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La finestra sul porcile: THE PREDATOR

2 novembre 2018

Ci sarà sempre qualche film di cui siete finiti per conoscere a memoria le battute, e ogni volta che lo ritroverete in TV non riuscirete a cambiare canale, nella maniera più assoluta. Un po’ perché le alternative sono il programma survivalista a tette all’aria in competizione con quello sugli chef titolati, ma in particolar modo perché quella pellicola la sentite particolarmente vostra. Se dovessi elencare i miei titoli preferiti non mancherebbe in cima alla lista La Cosa di Carpenter, ma non esistono molte altre cose a cui mi senta affezionato quanto al primo Predator, quello firmato da John McTiernan.

La figura aliena, che poi era mossa da un attore in carne ed ossa corrispondente al nome di Kevin Peter Hall (R.I.P.), si aggirava per la giungla passando per gli alberi piuttosto che sul terreno, eludendo così le trappole attivate dalle milizie locali e da chi veniva inviato in loco per portare avanti – a sua stessa insaputa – una complessa indagine governativa. Li uccideva per confrontarsi con loro, e sperando di trovare un guerriero all’altezza finiva per fracassarsi la testa su quello che ce l’aveva più lungo di tutti. Sono letteralmente innamorato di quel film, perché in fin dei conti era di per sé poco catalogabile: in sostanza un action con tutte le caratteristiche in voga nel periodo reaganiano, presenza femminile limitata ad un’autoctona che ripeteva sempre la stessa frase, e la visibilità del mostro graduale e intelligente come da manuale dell’horror di un’epoca che non c’è più. Se mi ritrovassi Predator in televisione in questo preciso istante, magari al posto di Forum, penso che sarei in grado di recitare mezze battute del film in anticipo di qualche secondo rispetto agli attori, eppure non me lo guardo e riguardo a oltranza come qualche invasato di Game Of Thrones farebbe: semplicemente mi è entrato in testa da solo. 

Ma oggi a chi gliene potrebbe fregare, di Predator? Il punto è che ogni tanto ci riprovano, e dopo averlo portato a Los Angeles per realizzare un seguito buono quanto ordinario, in cui un cast pieno di buone seconde linee piangeva la mancanza del solito protagonista del primo atto, la situazione è degenerata del tutto. Prima gli xenomorfi, in Antartide e al cospetto di un rinomato attore delle pubblicità di telefonia; dopodiché in un paesino qualunque in un delirio nerd che buttava lì a caso le prime creature insensate, tipo l’ovvio Predalien. Infine di nuovo nella giungla, con una combriccola arricchita da Morpheus ingrassato, dalla cecchina dagli occhi languidi, e al posto di Schwarzenegger l’attore che solitamente interpreta i superstiti della shoah, riempito per l’occasione di barrette energetiche fino a scoppiare. E non c’è mai qualcuno che realmente riazzeri il tutto, riportando la saga alle origini ossia ad un mostro che fa paura sul serio e che ci mette mezz’ora a comparire, mentre intanto tu ti affezioni a personaggi di cui non sai assolutamente niente, ma che elargiscono battute epocali le quali saranno anche le ultime pronunciate. Una saga che tenta di accalappiare nuovi adepti, ma che ogni volta (non) riempie le sale solo ed esclusivamente con un pubblico fra i 30 ed i 50, generalmente scontento all’uscita. Ma ieri eravamo proprio incazzati, è diverso.

Rendimi quel CD dei Cirith Ungol, RENDIMELO!

Il nuovo Predator è una merda: una volta uscito c’era il mio amico, Daniele, visibilmente confuso, che mi diceva di andare subito in un’altra sala a vedere Venom per riprendersi. Che è come andare a troie, rimanerci male, e provare subito dopo ad andare con un travestito. Però mi ero fidato ciecamente di Shane Black, grande sceneggiatore nonché interprete di Hopkins nella prima pellicola (per intenderci, la prima vittima, il tipo delle barzellette). Black in pratica è andato a prendere Predator al canile perché era pieno di lividi e sfregi, se l’è tenuto per qualche mese rincarando la dose di calci, e gliel’ha riportato malconcio, e con un cliffhanger finale che fa presagire un ulteriore avvicinamento della saga ai vari Iron Man e cazzi vari. Non solo, ha perso mezz’ora a spiegarci cosa facessero in passato i personaggi tentando pure di replicare alcuni cliché del primo film, ovvero il tizio che fa umorismo, i due amici per la pelle segnati palesemente dal destino, e il nero buono ma sotto sotto anche parecchio bipolare. Manca, effettivamente, qualcuno con una lunga arma da taglio che a un certo punto va a suicidarsi. E poi ha fatto conquistare una saga come questa dalla Fica, una saga un tempo dominata dai vari “e scommetto che questo bazooka nel culo ti sciacqua”. C’è, oltre a Yvonne Strahovski di Dexter, Olivia Munn come co-protagonista, una delle facce note del fappening, che porta sul set pure il suo cucciolone tricolor di Cavalier King Charles Spaniel, la stessa razza di cane che ho io. Cioè, tu vai a vedere un film che prevede spine dorsali tolte di lì per sport, e ti ritrovi un alter ego del tuo fido Django dopo che l’avevi portato fuori a cacare qualche ora prima.

