Perdere ogni residuo di credibilità coi NESTOR – Kids In A Ghost Town

Fermi tutti. Se non il disco dell’anno, poco ci manca. E chi l’avrebbe detto che con una reputazione di buon gusto musicale conquistata con anni di impegno mi sarei trovato a gioire per una bassezza di questo livello. Ma la bassezza la commettono per davvero i Nestor, sobillando il mio fanciullino interiore e sussurrandogli che c’è ancora speranza per l’ottimismo e per l’affermazione di sé. Quel fanciullino interiore ero io in epoca pre-adolescenza grunge. Imberbe, sotto i 10 anni di vita. Prima che comprendessi alcune cosucce della vita, quindi ancora puro e stoltamente fiducioso. Io che passavo le estati a vedere cartoni animati e telefilm su Italia 1. Io che ascoltavo i primi dischi su cui potessi mettere mano. Tipo i best of di Bryan Adams e Bon Jovi, accessori irrinunciabili in ogni casa che si rispettasse nei ’90. AOR/hard rock (molto poco hard, anzi irrimediabilmente pop), radiofonico, fonato, commerciale, colonna sonora di film indimenticabili. Una delle migliori musiche con cui potessi crescere. E scusate se è poco. Quindi, in sintonia con l’anima più gaia e spensierata della redazione di Metal Skunk, sono uscito pazzo per i Nestor e ne scrivo qui un panegirico esaltato scansando ogni residuo di dignità. Lo faccio per almeno due ottime ragioni.

La prima è che Kids in a Ghost Town è un disco stupendo. Punto. E questo già basterebbe. La seconda è che si gioca di fatto la stessa partita di quel recupero nostalgico degli ’80 tra retro e synthwave sul quale ho già detto la mia. Ma i Nestor portano tutta l’operazione ad un livello pazzesco, per filologia ma soprattutto per coinvolgimento e bellezza pura. Ora dovrei andare a ripescare tutti quei dischi degli Ottanta più commerciali per collocarlo con esattezza storiografica. Ma chi se ne frega. Kids in a Ghost Town è un disco spettacolare in sé, anche se nessuna nota puoi dire che sia davvero frutto dello stile dei Nestor quanto, piuttosto, di un ideale platonico di quelli che sono stati i tardi ’80 (più strascichi nei primi ’90). Se poi oltre all’omaggio c’è un briciolo di parodia (gli occhi di Demi Moore citati sfacciatamente in un titolo, il duetto con Samantha Fox in un altro pezzo) conta poco, perché tutto è talmente perfetto che i Nestor non possono non averlo fatto bene apposta, non può essere solo uno scherzo riuscito bene per caso. Qui ci sono musicisti veri e appassionati. È la sublimazione di qualcosa che non ci mi ero ancora reso conto che mi mancasse così tanto, anche se ogni volta che sento un pezzo di Bon Jovi epoca d’oro mi esalto parecchio. Nessun pezzo è meno che perfetto, anche le ballate stracciamutande che ovviamente occupano quasi metà della scaletta. Con 1989 in cuffia nella galleria della metro ti viene un sorriso esaltato ed ebete che vorresti incoraggiare tutti i pendolari a dare fiducia ancora una volta al Sogno Americano. On The Run ti fa sentire come Lorenzo Lamas a cavallo di una Harley che sfreccia verso il tramonto con la polizia alle calcagna, ma con la consapevolezza che tanto la farai franca come tutte le settimane. These Days è il trionfo del Bene e della Giustizia americana. È Ivan Drago che abbraccia il capitalismo. È Eddie Van Halen che ci regala ancora un salto dei suoi. È la gloria di un’eterna proiezione di Flashdance.

Non so nemmeno casa altro dirvi di un disco del genere, tanto è talmente perfetto che non appena premerete play vi verrà da piangere lacrime di gioia. Mollerete la terapia, risolverete tutti i dissidi coi vostri affetti, abbraccerete il vigile che vuole farvi la multa. Ricambiati. Il capo smetterà di svalutarvi e vi darà la promozione che meritate tra gli applausi dei colleghi. Diventerete finalmente fighissimi in tempo per il ballo scolastico.

Se anche a voi le ragioni del Male non sono mai sembrate tanto convincenti come quando è apparsa sullo schermo Brigitte Nielsen in Beverly Hills Cop II. Se anche a voi è dispiaciuto un casino quando Goose ci ha rimesso le penne contro quel maledetto MiG russo. Se anche voi vi chiedete che fine abbia fatto Lou Diamond Phoenix. Se il vostro elefante rosa è l’elicottero di Riptide. Beh, allora Kids In A Ghost Town è il disco che fa per voi e per le vostre famiglie. (Lorenzo Centini)

10 commenti

  • Meraviglioso. Riesci a copiarmi la cassetta così l’ascolto col walkman?

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  • disco dell’anno, 1989 la ascolto quasi ogni giorno da quando hanno pubblicato il video (altrettanto epico). Pensavo di aver perso la dignità con i night flight orchestra, ma qui siamo su un altro livello.

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  • Non sono un amante del genere ma credo che a rimetterci le penne sia stato Goose, Maverick è andato a fare l’istruttore. 😀

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    • Lorenzo Centini

      Sapevo che avrei dovuto controllare prima, Top Gun non lo rivedo da decenni e devo aver associato il nome Maverick a Goose perché Maverick è un nome più fico ma il mio personaggio preferito era Goose. Grazie compare, correggiamo.

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  • Mannaggia, provvederò!

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  • ma porc…ma dove li hai scovati questi?? Appena possibile ci do una bella ascoltata…

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  • Questa recensione conferma ciò che ebbe a rilevare il sempre ottimo Matteo Cortesi nella puntata di “Avere vent’anni” relativa a “Slaves Of The New World” degli Steelhouse Lane: l’AOR è l’unico genere realmente underground; e, come tutti i generi underground, ogni tanto (ri)appare in superficie, salvo poi tornare da dov’è venuto. I Nestor mi paiono un ottimo esempio in questo senso.
    Piccolo inciso: il disco è prodotto da Sebastian Forslund della Night Flight Orchestra.

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  • In vista del keep It true faccio spesso un recuperone, ecco, a questo giro spuntano i Nestor con un disco che ha in effetti dell’incredibile. Samantha Fox porta il tutto ai limiti del surreale.

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  • Che discone pazzesco

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  • Apprezzo i vostri guilty pleasure normalmente, e c’ho provato ad ascoltarlo, ma proprio non lo reggo, e sono uno che ancora ascolta i primi dischi di Madonna.
    Inquadra perfettamente una nicchia di anni ’80 che non ho mai apprezzato.

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