Kalokagathìa, steroidi e candeggina – breve viaggio sofferto nel power greco contemporaneo

Si chiamava Costas, anche se non è detto che quello fosse il suo vero nome. Ogni volta che gli si chiedeva come mai non tornava mai in patria, in Grecia, si incupiva e non rispondeva. Probabilmente non era andato via proprio in regola con la Legge. Mi ero trasferito per lavoro in una cittadina universitaria del centro Italia, anche se per pochissimo tempo. A pranzo andavamo spesso da Costas. Perché era il più economico e perché era un vero Defender, anzi il più vero che abbia conosciuto. Poster dei Manowar dietro al banco, io provavo a parlare con lui di Rotting Christ e lui invece mi consigliava gli Spitfire. Insomma, quello che faceva per lui era il metallo epico, classico. Andammo a sentire il gruppo del mio collega Samuele, che era un gruppo fichissimo, tra Maiden e Priest, purtroppo non sono andati oltre un bellissimo demo. Costas li contattò prima del live su Facebook perché voleva leggere i testi. No, non cercava implicazioni politiche o sataniche da stigmatizzare (i testi erano sulla storia medievale del posto). Voleva arrivare al live preparato. Conoscendo i temi delle canzoni, valutandone la resa nel complesso. Quelle canzoni per lui erano una cosa serissima. Il live di una band esordiente, nel retro di un pub minuscolo, era per lui una cosa serissima. Il giorno dopo eravamo a pranzo da lui e noi si commentava che per essere un concertino metal aveva attirato parecchie ragazze attraenti (amiche, amiche di amici, ma tant’è). Costas serissimo: “Ero lì per la musica, non per altro”. Un secondo dopo si è fiondato fuori dal negozio come un infoiato a spizzare le grazie esibite da due studentesse che passavano lì davanti.

Da allora ho sempre avuto una considerazione altissima, quasi mitologica, per il metallaro classico greco. Così ho pensato avesse avuto un senso indagare un pugno di dischi di metallo classico greco contemporaneo. Bene, non è stato proprio facilissimo per me. La gran parte, se non tutti i dischi di cui vado a parlare, si trovano su YouTube al canale NWOTHM Full Albums, però parliamo secondo me di power metal tout court, non c’è un briciolo di nostalgia per gli anni ’80. C’è invece un mucchio di testosterone in falsetto e steroidi, suoni puliti e laccati, più lucidi dei pavimenti di casa di mia zia. Kalokagathia come approccio alla produzione, non un briciolo di sporcizia, o di imperfezione. Melodia, tanta, a volte stucchevole. Tutte le band di cui parliamo ora brillano per convinzione e forse nessuna per originalità. Anzi, io le distinguo a malapena tra di loro. Il power metal non è esattamente la mia area di comfort. Eppure mi sono divertito a farmi un giro lungo le coste dell’Egeo, stavolta. Almeno fino ad un certo punto.

Sollecitati dal solerte lettore Damiano, partiamo da Horrors From the Void dei BLACK SOUL HORDE da Atene, dal suono curato (troppo) e un po’ sintetico. Però è un bel disco, heavy/power, quindi coatto il giusto, parecchio sulla scia di Visigoth ed Eternal Champion. Anzi, la voce a tratti (Beware The Deep) sembra praticamente la stessa di questi ultimi. Pure la musica non si allontana troppo. Ravening Iron dei ‘Champion era stato in effetti un gran bel dischetto, l’anno scorso, peccato non averne parlato. Horrors From The Void viaggia sugli stessi binari e infatti centra il colpo. Ma non era proprio facilissimo, eh, che poi i pezzi devono girare bene. E qui sono tutti buoni. Non che rimangano agli annali, non troppo facile nemmeno memorizzarli. Ma non mi lamento. Che noi siamo gente di bocca buona quando il tasso di epicità è elevato. Vabbè, sono più o meno tutte uguali. Se volete farvi un’idea vanno bene The Curse o Beneath the Mountains of Madness. Che se uno parte citando Lovecraft poi non pretendiate che noi si sia troppo esigenti. Pure la locandina, boh, quei tentacoli, Dr. Cthulhu, suppongo? Lo stile grafico è brutto e non c’entra nulla con questa musica qui. Ma viva Cthulhu, sempre e comunque.

