Dieci dischi per gli anni Dieci: Griffar

Una doverosa premessa: ho lasciato fuori almeno cinquanta dischi che avrebbero potuto essere tranquillamente inclusi in questa compilation, se così possiamo chiamarla. Nel decennio 2010-2019 ho comprato, dati alla mano (cioè la mia rubrichetta), qualcosa di più di 2300 dischi. Tranne rari errori che inevitabilmente capitano, più o meno tutti hanno quel qualcosa in più che me li ha fatti preferire ad altri di gruppi magari ben più famosi od acclamati. Io prediligo i gruppi sconosciuti, quelli che conoscono in pochi, quelli che se ne parli in giro ti viene chiesto con la bocca spalancata: “Chiiii???”. Secondo me, il meglio del meglio molto spesso lì risiede: nell’ombra, nell’ignoto, nell’oscuro, nel deep underground. A chi è rimasto fuori vanno le mie scuse più sentite. You know who you are, come si soleva dire una volta nelle thanklist. Arrivo buon ultimo nell’articolo… in realtà speravo di avere tempo fino a dicembre perché riuscire ad estrapolare solo dieci dischi usciti in un periodo così lungo è stata una vera faticaccia e, tra ripensamenti, rimembranze, riascolti e palle varie c’è voluta una barca di tempo.

La faccio breve, questo è quanto:

1) SUMMONING – Old Mornings Dawn (2013)

Al quale va accoppiato With Doom We Come, vuoi perché molto simile nella struttura e nei suoni, vuoi perché qualsiasi cosa facciano uscire i Maestri per me è automaticamente il disco dell’anno. Non lo fu solo 20 anni fa nel caso di Let Mortal Heroes Sing Your Fame, perché qui in Piemonte arrivò troppo a ridosso della fine dell’anno e, essendo il loro lavoro più oscuro, ci volle un pelo di tempo in più per amarlo alla follia come sempre. Old Mornings Dawn è uscito nel 2013 ed è l’ennesimo capolavoro di una band che altro che capolavori non ha mai fatto uscire. Melodie pazzesche, intrecci di chitarra su tre, anche quattro armoniche differenti, riff complicatissimi coesi con una maestria innaturale ad arrangiamenti strabilianti, tastiere sublimi, vocals che penso nemmeno Tolkien stesso avrebbe potuto immaginare migliori per decantare le sue pagine. La Napalm Records in illo tempore li definiva majestic black metal. Mai definizione fu più appropriata. Questo modo di suonare black metal se lo sono inventati loro, sono stati imitati milioni di volte ma ai loro livelli non c’è mai arrivato nessuno e nessuno ci arriverà mai.

2) MOVIMENTO D’AVANGUARDIA ERMETICO – Stelle Senza Luce (2010)

Uno dei dischi migliori del ventunesimo secolo lo hanno scritto tre ragazzi di Alessandria, è il loro full lenght di debutto dopo un paio di demo (Alle frontiere dell’anima e Ignis), due split e la demo Munfrin Heidentum, pezzo da collezione uscito sotto il nome di Sarghnagel in pochissime copie. Cinque pezzi, black metal nichilistico, distruttivo, malefico. Non un solo secondo si esime dal trasudare odio puro, furia iconoclasta, livore, disprezzo e schifo per qualsiasi cosa esuli dal loro mondo. I sample sono tratti dal film Titus Andronicus, surreale trasposizione del capolavoro shakespeariano con protagonista Anthony Hopkins. Falchi d’Acciaio Oltre la Nebbia è un pezzo che mi fa venire freddo a solo scriverne il titolo, e sì che anche qui in Alta Langa il caldo azzanna mica da ridere, in questo strano 2021 (solo una ventina di giorni fa la temperatura scendeva prossima allo zero). Di dischi come questo ne usciranno sì e no uno all’anno, se va bene. Naturalmente vinse per distacco la mia top list di fine anno e con rammarico devo aggiungere che il Movimento d’Avanguardia Ermetico a questi livelli non c’è più arrivato. I dischi successivi sono buoni, anche molto buoni, ma Stelle Senza Luce è un’altra cosa, è un altro mondo, è il massimo dei massimi. Impossibile replicarlo, e forse è persino meglio che sia così. Certi gioielli sono unici, non si può e non si deve avvicinarcisi.

