Avere vent’anni: ANNIHILATOR – Waking the Fury

Ho il ricordo di Waking the Fury come un album innegabilmente carino, ma soprattutto moderno e pesantissimo, il che all’epoca sinceramente mi spiazzò. Ne accaddero di cose in casa Waters, era la tradizione: la sostituzione di Ray Hartmann con un altro membro storico, Randy Black, fu la più lampante. Inoltre Waking the Fury ebbe per perno questa produzione in decisa controtendenza al suono schietto e retrò di Carnival Diablos e soprattutto a quello di Criteria for a Black Widow. Il loro ripresentarsi rinnovati e a giri motore altissimi all’epoca fece venire gli occhi a cuore a un sacco di metallari: io, al contrario, non ne fui mai completamente convinto. Non era onesto, non era sincero. Niente a firma Jeff Waters lo sarebbe mai stato, e, se esultai al comeback di Rampage ed altri nel disco del 1999, non dimentichiamolo, fu anche in quel caso il frutto di scelte per nulla oneste e sincere.

Credo fermamente che Jeff Waters, nella sua delirante onnipotenza, non abbia mai saputo il cazzo che voleva né dalla vita né dagli Annihilator stessi. E fermamente credo che gli album di metà anni Novanta – da Set the World on Fire a King of the Kill, più ammorbiditi dei due storici capolavori, fino ai successivi, il tosto Refresh the Demon e il raffazzonato Remains – contenessero molte più idee e genuina forza di volontà di tutto quel che li seguì. In poche parole si finì per parlare di rinascita degli Annihilator nell’esatto momento in cui processo creativo di questi stava per chiudere i battenti, definitivamente. Waking the Fury serbava per sé alcuni pezzi fra i più pesanti mai scritti dalla band, da Ultra Motion alla conclusiva Cold Blooded, entrambe bagnate da più di un semplice sentore di Slayer. Anche altri episodi dell’album li ricollegai a realtà ingombranti, come l’ennesimo tentativo di scrivere un qualcosa alla AC/DC qui chiamato Nothing to Me. Le migliori sono decisamente Torn e My Precious Lunatic Asylum, entrambe poste nella prima metà. Joe Comeau, ex Overkill, qui cantante per la seconda e ultima volta, pareva pure a proprio agio: forse fu proprio quello a buttarlo fuori, perché oggigiorno Waters non lo è per niente e nessun cataclisma, affamato orso polare o rincaro energetico lo leverà da dietro a quel microfono. Molto più che in Carnival Diablos, aiutato certamente dal taglio moderno conferito da Waters a tutta quanta la baracca, Comeau l’ombra di Padden neanche poteva percepirla perché cantò su un album scritto a sua immagine e somiglianza. La produzione fu la mela marcia di turno, la prima e unica cosa a fare davvero schifo qua dentro. Ma, dicevo, si cambiò cantante per l’ennesima volta, arrivò Padden e diede continuità a un comparto sinora senza pace: al contrario fu proprio ai dischi degli Annihilator che venne a mancare ogni plausibile e vitale senso di continuità, una volta entrati nel morboso e ossessivo mondo del pilota automatico. Che non ti lascia più tornare indietro. (Marco Belardi)

One comment

  • Non so se fosse un tentativo di suonare in un qualche modo “moderni” ma la produzione di questo disco fa veramente schifo, concordo. E aggiungerei anche la copertina, una sciatteria che non si può guardare. A parte i primi lavori gli Annihilator mi hanno sempre trasmesso l’idea di una band senza capo né coda, con album sempre un pò buttati lì tanto per fare. Qualcosa di gradevole c’è ma nel complesso sono sempre lavori mediocri.

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