Dieci dischi per gli anni Dieci: Maurizio Diaz

Le liste tendono sempre a mettermi un pochino in difficoltà, perché fondamentalmente sono uno indeciso e perché mi perdo in mille ragionamenti inutili, e quindi ogni volta tendo a cancellare tutto e ripartire dall’inizio. Complice forse il fatto che alla fine il decennio è stato abbastanza fruttuoso, vedo che i miei esimi colleghi hanno messo di tutto e di più, quindi c’era pure l’imbarazzo della scelta, è evidente. Questa manfrina per dire che la mia lista non segue un filo conduttore particolare, semplicemente è roba che mi è piaciuta e che, per un motivo o per l’altro, non sono riuscito a non includere. E poi a una certa bisognava chiudere, che sennò Trainspotting mi sguinzaglia il mastino infernale che usa nutrire con la carne dei suoi nemici. Ovviamente l’ordine dei dischi è come viene viene, una parte dei quali è legato a concerti vissuti, mentre la restante è prevalentemente roba epica, sentimento che fortunatamente in questo decennio è stato degnamente rappresentato da numerosi lavori degni di nota.

FOLKSTONE – Damnati ad Metalla (2010)

I primi tre dischi dei Folkstone sono sempre un qualcosa che mi rimette in pace con il mondo, in parte per la musica in sé, un po’ perché fanno parte di un periodo particolarmente felice, capitato a fagiolo dopo un lungo periodo abbastanza di merda. Il mio primo contatto con gli orobici è stato un loro live al Fosch Fest, kermesse che ho seguito con fiducia per gli anni a venire, una roba incredibile; il disco l’ho sentito solo dopo e, a bocce ferme, sono rimasto di sasso per quanto poco rendesse rispetto all’esibizione cui avevo assistito. Ciò non ha impedito a Damnati ad Metalla di diventare uno dei miei dischi della vita, non solo perché rende perfettamente l’atmosfera di festa e di Medioevo, sempre così incentrata nella vanitas e nello scorrere inesorabile del tempo, ma anche perché la filtra attraverso quella natura contemplativa del montanaro che sente costantemente il richiamo verso la Natura e l’Essenziale. I pezzi ovviamente sono bellissimi nella loro grezza forma e non credo servano molte descrizioni, dato che probabilmente o li conoscete già o semplicemente non ve ne frega niente. Oggi i Folkstone non suonano più, ma quei racconti di storie lontane riecheggiano ancora a testimonianza di un periodo ormai ahimè concluso e che oggi più che mai sembra troppo lontano. 

MOONSORROW – Jumalten Aika

Finora non mi hanno mai deluso, e dunque rilancio con Jumalten Aika. Sono stato indeciso fino all’ultimo se inserire Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa al suo posto, ma non sarei stato completamente onesto. Sarà il suono delle chitarre un po’ più secco e l’atmosfera più da racconto epico-mitologico che gli permette di costruire con maggiore efficacia il climax che arriva ad esplodere nel finale. Di per sé, lungo la sua ora di durata, tutto è al posto giusto, ogni strato inciso è limato e curato nei minimi dettagli, pur mantenendo una visione d’insieme sempre chiara e definita. 

ROTTING CHRIST – Rituals

Rituals è un gran disco, riuscitissimo nelle sue atmosfere nere ed esoteriche, sottolineate dalla semplicità strutturale e ritmica dei brani, e sicuramente il loro migliore del periodo recente. Che poi uno potrebbe stare lì a curiosare su ogni traccia per trovare tutte le divinità tirate in ballo, i riferimenti rituali o letterari, ma alla fine quello che conta sono i riffoni pesantissimi e Themis che cerca in tutti i modi di sfondare le pelli della batteria. Me li sono ritrovati anche al Tons of Rock durante il viaggio di nozze, quindi per forza di cose rientra nella mia colonna sonora del decennio.

ALESTORM – Sunset on the Golden Age

Considero i primi dischi degli Alestorm abbastanza equivalenti in termine di spensieratezza e fomento, ma scelgo questo sugli altri in quanto ne completa il ciclo, aggiungendo una certa carica drammatica ai pezzi, cosa che come al solito mi attira come le api al miele, come a voler ribadire che, anche se il mondo sta finendo, noi faremo casino fino alla fine. Ennesimo monito a non mollare mai.

