wagner o come lo volete chiamare), in realtà un demo pubblicato in appena 200 copie e successivamente ristampato in cd dalla No Colours con qualche minima variazione. L’anno di uscita è il 1998, sebbene per anni Kanwulf si sia inventato la balla che fosse uscito nel 1993 in modo da passare come contemporaneo alle prime uscite norvegesi degli anni ’90, tanto per farvi capire la “particolarità” di questo personaggio.

Il black metal proposto in questo esordio si divide equamente tra parti veloci abbastanza canoniche, rimandi burzumiani e momenti assimilabili al depressive black metal (si sente tantissimo l’influenza degli Strid), per un connubio tutto sommato piacevole ma che non fa certo gridare al miracolo. Tra gli episodi migliori sono senz’altro da segnalare la suite Amarok – Zorn Des Lammes (di cui troveremo la seconda e terza parte nei lavori successivi) e l’ interamente strumentale Das Schwarze Gemalde, che di metal non ha nulla ma è una specie di via di mezzo tra dark wave e dungeon synth di grandissima atmosfera. In definitiva un esordio tutto sommato accettabile, anche se il meglio (o il peggio, a seconda dei gusti) doveva ancora venire.

MISANTHROPE – Libertine Humiliations

Ciccio Russo: Indigeribili e pretenziosissimi, i Misanthrope, ai tempi dei primi album, avevano nondimeno un loro fascino incongruo nel loro ostinarsi a incasinare il più possibile ogni singolo brano, con il risultato di mandare in vacca anche quei buoni spunti che qua e là venivano fuori. In Libertine Humiliations non c’è più manco quello. I francesi avevano fiutato l’aria che tirava e avevano iniziato a inserire nel riffing massicce dosi di death di Goteborg, ovviamente continuando a condire il tutto con cambi di tempo inutili ogni dieci secondi, mitragliate in doppia cassa a vanvera, intellettualismi d’accatto, citazioni sadiane per impressionare i quindicenni e sconclusionate velleità progressive (con gli strumenti, va detto, ci sapevano fare). L’effetto della normalizzazione non è però un accresciuto appeal commerciale, anzi, ci si annoia ancora di più. Se non li avete mai sentiti e volete togliervi la curiosità, recuperate magari 1666… Theatre Bizarre del 1995.

ELEND – The Umbersun

Michele Romani: Gli Elend sono sempre stati una band particolarissima, lontana anni luce da qualsiasi influenza metal ma sempre comunque presente nelle riviste e nelle webzines di settore, per via del loro dark ambient sinistro e distorto, molto più estremo di quanto si possa immaginare. The Umbersun rappresenta il capitolo conclusivo dei tre lavori ispirati all’Officium Tenebrarum,cioè un trittico di messe eseguite rigorosamente al buio che venivano celebrate durante la settimana santa e che rappresentano uno dei riti più oscuri della liturgia cristiana. L’intento del gruppo parigino è proprio quello di mettere in musica questi rituali, una sorta di discesa dell’umanità nelle tenebre senza alcuna possibilità di redenzione. Dal punto di visto sonoro siamo sui territori di un dark/noise ambient pesantemente influenzato dalla musica classica, nel quale si alternano veri e propri cori (angelici o infernali a seconda dei vari momenti del disco), grida disperate e un’atmosfera apocalittica che sembra provenire da un abisso oscuro senza fine. Un disco più che impegnativo, soprattutto se non si è avvezzi a un certo tipo di sonorità, ma che potrebbe riservare delle ottime sorprese.

APOPHIS – Heliopolis

Ciccio Russo: Non c’erano solo i Nile a utilizzare il death metal per onorare le antiche divinità egizie. Gli Apophis, anzi, stavano in giro da molto più tempo ma le difficoltà nel trovare un’etichetta decente e un copertinista non amatoriale contribuirono a farli precipitare nell’oblio dopo questo loro terzo disco, al quale seguirà un quarto nel 2005 e poi, di nuovo, il nulla. Eppure non erano malaccio. Death metal cupo e dalle atmosfere solenni, con buone trovate melodiche e riuscite incursioni nel thrash (sono tedeschi e si sente), che già all’epoca suonava piacevolmente antiquato. Siamo nel ’98 ma Heliopolis ha il sentore grato di quelle band estreme improbabili e vagamente inclassificabili dei primi ’90 che, in seguito a un acquisto avventato o all’ingiustificabile entusiasmo di un compare di tape trading, potevano anche diventare gruppi feticcio.

