Io questi li conosco, ma non si erano sciolti? Sono i Faith No More, bello, mica o’ sangue di San Gennaro! (Speciale FAITH NO MORE – prima parte)

Il 14 giugno 2009 per molti compatrioti e vegliardoni del rock/metal è stato un giorno memorabile: i Faith No More, scioltisi nel lontano aprile 1998, tornavano in concerto in Italia con la line-up storica quasi al completo e con la verve beffarda e spocchiosa di sempre, resa, quest’ultima, ancora più apprezzabile dal nostro pubblico grazie all’originale uso che della lingua italiana (infarcita di turpiloquio e trivialità) Mike Patton è solito fare in queste occasioni. Per pavoneggiarsi un po’. Ad esempio, lo ricordo quella volta a Roma inveire contro il pubblico pagante che riprendeva con i cellulari la sua performance di assurde vocalizzazioni, minacciando di valersi dell’immenso “negrone” che lo accompagnava (l’inconcepibile beat boxer Rahzel) per praticare sugli astanti atti sodomitici non richiesti; o quando, proprio a Milano, il fido batterista Mike Bordin, 47 anni suonati e capelli rasta brizzolati – una persona di tutto rispetto insomma – incassava pubblicamente e col sorriso sulle labbra l’epiteto di “segaiolo di merda”. La presenza scenica di Michele è cosa nota e risaputa e le sue avventure da palcoscenico meritano di occupare uno spazio dedicato. Per fortuna c’è MS che ci aiuta a sviluppare la logorrea, nonché la gonorrea: “It’s a dirty job but someone’s gotta do it”.

Il gruppo, con alla voce Mike Morris (detto “The Man”, inizialmente infatti “Faith No Man”), nasce intorno ai primi anni ’80 a San Francisco e si alimenta di tutti i movimenti musicali della Bay Area californiana. Grazie alla cacciata di quell’omaccione e l’avvicendamento con Charles Henry Mosley (detto più amichevolmente “Chuck”), dopo una fugace collaborazione con Courtney Love, la band prende il nome che tutti siamo abituati ad osannare. Domine non sum dignus. Personaggio alquanto disturbato, il vecchio Chuck definisce a modo suo una rozza mistura di rap, allora molto in voga, e rock duro e impone una certa attenzione ai temi sociali e pacifisti. Che noia, già, però il primo album della band We care a lot non è tutto da buttare: la title track omonima, scritta da Bottum e chiosata da Mosley, autore del famoso ritornello, sarcasticamente irride gli eventi found-raiser pseudo caritatevoli collegati al mondo della musica – come il Live Aid – e cita il Los Angeles Police Department, infelicemente noto per le brutalità compiute ai danni di poveri malcapitati per lo più di colore, nonché le api assassine e Mr. T. Il pezzo resiste al tempo e alle mode e continua ad essere il loro cavallo di battaglia preferito, privilegiato come chiusura dei concerti. In Greed si comincia a sentire un duetto tastiere-batteria progressive e la strumentale Pills for breakfast sembra anticipare The Real Thing. Per il resto sono lamenti e piagnistei del mai troppo vituperato Mosley. In copertina una stella a 8 punte composta da due quadrati sovrapposti e rovesciati che ricorda la Stella di David (che invece è esagrammatica): magari voleva essere un riferimento sionista o esoterico, che ne saccio.

Non dimentichiamo che da poco era arrivato alla chitarra Jim Martin e da qui in poi è quasi discesa. Infatti, nonostante gli inizi un po’ arrancanti, i FNM partoriscono con facile travaglio Introduce Yourself: una discreta prova di sé, non del tutto convincente ma che esprime comunque quello stile in fieri che diverrà maggiormente maturo in seguito. In copertina una specie di sputazza nera. Carino nel complesso, ma a parte Chinese Arithmetis e R n’R, cupe e introspettive, non siamo ancora nel mood giusto. Work in progress. Dice: “Ma come, lo liquidi così il secondo album?”, sì perché fortunatamente lo sfiatatissimo (pare che il successore immaginificamente definisse le sue scarse doti vocali “brute thuggishness”), nonché ‘mbriacone, nonché farfallone Chuck viene sostituito da un colosso della musica contemporanea che ho fretta di presentare: un istrionico e virtuoso impiegato della voce; uno che con le corde vocali può saltare dallo screaming ai growls, dal tenore al basso, a urla senza apparente senso, folli distorsioni (anche facciali) e infinite variazioni policromatiche: il signor Mike Patton.