3) NEMESIS SOPOR – Glas (2014)

Sono il gruppo che più mi ricorda i Nagelfar di Virus West, che per me è un altro di quei dischi che non dovrebbe mancare nella collezione di nessun ascoltatore di black metal che si proclami tale, e per estensione in quella di ogni ascoltatore di heavy metal in grado di apprezzarne ogni sfaccettatura senza preconcetti o dietrologie stile tifoseria organizzata. È il loro secondo full lenght, contiene sei pezzi più un breve interludio e sfiora l’ora di durata. Intitolandosi “vetro” ed essendo un disco black metal potete fin da subito immaginare cosa andrete ad ascoltare, se vi garba: riff taglienti come candelotti di ghiaccio affilati, melodie sublimi d’ispirazione invernale, tempestosa, gelida. Nessun pezzo è inferiore agli altri, nessun altra band è in grado di equivalerli. I Nemesis Sopor sono dei fuoriclasse, hanno inciso solo dischi stupendi e questo è il migliore di tutti. Sono troppo sottovalutati, rendetegli giustizia!

4) NORMAN SHORES – Return to the Norman Shores (2012)

Io li ho visti dal vivo nelle campagne di un paesino del Nord-Pas de Calais ad un mini festival in cui suonavano prevalentemente gruppi pagan black, ero pure lì per caso e non sapevo chi fossero. Fu un massacro. A un certo punto credevo di essermi lussato una spalla. All’epoca avevano solo due dischi fuori, questo di cui vi parlo è il primo ed il loro migliore. Dieci secondi dopo m’ero già comprato i CD, e da allora li seguo con assiduità. Di black metal ispirato a Transilvanian Hunger ce n’è a sfinimento, ma suonato così bene, con riff così efficaci e coinvolgenti no, è un altro discorso. La tempesta che arriva dall’Oceano Atlantico e s’infrange sulle scogliere del Nord della Francia: questo è Return to the Norman Shores, creazione immortale di François Roux aka Fog, factotum della band senza alcuna collaborazione esterna in studio (dal vivo c’erano due session), compositore di tutte le musiche e suonatore di tutti gli strumenti, attivo in altre decine di progetti anche di altissimo livello, ma nessuno in grado di pareggiare i Norman Shores. Un macello favoloso… per non parlare di quando va sull’epico. Musica grandiosa, semplicemente. Compresa la registrazione low-fi che in questi contesti è un valore aggiunto e non un difetto.

5) ASUNOJOKEI – Awakening (2018)

In giapponese si scrive 明日の叙景 col titolo che diventa わたしと私だったもの, ed è un disco intriso di originalità dall’inizio alla fine. Il punto di partenza è un post-black metal/shoegaze molto teso, nervoso anche quando è suonato senza distorsione, e che non raramente diventa isterico e dissonante. Intersecato con questo però potrete trovare persino reminiscenze nu metal, melodie heavy/power che tanto appassionano i metallari del Sol Levante sin da quando si ha nozione dell’esistenza del genere heavy metal, raw black puro, thrashcore, il tutto accompagnato da una perizia compositiva eccellente, tecnica strumentale ben al di sopra della media, arrangiamenti schizoidi, vocals fuori dagli schemi (e fuori di testa, il cantante sembra spesso che lo stiano torturando). Un album veramente estremo, anche se di melodia ce n’è a profusione; per farvi un’idea ascoltate la lunga (11 minuti e mezzo) Bashfulness of the Moon (il titolo in caratteri giapponesi anche no stavolta, ma tanto li trovate su Bandcamp, anche se li trovate solo mettendo il nome in giapponese, a meno che non siano cambiate le cose) che raggiunge vette di qualità proibite alla maggior parte dei gruppi di questo sistema solare, e più o meno dal sesto minuto in poi riesce ad andare pure oltre. Ad oggi è il loro unico full lenght, oltre a due EP e due split nei quali hanno pubblicato sempre brani inediti che proseguono il loro cammino verso la ricerca di territori musicali inesplorati. A mio parere sono dei geni.

6) AARA – So Fallen alle Tempel (2019)

Il disco di debutto degli svizzeri Aara, che adesso stanno diventando parecchio famosi ma che fino a poco tempo fa non si filava nessuno. Una meraviglia, l’unico disco in grado di competere con Andacht dei Lunar Aurora. Gli arrangiamenti di cori gregoriani in mezzo agli assalti blast beat più furiosi ed il songwriting più nero degli anni più tenebrosi del Medioevo fanno il resto. Io lo adoro, impossibile non consigliarlo.

