Skip to content

CONSTRUCT OF LETHE – Exiler

7 luglio 2018

Se ho una discussione con qualcuno e l’argomento è il death metal, non è raro che le persone rimangano allibite dai nomi che affermo di preferire all’interno di quell’ambito. In sostanza la mia triade di intoccabili, come avevo già accennato altrove è composta da Incantation, Morbid Angel ed Immolation. E non è una questione di avere realizzato album di ottima caratura con una continuità invidiabile, ma di come queste tre band interpretano un genere che ha la necessità assoluta di suonare relativamente semplice, cupo e il più possibile malvagio. Un concetto che ai Construct Of Lethe, americani e capitanati da uno che ha il cognome più fico del mondo grazie alla disumana Y conclusiva, suona più che chiaro.

Un’affermazione come la mia lascia facilmente basiti gli incalliti sostenitori dei cosiddetti nomi grossi, tipo i Death: sono un fan incallito del death metal tecnico, Human è uno dei miei album preferiti in senso assoluto ma perdonatemi, fate come preferite: per me il death metal incarnato nella sua forma ideale – senza nulla togliere ai Millennium del caso – è esattamente quello lì. Oltretutto, in termini di death metal tecnico posso aggiungere che, come nel caso delle frange più estreme e brutali del genere, il limite maggiore che ha riguardato gli artisti da un certo punto in poi è stato proprio il volersi spingere ad ogni costo oltre limiti azzardati di velocità, nonché di capacità nel suonare lo strumento. Il tutto a discapito della riuscita stessa degli album. Il death metal è probabilmente il genere che più ha sofferto la propria evoluzione, mentre Incantation, Morbid Angel ed Immolation – senza rimanere in modo imbarazzante ancorati ai propri esordi e radici – spostavano solo le pedine necessarie, ribadivano concetti vincenti, e qualche volta pubblicavano ingiustificabili cazzate come Here In After o il disco di reunion con David Vincent che non citerò solo perchè ieri ho mangiato troppo, per cui metterei sicuramente una “V” di troppo al posto sbagliato, finirei per affermare che a me Blades For Baal piace, e di conseguenza per fare sudare freddo il trainspotting – che in questo momento immagino pacato e rilassato – mentre si gode lo smog milanese su un terrazzo che si affaccia sul cemento. 

I Construct Of Lethe hanno un grosso vantaggio: Tony Petrocelly che ha scritto una marea di materiale mai pubblicato altrove, e che è finito dentro a questo contenitore senza scaturire effetti indesiderati o sbagliati. Non so’ se abbia avuto culo, ma tutto suona tremendamente giusto in Exiler, o quasi. In pratica gli americani partono da una voce – quella di Dave Schmidt – a cavallo fra il popolare Ross Dolan e lo Steve Tucker più espressivo di Gateways To Annihilation, capolavoro del quale ritroviamo anche le infernali atmosfere, nonché i ritmi compassati. Ci aggiungono stop and go, dissonanze ferali ma mai gratuite ed eccessive come nel caso dei Portal, e rivedono lo stile dei Morbid Angel citando le chitarre visionarie di Formulas Fatal To The Flesh in A Testimony Of Ruin – così vicine a quelle di Hymn To A Gas Giant – e le atmosfere dei Gojira più spinti in Soubirous, senza dubbio una delle mie tracce preferite e più dirette della intera scaletta. Il disco è bellissimo almeno fino a metà, e dopo i sette minuti di Fugue State – perlopiù giocata su linee vocali narrate – cala e glielo concediamo pure. Sono sette tracce, niente di eccessivo nella durata e che ben ammortizza uno stile mai portato all’eccesso, e tenuto a terra dai frequenti shred di chitarra di memoria novantiana, e da pezzi dal tiro incredibile come The Clot. Non manca la tecnica, soprattutto nel duo chitarra-batteria (quest’ultima a cura del francese Kevin Paradis, in sostanza un cingolato dotato di armamenti sopraffini), ma non è mai fine a sè stessa nè del superamento ingiustificato di limiti di brutalità o velocità. Tutto, sottolineo tutto, risulta dosato con intelligenza non comune a molti. A proposito, dato che ho rammentato The Clot, quest’ultima ora come ora la metterei senza rifletterci un minuto di troppo fra le migliori cinque, massimo dieci canzoni del 2018.

Colpaccio – dunque – per la Everlasting Spew e disco su cui avevo avuto sensazioni positive a partire dalla copertina, che mi aveva subito rimandato a quella dell’ottimo Vanquish In Vengeance di John McEntee e compagnia bella. Ora, Tony, tira fuori altra roba così e, contrariamente a ciò che consiglio ai più, spingiti oltre ed osa al costo di discostarti dai canoni sui quali il genere fa da sempre affidamento. Perchè la stoffa non ti manca e certe doti, che superano il concetto di saper suonare uno strumento, non vanno nascoste o limitate. (Marco Belardi)

No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: