La lista della spesa di Griffar: il capodanno di Fuorigrotta

Oggi parliamo di dischi non soltanto consigliati ma obbligatori, da ascoltare a tutti i costi, perché altrimenti sarebbe come dire essere un thrasher e non aver mai fatto girare nello stereo una sola volta Hell Awaits. I SUFFERING HOUR hanno scaraventato fuori The Cyclic Reckoning, il secondo disco dopo il grandioso esordio e il 12 inches single-sided EP Dwell, brano da diciotto minuti caustico dal quale molta musica che possiamo ritrovare su questo disco discende. È un botto fragoroso, il capodanno di Fuorigrotta.

Ora, partendo dal presupposto che un gruppo che sceglie come monicker il titolo di uno dei più grandi dischi di thrash metal di ogni epoca (Suffering Hour è degli Anacrusis ed è semplicemente oltre: il classico 11 in una scala da uno a dieci) vuol dire che già si pone una spanna sopra tutto il resto, ma quando componi, arrangi e registri del blackened death metal come questo non c’è alternativa: sei un maestro. Sei un genio. Non c’è un solo riff che non faccia venire i brividi, da quelli incredibilmente liquidi con la chitarra distortissima mitigata da effetti tipo Flanger o Echo (il chitarrista scrive tutti i brani ed usa una marea di effetti per tirare fuori appieno tutte le sue idee) a quelli più canonici che, senza ausilio di arrangiamenti particolari, colpiscono per quanto sono armoniosamente cupi, autunnali, il mondo che cerca riparo prima che il Generale Inverno arrivi e seppellisca chiunque osi sfidarlo. Strongholds of Awakening è sublime. È il primo pezzo e ti lascia a bocca aperta. Ti chiedi proprio: “ Ma cosa cazzo hanno scritto?”. Non mi ricordo di niente di simile. The Abrasive Black Dust (part II) è fantastica, non ho parole, dura otto minuti ma se fossero il doppio sarebbe la stessa cosa, cambia atmosfere, tempo e genere musicale così tante volte che perdi il conto. Persino il growling death, che non è lo stile vocale più espressivo di questa terra, diventa strano, evocativo, ammaliante. E, per non farsi mancare niente, a chiudere l’album c’è The Foundations of Servitude, monumentale nei suoi oltre sedici minuti di post-death-black progressivo, con sottili tracce di psycho rock. I Suffering Hour suonano oggi quello che piacerebbe suonare ai Deathspell Omega fra dieci anni. Basta dai, questo è un disco da avere per forza, non si può farne a meno. Spettacolare, punto.

Qualcosa di eccezionale e al di fuori della norma lo hanno fatto i rumeni DAIUS con il loro album di debutto Ascuns, che per ora si trova solo in versione digitale. Sembra che esista qualche copia Cd-r con la copertina intagliata nella corteccia di un albero, ma è solo un sentito dire: sul loro Bandcamp è data per sold-out ma nemmeno è mai arrivato un messaggio che questa fosse in vendita. Altrimenti l’avrei comprata, potete scommetterci. A qualunque prezzo. Perché molto probabilmente sto parlando del disco dell’anno, ed il disco dell’anno ce lo devi avere in versione fisica, se no che disco dell’anno sarebbe? I Daius sono un sestetto, il cantante è l’unico che abbia partecipato a progetti un po’ più famosi (Shape of Despair e Pantheist, oltre a Colosus), tutti gli altri hanno una barca di altri gruppi ma per quanto mi riguarda possono lasciarli perdere tutti e concentrarsi su questo. Non credete alle puttanate che vengono scritte da chi gli ha dato un’ascoltata alla veloce, è andato su Metal Archives, ha letto la definizione pagan black metal e ve lo spaccia come tale. Solo perché ci sono degli interludi di chitarra acustica nelle canzoni (cinque, tutte molto lunghe, tra gli otto e i dieci minuti abbondanti), arrangiamenti di archi assai frequenti, scacciapensieri ed armonie talvolta medievaleggianti, non significa che il gruppo sia inquadrabile nel contesto del pagan black. In effetti non c’entrano un cazzo, con il pagan black. Piuttosto pensate a quell’immensità di disco che è Sejr degli Angantyr mischiato a quel black metal freddissimo cupo e notturno consono a gruppi tipo Sorcier des Glaces: è questa la musica con la quale ci deliziano i Daius. E poi c’è il flauto traverso, non utilizzato semplicemente come arrangiamento ma assunto a strumento principale vero e proprio, integrato nelle composizioni come se fosse una terza chitarra, a disegnare melodie anche nei momenti più tesi e tirati in stile chitarra solista. Aggiungeteci che nelle parti più frostbitten hanno un tocco del primo Isvind e vi accorgerete che si sta parlando di qualcosa che non esce tutti i giorni, il semplice fatto di essere stati in grado di prendere tutto il meglio di gruppi epocali e riunirli in uno solo ha del mirabolante. Dico, sta uscendo musica della madonna di continuo, quasi non sembra vero da tanta che ne esce e di che qualità, siamo al primo marzo e ci sono già almeno sei/sette dischi che si contenderanno il trono a fine anno ma credetemi, fare di meglio di Daius sarà davvero difficile. Questi qui hanno alzato l’asticella, adesso vediamo se qualcuno sarà in grado di fare meglio. Dico solo che più avanti usciranno i nuovi di Seth e Ungfell, mamma mia.

