Dieci dischi per gli anni Dieci: L’Azzeccagarbugli

Tirare le fila di un decennio è sempre difficile, ma quando il limite è quello di soli dieci dischi l’impresa è praticamente impossibile. Per questo motivo la mia top non è una classifica, ma una lista in ordine alfabetico. Data la natura dei miei ascolti, mi sono autoimposto una bipartizione nella lista: 5 dischi di area metal e 5 rappresentativi di tutti gli altri generi che ascolto. Pertanto, anche in considerazione dell’ampio lasso temporale preso in considerazione e dei pochi dischi da selezionare, ho deciso di inserire anche lavori lontani anni luce dalle sonorità tipiche di questo blog perché, a livello personale, li ritengo imprescindibili. Sono dieci dischi che amo moltissimo e che reputo splendidi, ma il criterio scelto è di carattere estremamente soggettivo, come credo sia giusto in un contesto del genere. Ci sono tantissime esclusioni (me ne concedo due: il primo dei Lunar Shadow nel metal e un disco a caso degli Autechre nel resto) e se mi fossi messo a ragionare sulla lista in qualunque altro momento probabilmente sarebbe stata diversa, ma credo che comunque rispecchi i miei gusti e contenga alcune delle cose migliori di questi anni ’10.

DAVID BOWIE – Blackstar (2016)

Fare della propria vita un’opera d’arte: non è un’impresa semplice restare coerenti a sé stessi pur mutando pelle. David Bowie lo ha fatto nel corso dei decenni e, quando ha saputo che la malattia (tenuta nascosta al mondo intero) probabilmente avrebbe avuto la meglio, ha deciso che anche la sua morte sarebbe stata un’opera d’arte. Perché questo è Blackstar (nome che in parte richiama il cosmo e la materia oscura, dall’altra il nome tecnico delle sue metastasi): una rappresentazione artistica del momento di passaggio. E così, due giorni dopo aver festeggiato il suo sessantanovesimo compleanno, Bowie muore pubblicando uno dei lavori più sperimentali della sua discografia. Blackstar è, infatti, il disco più eclettico degli ultimi 30 anni di carriera, capace di passare agevolmente da atmosfere anni ’90 (la meravigliosa I Can Give Everything Away ) a pezzi scottwalkeriani (Sue (Or in a Season of Crime)), ad una vera e propria mini-suite come la title track. Un capolavoro indiscutibile che mette, troppo presto, la parola fine ad una delle più incredibili parabole, umane, artistiche e musicali, della storia del rock.

BURZUM – Fallen (2011)

Dopo la sua uscita dalle patrie galere e prima di iniziare a esprimere il suo pensiero su tutto e tutti a bordo del suo gippone, indossando la mimetica e inimicandosi i social di tutto il mondo, Vikernes ha trovato anche il modo di pubblicare due splendidi dischi (ed uno tutto sommato molto buono). Se Belus è oggettivamente quello più a fuoco, resto più legato a Fallen, sicuramente più melodico, pulito e sostanzialmente diverso rispetto ai suoi predecessori, quasi a voler tracciare un nuovo percorso (che poi non è mai stato intrapreso). La sola Jeg Faller vale il prezzo del biglietto e si piazza tra le migliori canzoni mai composte da Vikernes, ma tutto l’album (come il suo predecessore, del resto), viaggia su altissimi livelli. E, senza rischiare di spararla grossa, per quanto mi riguarda Fallen resta uno dei migliori dischi “estremi” degli ulti vent’anni.

 D’ANGELO & THE VANGUARD – Black Messiah  (2014)

In ambito “black music” il terzo disco di D’Angelo, enfant prodige della scena anni ’90, era ormai atteso quasi come un Chinese Democracy. Spesso, in questi casi, il risultato non è all’altezza delle aspettative, ma vi sono delle eccezioni e Black Messiah è una di queste. Non solo l’album è sugli stessi, altissimi, livelli del suo fortunato predecessore, ma alcuni brani rappresentano quanto di meglio sia uscito di recente nella scena. Per quanto si tratti di un disco decisamente fuori dalle coordinate sonore di questi lidi, personalmente non posso fare a meno di consigliarlo, essendo uno degli album che ho ascoltato di più negli ultimi anni, che ha resistito alla prova del tempo e che riesce a sorprendermi ad ogni ascolto.

DARKTHRONE – Old Star (2019)

Per quanto non possa essere di certo accostato alla stragrande maggioranza dei dischi dei Darkthrone fino a Plaguewielder compreso, non potrei mai escludere un lavoro come Old Star dalla mia top 10 del decennio. Un disco con il quale la band interrompe il discorso più HM degli ultimi dischi e si concentra su atmosfere decisamente più cupe e ritmiche cadenzate. La doppietta iniziale I Muffle your Inner Choir / The Hardship of the Scots è il miglior biglietto da visita possibile per un disco che non ha mai cali e che esprime al meglio il dualismo della band. Senza troppi giri di parole, probabilmente il migliore album dei Darkhtrone in quasi 20 anni.