I prossimi due li recuperiamo dal 2020, che ci erano sfuggiti, ma l’altrettanto solerte lettore Ver ci ha riportato all’ordine. III è il disco in questione dei DEXTER WARD e dal titolo deduco che devono esserci stati almeno un I e un II. Anche loro sono di Atene e forse da quelle parti sta prendendo piede l’idea di ritirare su il Partenone con muri di Marshall. Non sarebbe male. Ma occhio, pare che il cantante sia veneziano. Che non gli venga l’idea di cannoneggiarlo nuovamente. Tornando a III, vale lo stesso discorso fatto per i Black Soul Horde, anche se la musica è un po’ più rock’n’roll. Oddio, non sporca, semplicemente dritta. E pochi falsetti. Se poi due pezzi, pure tra i migliori, si intitolano The Eyes of Merlin e Conan The Barbarian, che volete, abbiamo un cuore anche noi. In particolare la prima, quell’epico cadenzato che i Grand Magus hanno adottato come stile da anni, contenuti apporti di tastiere a dare un tocco di magico, o presunto tale, al bel ritornello e poi LA frase, nel finale: “Excalibur is the way”. Quanto vorrei fosse davvero così. E poi ce n’è una intitolata In The Days of Epic Metal. E che altro cercate, voi. Grazie, Ver, per tutto ciò. Altra copertina francamente discutibile, ma “Excalibur is the way“, sempre e comunque.

Avevo decisamente sottovalutato l’effetto delle produzioni linde e pulite sulla mia psiche. I SACRED OUTCRY sono del Pireo. Che se avete studiato al classico sembra una cosa fantastica ed evocativa, e invece mi sa che non è tanto meglio di Civitavecchia. È ovvio dalla copertina di Damned for All Time… che l’immaginario è più fantasy ancora che quello dei casi precedenti. Non mi salta all’occhio nessuna traccia di Lovecraft, questa volta. Pare sia Moorcock invece il nume tutelare del terzetto. Mi prometto di recuperarne i libri non appena riesco a chiudere con la saga di Martin. Allora, come i precedenti: produzione superpulita e pezzi tesi e potenti, più oscuri in realtà dei Dexter Ward. Power metal a mille e momenti più evocativi, appunti di tastiere ed effetti sinfonici. Eccoci, siamo sfociati definitivamente in un campo che mastico poco o niente e nel quale perdo ormai il senso dell’orientamento. Non c’è più nessuna traccia di rock’n’roll, né di hard anni ’70 o metallo ’80. Né di capelli sudati. Non c’è quella cazzonaggine di chi finisce per citare Conan. Troppa sinfonia per me, ma è un problema mio. Al disco non riesco a trovare un difetto che non sia puramente soggettivo. Capitemi, volevo indagare il lato grezzo e rimastone del metallo balcanico meridionale e sono scivolato sulla candeggina. Intanto arrivato a questo punto, al sesto ascolto di Damned for All Time senza riuscire a trovare un cazzo di sensato da dire, YouTube mi suggerisce come pubblicità video di canzoni sanremetal con smandrappone goth alla voce e chitarristi pettinati. E io sento il bisogno fisiologico di mettere su i Jesus Lizard, invece.

Ecco, dicevo, avevo sopravvalutato la mia resistenza a certe cose in nome della voglia di indagare le radici di Costas, il pizzaiolo greco. Così mi sono accapigliato con mezza redazione (la metà calva) per recensire io anche The Mad King, il secondo disco dei WARRIOR PATH, che sulle prime mi aveva moderatamente entusiasmato. Solo che non avevo fatto i conti col fatto che l’avrei approfondito ascoltandolo in coda ad altri 3 dischi perfettini e pulitini (i tre sopra, chi più, chi meno). E ora sono esausto. Beh, dai, la partenza è figa, i primi pezzi, anche se perfettamente identici, arrembano e sgomitano. Poi ripeto, Visigoth ed Eternal Champion di certo non mi fan schifo, un certo livello di steroidi ed anabolizzanti non lo demonizzo a priori. A un certo punto, all’inizio della seconda traccia, un arpeggio quieto e lussureggiante ti fa credere di essere in 2112 dei Rush, e invece no. Però ok, non c’è da fare gli stronzi perché il disco è bello. Freddo e impersonale che non ci credo che sia stato tutto suonato per davvero. Però mi ci sono infognato io, per cui non posso fare come il Carrozzi, devo essere obiettivo, io. Allora ok: registratelo magari da capo, microfonate una batteria vera, scegliete le chitarre giuste e gli amplificatori giusti, alla consolle fate al massimo un ritocchino o due, e vedrete che le canzoni vengono fuori bene. Che anche se l’originalità non è il vostro forte, la tigna e e il tiro, quelli sì.

Bene, il vostro affezionato scribacchino vi saluta. Prima di lanciarmi in un proposito del genere, la prossima volta indago prima il livello di sporcizia sotto la quale non transigo. E adesso scusatemi, ma ho bisogno di mettere su qualcosa di Iggy & The Stooges. (Lorenzo Centini)

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