7) SULPHUR AEON – Gateway to the Antisphere (2015)

Di tutto il genere che più o meno a metà degli anni 10 è emerso sotto l’etichetta blackened death metal i Sulphur Aeon sono gli indiscussi fuoriclasse. Non necessariamente i capostipiti, ma per quanto riguarda la qualità di ogni loro composizione non hanno termini di paragone, né rivali. In grado di mischiare tutto quanto di meglio hanno saputo offrire generi come black metal, brutal death, death metal classico fino al melodic death metal scandinavo, i cinque tedeschi – cambi di formazione a parte, del tutto indolori fino ad oggi e si spera che così rimanga – hanno dimostrato una perizia compositiva ed esecutiva straordinaria, una determinazione nel proporre musica di altissimo livello ed una professionalità oltre ogni limite conosciuto. Dal vivo poi sono semplicemente strabilianti, riescono a riprodurre le loro complicatissime partiture con una naturalezza sovrannaturale, fanno sembrare semplici da suonare brani che tutto sono fuorché semplici. Ogni loro testo è ispirato all’opera di H.P. Lovecraft e, per accentuare questo loro concept, ogni suono e ogni arrangiamento è focalizzato a suscitare quanto più orrore, terrore e straniamento possibile nell’ascoltatore. Gateways è il loro disco che preferisco ma gli altri due (più l’EP di debutto) non sono da meno e, insomma, dei Sulphur Aeon i dischi bisognerebbe averceli tutti.

8) EVILFEAST – Elegies of the Stellar Wind (2017)

Di tutti i gruppi che, volente o nolente, pagano tributo ai Summoning in termini d’ispirazione, Evilfeast (one-man band polacca) è senza dubbio alcuno il più rilevante. Le tastiere sono maestose come quelle dei Maestri, rimangono sempre strumento cardine nel corso di tutti i pezzi e contribuiscono ad accentuare le atmosfere da dark middle ages che i riff di chitarra intendono suggerire. È il quinto disco e probabilmente il migliore e il più maturo di una discografia che però  non contiene episodi scadenti o irrilevanti, pur essendo piuttosto nutrita tra i full e vari ep, split e quant’altro. Anche se i brani sono tutti molto lunghi – il più breve è da oltre 8 minuti e il più lungo arriva al quarto d’ora – l’attenzione non viene mai meno, anzi, se ci fossero stati un paio di brani in più… Ma allora ci sarebbe voluto un doppio CD, visto che già così l’album dura intorno ai 70 minuti. Un viaggio nel black metal sinfonico da manuale che non stanca mai.

9) SWALLOW THE SUN – Emerald Forest and the Blackbird (2012)

Il loro capolavoro, cupa disperazione messa in musica. IL doom/death metal, se ne cercate vi dovete rivolgere a loro. La sola April 14th vale tutto l’album ma perché rinunciare a flagelli come la title track che apre il disco, la successiva This Cut is the Deepest oppure Cathedral Walls ? Vero, lo schema compositivo è piuttosto standardizzato per tutta la (notevole, 66 minuti) durata dell’album, ma, visto che in tutti i pezzi l’ispirazione è su livelli inaccessibili, glielo perdoniamo. Magnifico.

10) TEMPEL – On the steps of the Temple (2012)

Chiudo con il disco che tra tutti è il più strano e meno inquadrabile. Primo perché è interamente strumentale, (come il loro secondo e per ora ultimo, speriamo che si spiccino a farne un altro), secondo perché è un ibrido tra il progressive metal, il death, il black con qualche influenza doom nei rallentamenti duri e pesanti, persino più oscuri di quelli di band che si dedicano esclusivamente al genere. Com’è ovvio le partiture sono piuttosto complesse e necessitano di molti ascolti per essere comprese appieno, va detto però che tutti gli strumenti godono di una scelta di suoni in sede di produzione più che eccellente, sicché il risultato finale risulta coeso alla perfezione, anche se molte tracce di chitarra sono sovraincise ed è proprio la chitarra a portare per mano l’album verso la vetta della montagna della Storia. Vengono scritti brani che poggiano le fondamenta sulla melodia più pura e, proprio per questo, risultano evocativi come solo i grandi maestri hanno saputo fare. Penso a Mountains, a The Mist that Shrouds the Peak oppure alla conclusiva On the Steps of the Temple con i suoi arrangiamenti di tastiera maestosi e sinfonici, e mi accorgo di conoscere questo disco a memoria. Nel decennio è sicuramente uno di quelli che ho ascoltato di più, e sul quale ritorno spesso e volentieri quando ho bisogno di ascoltare cose magari un po’ meno violente del solito ma non meno crepuscolari e dalle atmosfere tenebrose. Ammaliante, non stanca mai. Insomma: un capolavoro.

That’s all, folks! (Griffar)

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