ENSLAVED – In Times (2015)

Scegliere un solo disco degli Enslaved del decennio appena trascorso non è affatto semplice. Alla fine, anche per affetto, scelgo In Times, perché è proprio in occasione di quel tour che ho avuto la possibilità di assistere per la prima volta ad un concerto dei norvegesi. E il mero ricordo di un concerto del genere, in un piccolo club con la gente stipata fino all’inverosimile, oggi mi fa venire un tale magone e una tale voglia di tornare ad un concerto (ho stabilito che allo stato attuale andrebbe bene praticamente tutto, anche Ron che canta Dalla, se il grado alcoolico fosse elevato), che non riesco a dire nulla di interessante sul bellissimo disco degli Enslaved. Per me sono una band fuori dal comune e In Times e RIITIIR sono i loro migliori dischi di questo decennio.

JOANNA NEWSOM – Have One On Me (2010)

La prima cosa che ho fatto quando il vostro affezionatissimo Trainspotting mi ha chiesto di partecipare a questa rubrica è stato controllare l’anno di uscita di Have One on Me che, nel corso degli anni, è diventato uno dei miei dischi preferiti in assoluto. Terzo lavoro della compositrice-arpista-polistrumentista americana, triplo album improntato su sonorità riconducibili ad un certo pop-folk orchestrale (che può ricordare artiste quali Laura Nyro, Joni Mitchell, Judee Sill, o, in alcuni momenti, Kate Bush e Tori Amos), ma con una personalità estremamente definita, a partire da una voce tutt’altro che angelica. Un album complesso, estremamente ricco, un caleidoscopio di suoni ed atmosfere capace di stupire anche all’ennesimo ascolto e dopo dieci anni. Uno dei pochi, autentici, capolavori del decennio.

ORANSSI PAZUZU – Värähtelijä (2016)

Uno dei migliori e più ispirati connubi tra black metal e psichedelia che siano mai stati realizzati. Il miglior disco (per distacco) degli Oranssi Pazuzu è uno dei pochi lavori in cui è davvero difficile capire quale sia la componente che contamina l’altra, tanto sono equilibrate, centrate e a fuoco le composizioni del gruppo finlandese. Impossibile citare un brano in particolare, in quanto le composizioni di Värähtelijä creano un vero e proprio magma sonoro che trascende i confini del singolo brano e che finisce per travolgere l’ascoltatore. Tra i migliori dischi estremi degli ultimi anni.

SURFJAN STEVENS – Carrie & Lowell (2015)

Il miglior disco “acustico” del decennio è anche uno dei più intensi degli ultimi anni, in quanto parte dall’esperienza personale del musicista americano con la madre Carrie, morta nel 2012 dopo anni di difficoltà legate alla sua schizofrenia, che aveva portato la donna ad abbandonare il figlio in tenera età. Un disco profondo, malinconico, che si distacca dal massimalismo che ha contraddistinto gran parte della discografia di Stevens. Un lavoro che riesce a non scadere mai nella banalità, o negli stereotipi del genere e in cui il suo autore riesce, sin dall’iniziale, struggente, Death with Dignity a coinvolgere l’ascoltatore nella sua storia personale, senza temere di mettersi completamente a nudo tra ricordi di infanzia (Fourth of July) e riflessioni universali (No Shade in The Shadow of the Cross). Uno di quei lavori che riescono una volta nella vita (o forse mai).

SWANS – The Seer (2012)

Gli Swans della reunion sono, fondamentalmente, un’altra band rispetto a quella “storica”. Un gruppo che, personalmente, amo tanto quanto la sua prima incarnazione e che reputo alo stesso modo essenziale. The Seer è il disco più importante dei “nuovi Swans” ed è anche la perfetta colonna sonora dell’apocalisse, di quella biblica, con il fuoco che esce dalla terra, il cielo che si tinge di rosso e il riff di Mother of The World che risuona nell’aria fino all’estinzione della specie. Un disco assoluto e irripetibile.

TRIPTYKON – Melana Chasmata (2014)

Forse il miglior disco metal del decennio. Sicuramente non è tra quelli che rimetto più spesso sul piatto, anche in considerazione della sua complessità e del clima “malsano” che contraddistingue il disco dall’inizio alla fine,  ma senz’altro uno dei lavori più ispirati e personali che mi sia capitato di ascoltare di recente. Il secondo lavoro della band di Thomas Gabriel Fischer è, senza mezzi termini, un capolavoro capace di riprendere le atmosfere di Monotheist ed ampliarne portata e confini. E di fronte a tanta, oggettiva, magnificenza è inutile spendere ulteriori parole. (L’Azzeccagarbugli)

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