Mutter dei RAMMSTEIN non è bello come lo ricordate

Barg: Quando uscì questo disco la gente impazzì. Si sprecavano paragoni roboanti, superlativi assoluti, il British Steel del terzo millennio, la cosa più importante mai successa al metal dai tempi del black album, tutto quello che c’è di bello nella musica dura condensata in un solo disco, eccetera. La maggior parte di coloro che affermavano cose simili non avevano ovviamente mai sentito niente dei Rammstein prima di allora tranne Du Hast, forse, ma neanche questa è una giustificazione. A me non è che Mutter non piaccia in senso assoluto, eh, ma non vale granché né rispetto ai due dischi precedenti né rispetto ai due successivi. Lo trovo moscio, scarico e disperatamente paraculo senza riuscire nell’intento (laddove Reise Reise era paraculo riuscendo perfettamente nell’intento). Ora non vorrei mettermi a fare il solito discorso della commercializzazione e della ricerca del singolo facile, ma è oggettivo che Mutter sia il disco più leggerino e con le chitarre più gentili dell’intera discografia dei Rammstein. Poteva tranquillamente essere un EP e finire dopo la title track, ché gli ultimi cinque pezzi sono superflui, ma non è questo il problema, dato che quasi tutti i loro album sono così e solo Sehnsucht è bello dall’inizio alla fine: il problema è che anche quei sei pezzi iniziali sono carini, sì, hanno bei giri, qualche bel riffone e tutto, ma non pompano, sono troppo educati, hanno ste chitarrine leggerine che non puoi fare a meno di pensare che siano state prodotte apposta così per fare il botto – cosa che poi effettivamente successe. Il pezzo che spicca è Feuer Frei, che gli valse la partecipazione in uno dei picchi assoluti della tamarraggine cinematografica mondiale, però non poteva essere abbastanza per un gruppo che dopo Herzeleid e Sehnsucht aveva tutte le carte in regola per essere davvero enorme. Dopodiché c’è la title track che è una specie di riedizione per educande di Seeman e i suddetti cinque pezzi superflui, in cui si spinge un po’ di più sull’aggressività per riempire qualche vuoto. Sinceramente ci rimasi abbastanza maluccio, e finii per recuperare il mio rapporto personale coi Rammstein solo con lo splendido Rosenrot, in cui riuscii finalmente a vedere un’evoluzione compiuta e matura dello spirito originario della band.

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Marco Belardi: Parlare di Mutter mi mette una certa tristezza, in quanto mi ritrovai a comprarlo a distanza di poche settimaneda Blackwater Park degli Opeth, inconsapevole degli effetti che questi due album avrebbero avuto sul futuro dell’amata musica. Mi sarebbe ricapitato rare volte d’assistere all’uscita di un titolo “grosso”, uno di quelli che cambiano il corso delle cose, danno una spallata alla scena o una riassettata ai metallari nei riguardi del modo di pensare, codificare e accettare la summenzionata musica. Non nego che dopo il 2001 siano usciti dei meravigliosi dischi, e, in tal senso, mi sarei eccezionalmente affezionato a The Sham Mirrors degli Arcturus, a Tempo of the Damned degli Exodus e ad altro ancora. Quelle due o tre settimane collocate in un inizio di primavera del 2001, però, sancirono la silenziosa fine di una fase dell’heavy metal, così come, grosso modo fra il 1994 e il 1996, era terminata quella dell’appeal commerciale e delle aperte lusinghe da parte di MTV. La fase che terminò in quelle settimane, o almeno così la percepii io, fu quella dell’ultimo grande sviluppo del genere intero, che scaricò su di noi un’infinita marea di assoluti capolavori in musica, specie attraverso le annate pari del 1996, 1998, ma anche 2000. Era come per il vino buono e rimanemmo tutti in attesa che capitasse ancora. E ancora, fino a rinunciare.

A differenza di Blackwater Park, che amo incondizionatamente dal primo minuto che ci dedicai, con i Rammstein ebbi a che fare con il classico problema del Pudore Metallaro. Mi piaceva, ma non lo potevo dire. Non mi piaceva che avessero quell’atteggiamento, ma le persone intorno a me, molto rapidamente, iniziavano a convincersi che tutto sommato andava bene. Qualunque posizione dovessi prendere nei suoi confronti, alla fine, fortunatamente me la suggerì l’album.

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Mi consigliarono Mutter come qualcosa che avrebbe funzionato senza compromessi: il bugiardino citava riffoni quadrati dei Metallica del Black Album sommati alla loro già inconfondibile tamarraggine, senza però tutta quell’elettronica dei precedenti dischi. MTV già bombardava con Links 2, 3, 4 e la mia esperienza con i Rammstein era limitata a un paio di video estratti da Sehnsucht, un album che non avevo ancora metabolizzato per bene. Ero privo di preconcetti, dunque, eppure ne ero pieno, essendo un metallaro relativamente intransigente.