Intanto è uscito anche il debutto dei tedeschi KANONENFIEBER, s’intitola Menschenmühle ed è anche questo un gioiello, inquadrabile meno facilmente degli altri perché si muove a cavallo tra blackened death, death metal classico e death metal melodico fino ad avventurarsi in campi minati come il doom, riuscendo ad uscirne integro ed a raccontarlo pure. Il loro concept è basato su quanto fosse merdosa la vita nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, e su questo si vanno a scontrare con Forever Lost dei Sentenced, il brano che meglio riuscì a trascinare l’ascoltatore in quelle fogne a cielo aperto; ciononostante, non sfigurano per nulla al cospetto di tale opera omnia.

Ne riprendono il mood invece, e lo ripropongono rivedendolo ovviamente in modo personale per la durata di un intero album, al contrario di Forever Lost che era “solo” un episodio inserito in un contesto molto più variegato. Nei momenti più black ricordano gli olandesi Terdor, essi pure completamente dediti alla divulgazione di quanto sia stato tragico il primo conflitto mondiale; il disco però quasi mai suona come se le canzoni fossero impostate sul black metal. È molto più il death melodico che si intende come struttura di base dei brani, e su questo poi vengono inserite variazioni anche importanti ma insufficienti a deviare completamente l’intenzione primaria del gruppo: suonare del death metal d’impatto come facevano i Bolt Thrower, ispirati al mille per mille da tutto quello che hanno significato i Bolt Thrower cercando in tutti i modi di non assomigliare per niente ai Bolt Thrower. Ci sono riusciti? Ovviamente sì a mio parere, ora tocca a voi giudicare. Occhio però, anche questo è un CD che cresce col tempo, per cui non commettete l’imprudenza di dargli un ascolto e via, sarebbe un errore e voi vi stareste perdendo qualcosa di seriamente valido. Vi troverete molti momenti acustici, samples di discorsi militareschi in tedesco ed anche influenze Asphyx periodo Last One on Earth credo inevitabili per chi si lancia a proporre musica con queste caratteristiche nel 2021. Per quanto riguarda il death svedese credo che il punto più vicino sia Return Fire dei Mörk Gryning, riff dal sentore “tragico” suonati su ottave, alte sì che la linea melodica sia facilmente riconoscibile e, perché no?, anche memorizzabile. Il disco è piuttosto lungo e forse l’unico pezzo che potrebbe anche non esserci è l’ultimo, un paio di minuti di chitarra acustica e voce che però ricorda certi canti di trincea che si ascoltano nei documentari, il feeling che ha è quello, ed allora il mio discorso viene immediatamente a cadere. (Griffar)

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