ODHINN – The North Brigade

Trainspotting: Nel 1998, metabolizzate e spettacolarizzate le note vicende della prima metà del decennio, si era in piena moda black metal. A ciò contribuì, oltre alla diffusione capillare dei gruppi pionieri, anche l’esplosione di Cradle of Filth e Dimmu Borgir; e l’ovvia conseguenza fu che le etichette discografiche si fiondarono sul fenomeno ingaggiando pressoché qualsiasi band che rispettasse quei canoni o che, quantomeno, venisse dalla Scandinavia e cantasse in screaming. E in questo modo riuscì ad essere pubblicato anche The North Brigade, fortunatamente unico album degli svedesi Odhinn, il cui leader John Sandin è anche storico membro degli In Battle. Il disco fa schifo e se io avessi avuto una qualsiasi parte nella realizzazione dello stesso mi sarei vergognato calvinisticamente. Inutile dilungarsi a descrivere l’abominevole mischione di death e black affogato in ciarpame industrial e screziato di grotteschi accenti vichingheggianti fuori contesto: è giusto che questa carriola piena di merda ritorni nell’oblio da cui l’abbiamo così improvvidamente esumata.

MEMORY GARDEN – Verdict of Posterity

Ciccio Russo: Il moniker prende ispirazione da un brano dei Trouble ma con gli autori di The Skull i Memory Garden, poco più che dignitosi faticatori dello strumento, non c’entravano poi troppo. I riferimenti principali degli svedesi erano invece le glorie nazionali Candlemass, a partire dalle linee vocali enfatiche. Altalenante e un po’ fiacco, Verdict of Posterity, loro secondo full, non è manco uno dei loro lavori più memorabili, seppure qualche buon momento lo regali, in particolare nei frangenti acustici, laddove convincono meno le parti più aggressive, con qualche riff stoppato di troppo. Va detto che allora il doom vecchia scuola era il genere più underground e anticommerciale che si potesse immaginare e quindi, per gli appassionati, anche i gregari un po’ sfigati erano preziosissimi. Oggi, che la scena è vivace e foltissima, forse passerebbero ancora più inosservati. Difatti scopro solo ora che sono ancora in attività (l’ultimo album risale al 2013). Nemmeno il ritorno di fiamma degli ultimi anni per la musica del Destino ha, a quanto pare, portato loro fortuna.

ETERNAL TEARS OF SORROW – Vilda Mánnu

Trainspotting: C’è stato un tempo in cui persino gli ETERNAL TEARS OF SORROW (il nome più enfatico del mondo) erano un gruppo concettualmente dignitoso e, anzi, perfino gradevole. Era il tempo del loro secondo album Vilda Mánnu, di quello precedente e di alcuni degli immediatamente successivi. Il loro stile era interessante perché reinterpretava lo stile goteborghiano dei primissimi In Flames alla luce della loro sensibilità finlandese. Il risultato è sorprendente, perché Vilda Mánnu è un disco di una levità sorprendente: i ritmi non sono mai frenetici, le chitarre si prendono il centro della scena con una successione di riff, spesso armonizzati, che a guisa di ciò che accadeva in The Jester Race intessono atmosfere sognanti e vagamente bucoliche. Considerato ciò che sono diventati adesso, non sembrano neanche lo stesso gruppo. Da riscoprire assolutamente e da tenere presente per un ipotetico speciale sul death svedese di fine anni Novanta.

5 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    1 dicembre 2018 11:54

    Gli Exhumed sono un po il mio gruppo feticcio. Adoro un po’ tutto quello che hanno fatto, ed il debut ha il pregio di aver riportato un po’ di sana zozzeria musicale. Umbersun degli Elend lo comprai in seguito ad una recensione su Grindzone. Non so cosa mi aspettassi ma.non era quello. Provai a sentirlo e risentirlo ma non avevo le basi per apprezzarlo. Dovrei rimetterlo su, che son anni che prende polvere. Nargaroth all’epoca mi piacevano molto ed il buon Kanwulf con le sue sparate trve era troppo simpatico, peccato che anche qui son secoli che non sento nulla di lui. Domani se ho tempo lo rimetto.

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  2. Pepato permalink
    1 dicembre 2018 13:09

    Gli Elend, grandiosi! Avevo preso il cd e avevo passato settimane inquiete a farmi trascinare nell’inferno di quelle grida e quelle atmosfere. Umbersun molto superiore ai due precedenti, che oltre a essere meno estremi avevano la pecca di usare sintetizzatori molto più plasticosi.

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  3. ignis permalink
    2 dicembre 2018 10:24

    Elend gruppo unico!

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  4. El Baluba permalink
    2 dicembre 2018 12:17

    risentito “Herbstleyd” dopo credo dieci anni, madonna che rottura di palle…per carità alcune cose sono molto grimmose, ma in generale una rottura di palle infinita, non ho idea di cosa mi prendessi all’epoca per stare in fissa con questa robba 🙂

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  5. 2 dicembre 2018 13:45

    Anche io ho comprato Gore Metal per la copertina e i titoli (“Vagitarian”, roba per intenditori). Mi ci sono affezionato praticamente subito e lo rimango ancora adesso che praticamente non lo ascolto più. Diciamo che era bello sapere che esistevano (o meglio, continuavano a esistere, ma al tempo non lo sapevo ancora) gruppi così.

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