Mutter fu una lezione. Capisco gli affezionati ai Rammstein, coloro che continuano a preferirgli Herzeleid e il suo fortunato successore. Li capisco perché l’essenza dei Rammstein sta lì: in Mutter c’è la forma esplosiva, il trucco e l’inganno con cui intere orde di metallari si convinceranno che il nuovo fenomeno da palco gigantesco, da fuochi d’artificio, da lanciafiamme e da quant’altro sono loro. Lo spettacolo puro e crudo, quello che pretendevano i rocker d’altri tempi, una vita prima, andando a godersi i Kiss. Quello del gigantesco palco su cui correva Hetfield pur di raggiungere i fan, accalcati alle estremità, dal 1991 in poi. Quel genere di spettacolo fu reso nuovamente possibile dai Rammstein sotto forma della musica perfetta per riproporlo e scandirlo. Mutter era l’album ideale per noi che ci avvicinavamo ai Rammstein, e riuscì a unire e dividere ai due estremi opposti: portò i metallari ad accettarli e fece storcere il naso ai sostenitori della prima ora. Che dirgli, a Mutter?

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Ciccio Russo: Per quanto riguarda il giudizio sull’album, concordo in larga parte con quanto scritto da Roberto. Mutter è il peggior lavoro dei Rammstein insieme a quel Liebe Ist Für Alle Da che, con gli anni, ho finito per preferirgli, dati gli indubbi picchi di cruda vitalità che ha nella sua scombinatezza. Allo stesso tempo, il terzo Lp dei tedeschi è tuttavia uno dei dischi heavy metal più importanti degli anni 2000, forse l’ultimo disco heavy metal davvero rilevante a livello mainstream insieme al pressoché contemporaneo Toxicity dei System of a Down. Da questo punto di vista, anche i suoni fiacchi e la scrittura spesso scialba (robetta come Spielhur e Rein Raus è quasi indifendibile) acquistano un senso.

I Rammstein, i migliori Rammstein, sono un prodotto parecchio sofisticato per gli standard di una cultura pop occidentale che dal dopoguerra non è quasi mai uscita dai binari angloamericani. Una colonizzazione che in Germania è stata anche militare. Sin dal nome che si sono scelti, i Rammstein sono stati una reazione beffarda e liberatoria a questa percepita sudditanza (a cominciare dall’autoironia estetizzante su ciò su cui non si può scherzare), un’incongrua affermazione di identità di questo tragico popolo che da una parte si sente chiamato per natura a una missione civilizzatrice paneuropea e dall’altra si sente e rivela ogni volta inadeguato a portarla a compimento, vittima di quella sempiterna Angst che Heidegger aveva diagnosticato così bene, tutto il peso di essere umani, tutto il peso di essere tedeschi, nessun destino manifesto perché alla fine c’è comunque la morte, e ci si conceda intanto una danza e un amplesso, ché domani si ricomincia a pensare alla fine ineluttabile del Tutto.

Dall’impatto animalesco dei riff sudati da discoteca rock scippati ai Die Krupps a riferimenti alla hochkultur a volte ermetici anche per un tedesco dalla buona istruzione, i Rammstein hanno una molteplicità di livelli di lettura tale che, per fare il botto vero e conquistare il cuore di chi non fosse già un vero credente, serviva una banalizzazione, un appiattimento. Da questo punto di vista, Mutter non poteva riuscire meglio.

5 commenti

  • si’ ma il Messicano cosa dice?

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  • bah. per me è un disco grandioso, se è vero che dopo Mutter cala, è altrettanto vero che le ultime due sono stupende. se poi la buttiamo sulla filosofia della produzione, mi tiro fuori

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  • Io non sono mai riuscito a capire che cazzo ci trovi la gente nella musica di sti scappati di casa qua. Il cantante sembra Aldo Fabrizi sotto ketamina. Sono il classico esempio del proverbiale cattivo gusto teutonico

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  • E invece è proprio bello come lo ricordavo. Trovo che non abbia cali – certo la seconda parte è un po’ meno geniale della prima, ma siamo sempre a livelli capolavoro.
    No, questo disco, per come mescola le tamarrate a certi arrangiamenti orchestrali (Sonne, dio madonna! Mein Herz Brennt) è piuttosto epico. I limiti se mai sono nella band in sé, che ha sempre scritto più o meno la stessa canzone con la stessa struttura, per tutta la carriera.

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  • Anch’io mi sono sempre chiesto cosa sono e cosa vogliono dirci. L’ultima parte dell’articolo mi ha un po’ chiarito.Comunque non li ascolterò mai

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