L’idea di farlo scendere in campo (suona male, lo so) fu, come dichiarano gli stessi FNM, di Jim Martin che ascoltò una demo tape dei Mr. Bungle, il gruppo del liceo di cui era fondatore e colonna portante. Probabilmente è grazie alla presenza rassicurante di Mike che i californiani trovano un po’ di pace. Infatti pare che negli ultimi tempi se le dessero di santa ragione e che Bordin, oltre a pestare i tom, si divertisse molto nel praticare scapegoating e scherzetti da prete a danno degli esimi colleghi. C’è da essere comprensivi con Puffy: se il tuo cantante cazzeggia troppo puoi pure chiudere un occhio ma se si addormenta on stage so’ mazzate. Con Patton l’apporto di novità e idee è evidente e massiccio, infatti da questo momento lo stile dei FNM prende realmente una piega netta e tira dentro in una amalgama formidabile generi musicali diversi: rap, funky, psichedelica, progressive, soul, hard-core, jazz e metal. Festeggiamo la nascita del Crossover, che sarà la culla del cosiddetto nu metal.

Lor signori, con la line-up più figa di sempre, nel 1989 si chiudono di nuovo negli studi dell’assolata Sausalito ma stavolta ne escono fuori con The Real Thing. Un album sublime che però, a modesto parere di chi scrive, non rappresenta ancora l’apice della band e di quella abilità loro propria di sorprendere l’ascoltatore con variazioni improvvise e inaspettate ma che tanto sollazzo regalano. Dicono che rappresenti il momento di maggior successo dei FNM ma qui non stiamo a contare quanto l’album abbia venduto in più o in meno degli altri perché è un inutile trastullo che nulla aggiunge o toglie alla qualità del lavoro in sé. Vero è che fu fatto conoscere al grande pubblico in un tour mondiale insieme a Guns N’Roses e Metallica, mica cotica. L’attacco supersonico di From Out of Nowhere sbuca dall’iperspazio diretto verso l’immortalità tanto da divenire una pietra miliare che ispirerà anche gli Helloween a farne una riuscitissima cover in Metal Jukebox. Con Epic, di cui non mi sento di fare un’apologia nonostante la fama intoccabile, capiamo invece cosa succede quando un bianco canta rap. Il fraseggio ritmato perde in potenza rispetto a ciò che una voce piena, una voce nera per l’appunto, avrebbe potuto esprimere ma qui si va oltre, si va a finire nel prog, ed è un’altra storia. Mike è giovane e imberbe e non ha ancora la cazzimma che può vantare oggi (nemmeno l’autorevolezza che gli consente di fare i voli pindarici nei Mondo Cane) per cui infarcisce il pezzo di versi tendenti al lagnoso, ma tutto sommato perdonabili. Sono sempre più consapevole che verrò infilzato come il San Sebastiano di Antonello da Messina dai fan più zeloti.

Questo è anche l’album di Falling to pieces che dalle iniziali note di basso e il crescendo di tastiere si apre in un piacevole rock. Inginocchiati di fronte all’altare di Ozzy, Tony, Geezer e Bill, eravamo tutti pronti a lanciare scomuniche e maledizioni varie perché nessuno poteva permettersi di inserire in un album la cover di War Pigs se non gli autori stessi; invece ci siamo dovuti ricredere in quanto i FNM sono stati capaci di una splendida versione “blueseggiante”, abbastanza fedele all’originale, senza cadere nella blasfemia e così abbiamo rinfoderato gli spilloni voodoo. Riguardo alla strumentale Woodpecker from Mars (ovvero Picchiarello da Marte) ho sempre ritenuto fosse una perfetta colonna sonora da cultone di fantascienza anni ’50 come Quando i mondi si scontrano o L’astronave atomica del dottor Quatermass, quelli fatti con i dischi volanti di cartapesta penzolanti da un filo di nylon che svolazzano su uno sfondo nero; e che dire della raffinata Edge of the World, non presente sull’edizione vinilica, che potrebbe essere tranquillamente cantata da una Jessica Rabbit in un fumoso e malfamato piano bar. Spassosa l’esibizione australiana del brano nella quale il pubblico era invitato da Mike a schioccare le dita a ritmo di musica: “snap your fucking hands you bastards”. Io non mi sarei arrischiato a tanto: si sa che gli aussie sono gente che non scherza.

Infine, ripreso da inguardabili film horror quali Gremlins II e Violent Shit III (hey, Gremlins II è strafico, ndCiccio), merita menzione Surprise! You’re Dead che letteralmente spacca l’ano (mi sia consentito il raffinato francesismo) ed è a tutti gli effetti un pezzo death metal! C’è dentro Jim Martin, nella sua capellosa interezza, c’è la fonte dell’anima metal dei FNM; proprio di questa particolare benzina andranno un pò in riserva nei lavori successivi ad Angel Dust, che sarà l’ultima apparizione dell’occhialuto nelle line-up ufficiali. Il videoclip rispetta appieno l’atmosfera disturbata del pezzo: a scene di carni animali macellate, fa seguito un Martin con ascia in mano che insegue una gallina e poi un Bordin che abbozza una danza indiana brandendo la stessa ascia intorno al cadavere mutilato dal succitato volatile. Infine qualche simpatica immagine di Patton seduto sulla tazza del cesso che canta con un maglione avvolto intorno al capo, o qualcosa del genere che lo fa assomigliare terribilmente a Igor di Frankenstein Junior.

(Charles Buscemi)

(SPECIALE FAITH NO MORE – SECONDA PARTE)

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