DIE KRUPPS – Vision 2020 Vision

I Die Krupps si sciolsero nel 1997, lo stesso anno in cui una band che a loro deve parecchio, i Rammstein, fece un botto pazzesco di critica e pubblico con Sehnsucht. Chissà se l’enorme successo di Lindemann e compagni influì nella decisione di Jürgen Engler e Ralf Dörper di riformare nel 2005 una delle band più importanti in assoluto a uscire dalla Germania negli anni ’80. Nel caso, nulla di più legittimo: al posto loro sarebbe stato insensato non cercare di capitalizzare sull’essere stati l’influenza diretta delle ultime vere superstar partorite dalla scena heavy metal. Tutte dietrologie che, nondimeno, lasciano il tempo che trovano di fronte a un ritorno sulle scene clamoroso quale fu The Machinists of Joy, lo straordinario album del 2013, ogni pezzo un potenziale singolo. Dopo un disco molto costruito sulle chitarre come il successivo V – Metal Machine Music, del 2015, Vision 2020 Vision, più arioso e ballabile, conferma l’identità dei Die Krupps quale creatura in costante evoluzione che non ha mai smesso di mutare pelle e sperimentare pur mantenendo un’identità fortissima e un sound personale e immediatamente riconoscibile che ha avuto un’influenza incalcolabile su buona parte delle contaminazioni tra rock ed elettronica tentate negli ultimi due decenni.

Uscito lo scorso novembre, Vision 2020 Vision è una nuova conferma del talento dei Die Krupps nel sapersi reinventare cogliendo nuovi spunti provenienti da filoni che hanno contribuito loro stessi a far nascere. In un disco che vede i sintetizzatori tornare protagonisti, Engler e Dörper, più che guardare all’EBM tradizionale da cui provengono, strizzano l’occhio alle diverse derivazioni imboccate in tempi più recenti dal genere, dall’aggrotech più pestona al futurepop paraculo, che diventa la chiave di lettura perfetta per reinterpretare, in una riuscitissima cover, The Carpet Crawlers dei Genesis.

Filoni che in Europa occidentale e Usa, con la parziale eccezione della Germania, sono mezzi morti (in Italia certe serate sono ormai riserve indiane) nelle mani di questi veterani, tornano a suonare freschi e avvincenti, al servizio di un concept che dipinge un’umanità condannata, in bilico tra un rinnovato istinto di rivolta e la tentazione di chiudersi al sicuro della propria bolla tecnologica (i testi di Engler, come sempre, meritano una lettura non distratta). In Fires spuntano addirittura riferimenti a quella retrowave che, negli ultimi tempi, ha fatto innamorare tanti metallari.

Poi, beh, ci sono i singoloni, si capisce. Se il brano scelto come apripista, Welcome to the Blackout, è forse tra i meno interessanti, è letteralmente impossibile schiodarsi dal cervello Trigger Warning o la title-track, scandite da riffoni marziali e incalzanti, e non vi servirà capire il tedesco per ritrovarvi a canticchiare il ritornello di Obacht alla fermata del bus. Accostabile come stile a The Machinists of Joy, Vision 2020 Vision ci si avvicina anche in termini di qualità. Una prova di forza che ha dell’incredibile, considerando l’età della band, fondata quarant’anni fa, e il suo ruolo nella scena, troppo importante per non rischiare di venire intaccato da un passo falso sia pur parziale. Un problema che non si è mai posto: i passi falsi non sembrano essere nel Dna dei Die Krupps. Oggi come ieri, autentici giganti. (Ciccio Russo)

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