Corollario al teorema degli Ulver: HAIL SPIRIT NOIR – Mannequins

Io ne ero sicuro, un tempo. Quando un gruppo con le chitarre incontrava uno coi campionatori, quello coi campionatori era un gruppo morto. Funzionava così, una volta. Era bello avere certezze. Forse esagero, ad esempio col trip hop più notturno non ho mai avuto nulla da ridire, anzi. Ma in generale se sentivo puzza di disco il dito andava subito al grilletto. Poi per carità, come ripeto spesso si cresce, si smussano gli angoli. Ora però c’è tutta quest’ondata synthwave che non capisco e che sta avendo un successo incredibile. Nel senso di non credibile (per me), di sospensione dell’incredulità. Però, ehi, metto in chiaro, amo Carpenter anche io, stimo l’antipaticissimo Refn (gran film, Neon Demon) e It Follows è tra i migliori horror degli ultimi anni. Son cresciuto nei ’90 con quello che trasmetteva Italia 1, che era quasi tutta roba anni’ 80, per cui condivido la nostalgia per auto che parlano, robot poliziotti, androidi sterminatori e tizi col codino che fabbricano bombe con una penna biro. Il fatto che musicalmente non distingua un disco dall’altro, in questo stilosissimo stile, è affar mio. Anzi, sto cercando di recuperare una canzone che mi piaceva molto ma vattelappesca chi era. Per cui rinuncio a fare una vera analisi di questo Mannequins degli HAIL SPIRIT NOIR, che c’è chi è molto più competente di me. Anzi, smetto di ascoltarlo per non finire col farmelo piacere, tanto è ruffiano (e prevedibile, paradossalmente). Girare gira, e Mannequins, il singolo, è tanto sfacciato che Immanuel Casto ci potrebbe cantare su un testo dei suoi.

Mi ricordo di quel mio conoscente che era solito andare in giro con le lamette e le cartuccere e che una sera trovai conciato come uno degli Wham! e, piuttosto che cedere ed iniziare ad ancheggiare pure io, preferisco tirare fuori uno sbrodolìo lamentoso perché uno dei miei gruppi feticcio (gruppi con le chitarre e anche i synth, intendo) ha cacciato un disco di sola elettronica che a me pare un copia-incolla di campioni e pattern presi da una library. Anzi, potrebbe benissimo averlo composto un’intelligenza artificiale, per quello che ne so. Che palle. E dire che erano tra i gruppi più coraggiosi in giro. Certo, non se li cagava quasi nessuno. Io ho dovuto schivare le avances di un viado per andarmeli a vedere al massimo con altre 12 persone in un sottoscala di via Padova. Porto ancora con orgoglio la maglietta, che non ha alcun tono fluo o glitter, però. Non è che, volendo proprio giocare con la synthwave, avrebbero potuto fare qualcosa di molto diverso. Mischiarla col black metal come fanno gli Abstract Void, dite voi? Non scherziamo, quelli ho provato a sentirli e a me fanno l’effetto che farebbe a voi se cercassi di convincervi della bontà della ricetta di pasta con cavolo romanesco, pepe e tofu affumicato che ho perfezionato io e che, per carità, non chiamerò “carbonara” per non mancare di rispetto alla vostra sensibilità culinaria. Tranquilli, che ne rimane di più per me…

L’unica prova che si tratti ancora della stessa band è il rifacimento sintetico di The Cannibal Tribe Came from the Sea (ribattezzata come The Monsters Came from the Sky). Non gli è venuta manco male, ma a me sta sulle scatole lo stesso. Facciano ovviamente il cazzo che pare a loro, gli Hail Spirit Noir, il nome e la band sono i loro. Io, se proprio bisognava mandare in vacca tutto, preferivo davvero a questo punto una cosa appiccicosa come IDGAF degli Shining. L’ho detto pure al Giardina, che a me in qualche modo piace. Kurt Cobain e autotune, bolle di sapone e cocaina, mazze chiodate, molotov e appeal gender-fluo. E soprattutto insofferenza violenta verso qualunque limitazione della propria volontà, del proprio Io, della propria affermazione su tutto e tutti. Che sarebbe anche un concetto allettante, in astratto, meno se rischiate la pelle per uno stronzo con la macchina potente che guida come fosse immortale. IDGAF è esattamente quello stronzo ed è la canzone perfetta per vincere un’edizione dell’Eurovision. È quella roba lì e mi restituisce tutto il disagio che provo ad essere considerato europeo, accomunato in questo alla prepotenza ed al cinismo di certe visioni del mondo e certe politiche sovranazionali. E a certo cattivo gusto. Ecco, IDGAF per me ha un senso, al di là dell’essere una porcata immonda. Invece non posso dire la stessa cosa di Mannequins, non c’è alcuna voglia di rottura o neppure manifestazione scomposta di qualsiasi cosa di personale. Non è nemmeno brutto, purtroppo. Io ci vedo e sento però solo voglia di accodarsi ad un trend che tira. E mi sembra una cosa triste. Siamo al secondo passo falso (per me) consecutivo degli HSN dopo l’esperimento space soporifero dell’anno scorso. Io ho voglia di tornare ai tre capolavori (minori) di inizio carriera e non rassegnarmi ancora all’idea che una delle mie band contemporanee preferite si stia trasformando in un corollario ridondante del teorema degli Ulver. Ed in testa mi torna spesso quel coro che fa: Hang the DJ! Hang the DJ! (Lorenzo Centini)

 

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