In realtà Shane Black non si è trattenuto molto sul fattore splatter, ma è stato anche molto furbo: di sangue ce n’è a palate, ma riesce sempre a non essere realmente cruento o a disgustare. Un film per tutti, in sostanza, che per un’ora è anche capace di essere guardabile, dato che ridi di gusto anche se molti dialoghi sono fondamentalmente ripetitivi e mai del tutto convincenti. Per esempio, il regista si è crogiolato tantissimo sulla gag relativa alla natura del nome del mostro, fino a ripeterla in più casi. Ma a un certo punto il personaggio interpretato da Thomas Jane (Blu profondo, L’acchiappasogni, The Mist, The Punisher) ha da ridire perché “non può chiamarsi Predator, non è un predatore, lui lo fa per prendere dei trofei”. Ma non l’ha ancora mai visto, né ha trovato un documentario su Rai Cinque che ne parlasse. La sceneggiatura è piena di buchi del genere, in sostanza si parte da uno yautja in fuga dai suoi simili per portarci qualcosa che dovrebbe salvarci (!!!). Però, appena questo qua atterra, trova tre o quattro tizi in un boschetto che potrebbe essere quello presente dentro al Giardino di Boboli, e non resiste. È più forte di lui, inizia a tirargli le vere cannonate. Perché, Shane? Hai scritto Arma LetaleL’ultimo Boy Scout. Che roba è questa?

Poi abbiamo assistito all’ultimo atto, che sembra sia stato totalmente rimaneggiato – e parzialmente girato ex-novo – a inizio anno perché la produzione non era soddisfatta del lavoro svolto. Il film, se ho capito bene doveva terminare con un elicottero in arrivo, il portellone che si apre e ne fuoriesce un bolso Arnold alias Dutch Schaefer, il quale invita i superstiti a salire. In sostanza l’intera sala avrebbe dovuto trasformarsi in un cinema hard degli anni Ottanta, con un’esultanza da gol di Zapata allo scadere del derby consistente in gente che rotea il cazzo senza un preciso perché. Warner Bros., sotto forma di una delle sue tentacolari filiali, ha deciso di accentuare la componente canina della storia inserendo – come era avvenuto nel terzo film – gli hound alieni. Di cui uno è addirittura rimasto scemo con una pistolettata che gli Slayer avrebbero descritto come high velocity bullet at close range can damage the mind. E’ così che, dopo avere assistito a svariati corpo a corpo in cui la creatura (cattiva) sfracella corpi semplicemente utilizzando i propri arti, Olivia Munn raccatta un diretto e si fa un salutare volo di qualche metro nel bosco. Pochi minuti dopo, la biologa impugna perfettamente un fucile da assalto e svuota caricatori che non verranno mai cambiati, i cui colpi – fortunatamente – non sembrano proprio andare a segno. Il mostro poi ne fa delle belle, ma ce n’è una che mi ha segnato psicologicamente: la scena del braccio raccolto da terra. Se mai andrete a vedere quel film, è in quei pochi secondi di girato che rimpiangerete perfino il secondo film, che in fondo aveva ancora dei toni seriosi nonostante facessero un deciso contrasto con il Lambert interpretato da Bill Paxton (R.I.P.). Immaginate la trasformazione subita dalla saga di Nightmare a partire dal terzo o quarto film, che erano ancora molto belli: Freddy che iniziava a fare umorismo, a sparare cazzate, ed a gingillarsi con le vittime. Qua sta accadendo la stessa identica cosa, umorismo e marvelate.

