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Musica di un certo livello #22: AMORPHIS, MIDNIGHT ODYSSEY, ALDA

16 settembre 2015

amorphis-Under-The-Red-Cloud-2015-570x570Tenere in vita una contenitore di recensioni (e in generale un blog di musica) quando non esce nulla di decente nel panorama metal è una vera fatica. Misuriamoci comunque in questa misera impresa affrontando tre album che nel bene o nel male si sono ritrovati a girare nello stereo del ‘vostro affezionatissimo’, ovvero Passage degli Alda, Shards of Silver Fade dei Midnight Odyssey e Under the Red Cloud degli AMORPHIS, principiando proprio da quest’ultimi.

Avevo fatto un fioretto, quello di non stroncare mai un album dei finlandesi, per l’affetto che nutro per loro praticamente da sempre. Tanto è vero che ho parlato fin troppo bene di The Beginning of Times, come pure ho fatto finta che Circle non sia mai uscito. E proverò a non parlarne male nemmeno adesso ma l’affetto non è eterno e la stima è un qualcosa che ogni tanto va rinforzato con delle prove di bravura. Che tardano ad arrivare. Se di Under the Red Cloud non si può parlare male tout-court, nemmeno se ne può dire bene. Personalmente l’ho trovato scialbo e copiativo. Non nella produzione (che è sempre più gommosa), nemmeno nel songwriting (visto che qua e là qualcosa di decente spunta fuori), ma nel fastidioso vizio di rincorrere l’altrui cifra imitandone stile e atteggiamento musicale. E se non si può dire ‘opethiano’, perché ti saltano alla gola mille cani rognosi, allora occorre affidarsi al vocabolario dei sinonimi e contrari del metal che alla voce ‘Opeth’ recita: melenso, stucchevole, ridondante. Il prog non è questo, ci tengo a ribadirlo, prog non equivale a rottura di palle. Sfatiamo questo falso mito: il movimento progressivo, rock o metal che sia, è il virtuosismo, la fantasia al servizio della melodia. L’odiosa associazione di idee che facciamo oggi è causata da quei gruppi troppo dediti alla fredda tecnica fine a se stessa, dai ‘vorrei ma non posso’ o dalle vecchie glorie bollite che si riciclano ad nauseam. Inseguire la cifra altrui, come dicevo, ricalcandone l’atteggiamento ‘artistico’, magari puntando allo stesso pubblico di riferimento un po’ generalista, che a fatica può definirsi death metal (che poi uno si dimentica che questi qui prima facevano death metal e ora boh) e che magari converte le percentuali di gradimento di Metal Archives in cultura personale; tutto ciò a me sta parecchio sulle palle. Gli Amorphis stanno buttando il cervello all’ammasso e, ancor peggio, sono a un passo dal finire nella playlist del kebabbaro sotto casa.

midnightodysseyC’è stato un periodo (anni ’13 e ’14) in cui davo molta importanza ai gruppi australiani emergenti e poco conosciuti, grazie al mai troppo lodato Bandcamp. La freschezza dei giovani gruppi e one man band australiani, che ripartivano da un certo modo di contaminare l’heavy metal tipico dei nineties europei, mi consigliava di tenere il binocolo puntato su quei paesi distanti (valga anche per quelle nazioni che ‘ci arrivano tardi’, come ad esempio la Romania). Ho un po’ perso, in generale, quell’attenzione, che comunque è stata risvegliata dai MIDNIGHT ODYSSEY, band tenuta in piedi dal prolisso Tony Parker da Brisbane. Prolisso perché ogni suo album (al momento ne ha due nel curriculum) dura la bellezza di due ore. Il genere è quel black metal atmosferico che di black ha ben poco e che si spinge più che altro verso l’ambient. In questo mi fa pensare agli svizzeri Darkspace che in questo strano genere la fanno da padrone. Non vi dirò balle, l’ascolto di Shards of Silver Fade è molto impegnativo ma, nel giusto contesto, merita il viaggio.

In chiusura, due righe per gli ALDA forse è il caso di spenderle. Black metal cascadico nord americano che riparte dagli inflazionatissimi Agalloch, come ce ne sono tanti (e mediamente tutti abbastanza interessanti se non avete grosse pretese), gli Alda si muovono all’interno di confini ben definiti, ingabbiati in un sottogenere che difficilmente potrà dare ulteriori frutti. Cercano di superarli in quest’ultimo Passage, col risultato di produrre comunque un disco da non lasciar passare in silenzio ma un filino meno personale dei due precedenti. (Charles)

4 commenti leave one →
  1. 16 settembre 2015 12:18

    Grandissimi Amorphis. Sia ai tempi del death che il periodo successivo. Il mio album preferito è Tuonela.

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  2. MorphineChild permalink
    16 settembre 2015 14:38

    Di parere simile al recensore sulla qualità di Under The Red Cloud (qualche buon pezzo, qualche buono spunto, niente miracoli), dissento sulla considerazione successiva: di opethiano ci sento poco, di virtuosistico nulla e soprattutto hanno smesso di suonare death metal dopo Tales, ormai vent’anni fa. Il disco gira dalle parti di Eclipse e dei 4 successivi, se proprio si vuol trovare qualche differenza in questo ci stanno 2 o 3 pezzi con qualche riff in tremolo picking e un briciolo più di cazzimma che nei due predecessori

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    • Charles permalink
      16 settembre 2015 15:26

      di virtuosistico non c’è nulla infatti, quella era una considerazione generale. io la cazzimma non l’ho avvertita, però.

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    • MorphineChild permalink
      18 settembre 2015 15:50

      con quella produzione si farebbe fatica ad avvertire la cazzimma anche in un disco dei Motorhead, ma non l’ho trovato proprio una ciofeca. le prende 10 a 1 dall’ultimo Barren Earth comunque…

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