FINNTROLL – Blodsvept

Disco bomba nel campo metal per folletti, grazie al quale ho per ben due volte rischiato gli incisivi inferiori a causa del macello che si creava negli anni in cui i troll finlandesi venivano in Italia. In effetti mi rendo conto che negli anni Dieci ho rotto le scatole a un sacco di gente per cercare di coinvolgerli nel metallo e nel fantastico mondo dei festival, in cui trovavi gente devastata di ogni sorta. Una sera ne trascinai uno fino in provincia di Novara, pensate quanto dovevo essere pesante. Lo Scoiattolo si divertì molto, nonostante la rigidità dimostrata nel gestire gli spintoni ricevuti dopo essere stato lanciato nella bolgia. Al contrario di un altro tizio di fianco a noi, che ha gestito l’evento con elasticità encomiabile, non facendo altro che saltare su e giù, giù e su pestando forte i piedi. Il tempismo perfetto, e probabilmente non voluto, di un mio fiero concittadino che gli ha pogato addosso proprio nel momento dello stacco da terra, lo ha proiettato una manciata di metri più in là, descrivendo un perfetto arco di parabola. Si è rialzato senza un graffio e con una faccia giusto un po’ stravolta. Che bello il metallo.

WARLORD – The Holy Empire

The Holy Empire è un disco bellissimo, scritto in punta di penna nonostante suoni assolutamente naturale e “semplice”. La sua poesia ha diverse forme: la soavità delle melodie, il tono del cantato, le sue liriche crepuscolari. Il disco è particolarissimo e difficile da descrivere: è come ascoltare una persona che consideriamo autorevole come un maestro o un padre che, nel tentativo di inquadrare il senso della vita, si ritrova nudo di fronte alle sue insicurezze e fa il meglio che può ricorrendo a storie, figure retoriche e sentire personale. Ovviamente non è tutto così serioso, ma quella sensazione di trasporto deborda al punto da renderlo uno dei suoi tratti maggiormente distintivi del disco.

SUMMONING – Old Mornings Dawn

Negli anni Dieci sono usciti due dischi dei Summoning: With Doom we Come e questo, che è il più ispirato, oltre che maggiormente vario. L’atmosfera vira sulla decadenza, facile da associare al crepuscolo del primo popolo narrato da Tolkien, per quanto la musica dei Summoning non sia mai associabile direttamente a degli episodi specifici ma a un insieme di elementi che, quando combinati tra loro, restituiscono quell’ispirazione particolare. Lo fanno da venticinque anni, ma sono ancora i migliori a farlo.

VENOM – From the Very Dephts

Me lo sono ritrovato diverse volte in macchina e pur non essendo, forse, un capolavoro definitivo, è adattissimo per i viaggi, ti tiene sveglio e contiene quella Long Haired Punks che in qualche modo ti dà la motivazione giusta quando si va ai concerti e si accosta bene a cose come We are the Roadcrew. Bella eh la colonna sonora di Easy Rider, ma non c’è niente di meglio del tupa tupa e vaffanculo quando devi far montare l’adrenalina.

ATLANTEAN KODEX – The Course of Empire

Altro disco incredibile che mi manda ai matti ogni volta che me lo ascolto. Il concept è reso con trasporto e convinzione attraverso nove pezzi uno più bello dell’altro, intermezzi compresi. Già tutto il discorso alla base è terribilmente attuale, ma l’interpretazione musicale degli Atlantean Kodex sottolinea la drammaticità del racconto con la sua struttura circolare e una costruzione del climax tale che, una volta giunti alla fine, ci si è definitivamente convinti dell’urgenza del difendere le radici della civiltà. Concetto che si applica, tangenzialmente, pure al metallo: non si ceda alle lusinghe della secolarizzazione imposta dalle nuove, abbaglianti luci, l’heavy metal è la nostra Bisanzio segreta, whimps and posers leave the hall.

FALKENBACH – Asa

Falkenbach è un passaggio obbligato per ogni fan dei Bathory dell’era più epica e vichinga, e forse l’unico in grado di riprodurre quelle atmosfere in maniera così vivida ed efficace, pur mantenendo una cifra stilistica assolutamente personale e perfettamente riconoscibile. Dopo otto anni, Asa si conferma come il capolavoro che è, un disco compiuto in quanto contiene forse il miglior compromesso tra black e le sezioni melodiche neofolk di Vratyas Vakyas, in grado di spazzare via facilmente la maggior parte delle produzione folk metal che tenta di rendere la sensazione di maestosità e solennità propria delle grandi saghe epiche. (Maurizio Diaz)

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