Il Predator del quarto episodio è più uno scenziato venuto qui per regolare i conti e raccogliere prezioso materiale, una caccia ovviamente innescata da una causa umana rappresentata nella fattispecie dal bimbo di Codice Mercury 2.0, che è autistico, bullizzato e intelligentissimo, ma di base è un bambino e quindi finirà per fare ciò che avrebbe fatto una qualsiasi coppietta in uno slasher, con Jason lì fuori dalla tenda. Gli alieni, inoltre, localizzano gli umani tramite una sorta di servizio di codifica e mappatura che assomiglia non poco a ciò che è presente su Google, e mi fermo qui. Mettiamo da parte la traballante sceneggiatura di uno dei migliori scrittori della Hollywood anni Novanta, mettiamo da parte il fatto che un film ad alto budget come questo suona come un’occasione sprecata a tutti gli effetti: il problema principale di The Predator non è quello di chiamarsi come un gruppo indie rock anziché con un banale numero quattro, ma il suo cast. Troviamo un protagonista spocchioso e che non voglio neanche nominare, vi dirò solo che stava su Logan e che ha zero personalità, e poi abbiamo a che fare con una parziale ripetizione dei villain umani presente sul secondo capitolo, il che non aiuta. C’è la squadra segreta caratterizzata da una coppia di scemi qualunque che sembrano dei Men In Black dei poveri, mentre nel 1990 – nella medesima situazione – avevamo a disposizione il Soldato Animal di Full Metal Jacket, Adam Baldwin. E poi il figlio di Gary Busey, più buono e meno arrogante del character del 1990, ma capace di sembrare dieci volte più vecchio del padre alla stessa età. Il Predator in fin dei conti è anch’esso parte integrante del cast, nonchè aggravante del problema: crearne di volta in volta uno più forte e dotato tecnologicamente del primo, non lo rende più spaventoso, ma solo più visibile e banalizzato. Se dovessi riassumere il tutto in poche righe, direi che quello che ho visto la scorsa sera è un qualunque film di supereroi, spogliato del logo Marvel e infarcito delle medesime situazioni: sorrisoni, sfida fra due mostri con gli umani impotenti che se la danno più o meno a gambe, qualcosa che salva l’umanità da qualcos’altro che la distruggerebbe, e patriottismo quanto basta (fonte: GialloZafferano). Ridateci la giungla e la gente che si spezzava il rasoio sulle guance dal nervoso, e cominciate a perdere meno tempo in citazioni, per favore. Dopodiché, potrete anche far gridare a qualcuno “CONTATTO!”. (Marco Belardi)

7 commenti leave one →
  1. Ma che ne sanno i Millennials permalink
    3 novembre 2018 10:49

    “Non ho tempo per sanguinare…”

    Piace a 1 persona

    • Marco Belardi permalink
      3 novembre 2018 10:49

      Hai tiempo de scansarti? 😂😂😂

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      • Ma che ne sanno i Millennials permalink
        3 novembre 2018 10:55

        Potremmo andare avanti così tutto il giorno 🙂

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  2. Crisuommolo permalink
    4 novembre 2018 17:21

    C’è qualcosa nella giungla, e non è umana!

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  3. blackwolf permalink
    4 novembre 2018 17:48

    Che è come andare a troie, rimanerci male, e provare subito dopo ad andare con un travestito.
    Altra chicca da non sottovalutare: “rendimi quel cd dei Cirith Ungol”, che effettivamente è musica per veri predator.
    Tra una campagna d’ invasione o caccia cosmica e l’altra, Cirith Ungol e vai sul sicuro.

    Piace a 1 persona

    • Marco Belardi permalink
      4 novembre 2018 17:51

      la cosa dei cirith ungol è perché prima che ristampassero il cd di paradise lost, che ricordo era piuttosto difficile da trovare, ne raccattai TRE alla stessa fiera del disco dal solito tizio

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      • blackwolf permalink
        4 novembre 2018 20:15

        Cioè aspetta, vista la rarità dell’album in questione, te lo sei comprato 3 volte?? Così fosse, comprendo la psicosi. Ci sono album che possiedo, senza mai aver sentito l’originale. Capita che lo masterizzato 4 volte appena comprato, poi ascolto in casa e porto in macchina solo le copie. L’originale sta imbustato e protetto dentro l’armadio e non uscirà mai. E mai verrà prestato. Ad una tipa della Repubblica Ceca su discogs, dopo un paio di ottime vendite di roba piuttosto rara ad ottimi prezzi, arrivata in eccellenti condizioni e imballata a prova di esplosione atomica, manco ci fosse da proteggere il santo Graal, volevo scrivergli come feedback TI PREGO SPOSAMI. Quindi saresti in buona compagnia.

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