Recuperone di fine anno vol. 4: fiducia nel progresso e nel giudizio universale

Stavolta mettiamo insieme un po’ di uscite trovate mentre si ricercava album più o meno doom o heavy degni di nota, ma si finiva per beccarne invece di meno oscure e più progressive, per certi versi. O anche più power, più canterine.

Partiamo con un esordio fresco fresco per Cruz Del Sur (sempre sia lodata), Pathological dei MYTHOSPHERE. Gente di primo pelo: praticamente tre quarti dei Pale Divine, doom east coast già nella scuderia romana, più alla chitarra Victor Arduini dei Fates Warning. Almeno tre musicisti su quattro superano i cinquanta, eppure questo è un esordio, mi ripeto, fresco e ricco di idee. Dalla formazione dovreste avere capito l’andazzo: doom scuola Maryland con una prospettiva prog spiccata. E power, anche e soprattutto nel cantato. Rispetto ai Pale Divine il salto è netto e prima ancora a livello compositivo che di suono. Il lavoro di Arduini è determinante, anche in ambientazione doom. Nulla a che vedere coi Khemmis: dinamiche e soluzioni misurate, rifrangenti, melodie belle (non amo particolarmente la voce), dinamiche in evoluzione costante anche se nessun brano raggiunge i sei minuti. Un riferimento più calzante sono gli Hidden Hand, lo svarione prog di Wino. Perché la base rimane il doom classico americano (i riff e la linea vocale di Pathological, perfetta in tal senso), anche se qui c’è molto più lavoro di cesello e rifinitura, mentre la curiosità compositiva si espande. A scapito dell’oscurità è della mestizia. Ma non ci lamentiamo. Ora, prog (certo prog) e power (quasi tutto) sono fuori dalla mia comfort zone. Tipo qua il bassista “FeZZ” McGinnis suona un sei corde con le dita ed io mi irrigidisce come un vampiro davanti ad una treccia di aglio. Ma questo disco mi sta piacendo davvero tanto. Otto brani, una quarantina di minuti, album conciso nella forma e ricchissimo di dettagli. Paradossale, e non dovrei essere io a dirlo, ma se dovessi fare un appunto è proprio che non c’è spazio per una suite, un’ouverture, uno sviluppo ancora più prog. Vista la prova che abbiamo ora, i possibili sviluppi potrebbero essere ancora più interessanti. Per ora, sicuro tra i dischi migliori dell’anno. Il finale del disco, forse, è un po’ tirato via. Ma solo se si vuol fare gli incontentabili.

Stessi ingredienti, più o meno, ma diversa la ricetta. I DOOMOCRACY puntano tantissimo su epica e magniloquenza. Ora, tralasciamo il nome del complesso, che è meglio. Unorthodox è il disco che hanno fatto uscire quest’anno, col doom epico dei Candlemass riconfigurato con modalità progressive e voci più power. Nei suoni, a volte, qualcosa di più moderno. Proprio a inizio disco, con Eternally Lost, difficile non vi vengano in mente i Tool. O quella roba lì. Poi in realtà la piega prevalente è un’altra, cioè un doom epico ma anche fortemente power. Cori magniloquenti, voce pulita su toni alti, tastiere sintetiche. Ne ho letto in giro un gran bene: sicuramente a ragione, se vi piace il genere. Io lo trovo noioso e lo reggo a stento. L’anno scorso mi ero fatto una passeggiata tra le uscite power metal greche, pure buone, ma ne ero uscito a cocci. Anche qua c’è una pulizia clinica, al punto che sospetto che il suono sia in buona parte sintetico, e c’è pure tanta magniloquenza. Se voi lo indicherete tra i dischi dell’anno, amici lo stesso. Per me troppe tastiere sviolinanti, cori, effetti. Passo oltre.

Di We Shall Overcome invece mi piace da subito proprio il suono. Piuttosto grezzo, sintetico ma in ottica sci-fi. L’attacco di The Earth of Eternal Night grida Faith No More ai quattro venti. Quelli di The Real Thing. L’unica band che mi fa piacere persino lo slap. Il suono dei LORD VIGO questa volta sembra quello lì. Solo che poi la canzone quando entra nel merito è un incubo diabolico alla Mercyful Fate, ma con King Diamond che si aggira tra i cunicoli del pianeta di Alien 3 invece che in una cripta gotica. Faith No More meet Mercyful Fate: ditemi voi se poteva partire meglio il quinto disco dei tedeschi. E tiene botta. Mantenendo il suono ma ampliando la gamma compositiva più verso prog ed heavy che verso il black. Non è quindi un disco propriamente doom, se ve lo chiedete. Stavolta ritmi, suoni ed atmosfere sono del tutto da un’altra parte. Anche se la voce non è propriamente irresistibile, la gamma delle possibilità si è ampliata. Ci fosse stato qualche accenno più pesante, tipo death/thrash, sarei stato tentato di tirare in ballo pure altri nomi. Invece no, non esageriamo. Però volendo ci potete sentire qualcosa dei Voivod di Angel Rat. Volendo vi potete divertire parecchio con un disco così, così narrativo ed avventuroso, come un romanzo di fantascienza. Tipo A Gathering of Clouds, una specie di versione lo-fi e low profile dei Rush. O nel finale con A Necessary Evil, in cui torna il metallo NWOBHM, seguita da 1986 (Book 1: The Vision), ancora una volta retro-prog, ed infine con la bellissima chiusura, A New Dark Age, dove wave anni ’80 e dark rock portano a compimento l’avventura, giustamente con malinconia. Quei synth gelidi, un po’ alla Joy Division, potreste infilarli dappertutto, mi freghereste sempre. In realtà il disco era uscito a luglio, non me lo ero perso mica, ma non so perché non ne avessi parlato. Sicuro tra le uscite migliori dell’anno, se vi interessa la mia opinione.

Chiudiamo per oggi coi SUMERLANDS, che con Dreamkiller sono al secondo disco e che sono per tre quinti composti da membri degli Eternal Champion (cambiano cantante e batterista). E pure se riff e durezza generale non sono molto diversi, i Sumerlands sono orientati su un heavy più su frequenze AOR e glam ’80. Insomma, una specie di versione seria dei Nestor. Che sono seri, sicuro, ma giocano anche. Dreamkiller non ha nulla di quel revival un po’ carnevalesco, anche se i riferimenti li palesa tutti e sono tutti più o meno perduti in quel mondo lì ed in quell’epoca lì. Mancando l’accento sul lato più glam, confinante con hair e sleazy, anche per le capacità strumentali si rimane maggiormente sul lato quasi-prog. Tipo i Rainbow dopo la dipartita di Dio che, ok, non sono quelli che preferisco, ma manco sono male come riferimento. Da un lato, se siete feticisti di quel mondo, questo disco dovrebbe piacervi senza riserve. Ma se non lo siete, non dovreste averne pregiudizi. Mancando proprio l’elemento surreale (niente Samantha Fox) rimane un disco heavy metal malinconico ma duro e teso, tempi quasi sempre sostenuti e quando si rallenta non è proprio per una ballatona strappamutande. Pezzi come Edge of the Knife sanno di già sentito ma non di stantio. Idem Force of a Storm, ancora più supercar di quanto osino i Nestor. Il disco è bello, nulla da dire, ineccepibile. Però perché si basa su una buona (anche più di buona) scrittura, mentre fatto che suoni ed idee siano tutti altrui ti fa chiedere se non valga la pena per una band così affrancarsi dal revival. Magari la prossima volta. (Lorenzo Centini)

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