E se fosse proprio l’underground a uscirne vincitore?

Dopo aver letto l’ultimo nostalgico articolo del Centini, mi è venuto da riflettere. Nulla da eccepire, naturalmente, sul malcelato disgusto per le monarchie del Golfo: in tutti i miei viaggi ho avuto la fortuna di finire solo una volta in Bahrein (paradossalmente lo Stato più libertario di quelle terre sabbiose) e per un periodo di tempo molto limitato. Per il resto ho avuto modo di vivere soprattutto nel Maghreb, dove non rischiavo di finire in gattabuia per i miei tatuaggi, i miei orecchini, le persone che guardavo o la musica che ascoltavo nell’auricolare. O quasi, perché qualche occhiataccia me la sono pure beccata; ma comunque fatto sta che è una regione fantastica che ho sentito culturalmente affine e dove mi sono trovato meglio che negli Stati uniti. Ciò che mi ha veramente dato da pensare è il modo in cui l’industria culturale della musica dal vivo potrebbe uscirne, considerato anche che, dopo i primi tentativi di alcune band come i Lacuna Coil, la maggior parte degli artisti sembra aver abbandonato la strada dei concerti in streaming – e aggiungerei per fortuna, ma questo è un piccolo parere personale che aprirebbe tutt’altro discorso.

Sicuramente non ne uscirà più forte di prima: ormai la sospensione dell’incredulità davanti ai vari proclami della serie “distanti oggi per riabbracciarci domani” è inevitabilmente terminata – e nel peggiore dei modi oserei dire. Abbiamo già scritto diversi articoli su come si sta evolvendo il settore, sul fatto che oramai non valga più neanche la pena pubblicare album completi e lunghi come una volta e su come si stia ritornando al formato del singolo per aumentare la quantità della musica pubblicata e diminuire i periodi di silenzio tra un’uscita e l’altra. Inoltre, solo gli artisti più importanti possono permettersi di guadagnare veramente qualcosa di considerevole da Spotify e surrogati, comportando che un artista qualunque debba passare la maggior parte del tempo in tournée per poter rendere quantomeno sostenibile la sua arte. E ovviamente è un discorso che coinvolge qualsiasi genere e non solo il metal: mi è capitato di sentir dire le stesse identiche cose persino in un’intervista rilasciata di recente da Immanuel Casto, artista che rimane uno dei miei cosiddetti guilty pleasure per via di qualche canzoncina stupidina che ogni tanto mi piace ascoltare e del suo divertente gioco di carte Squillo.

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Tornando al discorso concerti, di recente sono anche stati rilasciati i dettagli di un paio di festival italiani che promettono molto bene. Parlo innanzitutto del Frantic Fest previsto per quest’estate, la cui giornata del venerdì prevede una serie di gruppi che farebbe impazzire chiunque (anche il giovedì merita, mentre l’unica sottotono è forse la giornata di sabato). Ma anche della prima edizione del Camunia sonora, che si terrà in una location a dir poco mistica e che ha inanellato una serie di annunci uno più clamoroso dell’altro, promettendo di far seriamente pensare al suicidio tutti i fan del doom metal che presenzieranno qualora si potesse (tenete conto che alla locandina provvisoria qua sotto vanno aggiunti anche i Candlemass, annunciati giovedì 11 febbraio). Ora, ci crediamo davvero che potremo andare a questi due festival (che ho preso come esempi giusto perché ci permetterebbero di rimanere in Italia e sono estremamente succosi)? Ovviamente mi auguro di sì, e lo auguro con tutto il cuore anche agli organizzatori che hanno speso il loro tempo per mettere in piedi baracca e burattini, così come ai gruppi che hanno dato la loro disponibilità. Farebbe estremamente bene a tutti, non solo da un punto di vista economico. Però temo che sia meglio essere realisti ed aspettarsi il peggio (quello che d’altronde sembra essere lo spirito degli stessi organizzatori del Frantic Fest, a giudicare dal loro comunicato giustamente molto cauto).

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Il problema, come faceva già notare il Centini nel suddetto articolo, è che significherebbe ammassare decine di band coi rispettivi staff, lo staff del festival più tutte le persone che vorranno vedere i loro beniamini dal vivo accampandosi nei paraggi. Sì, saranno tutti all’aperto, ma sarebbero comunque persone che rimangono a strettissimo contatto e per periodi prolungati di tempo. A questo punto gli scenari che è possibile prevedere sono tre:

  1. non si potrà fare niente e anche nel 2021 si potranno vedere i concerti l’anno prossimo;
  2. i festival si potranno tenere ma con un numero limitato di astanti e senza poter campeggiare;
  3. tana libera tutti e per la prossima estate avremo ancora meno restrizioni della precedente;

Se la prima non se la augura nessuno ma rimane comunque un’ombra che aleggia su tutti noi in quanto replicherebbe quanto successo l’estate scorsa, e se la terza è troppo bella per essere vera, la seconda opzione rimane l’unica che ci si può lecitamente aspettare senza risultare dei creduloni: una via di mezzo tra le nostre speranze e ciò che più probabilmente sarà la realtà. Non solo, ma è anche la direzione in cui sarebbe più logico muoversi, considerando che non si possono tenere chiusi i luoghi di aggregazione all’infinito e sperando che il nuovo governo non si dimentichi di tutto il settore dell’industria culturale che vive di eventi, a partire dalla musica per arrivare fino al teatro, al cinema e ai musei. Ma questa forse comincia ad essere fantascienza.

Ad ogni modo, partendo quindi dal presupposto che sul medio-lungo termine l’unica soluzione potrebbe essere la seconda, come potrebbe essere sostenibile un festival che si trovasse a dover contingentare gli ingressi? Bisognerebbe aumentare spropositatamente il costo del biglietto altrimenti per i gruppi non vale neanche la pena presentarsi? Nomi del calibro di Marduk, Arcturus (giusto per citare due dei più importanti tra quelli dei due festival di cui sopra) dubito si muoverebbero dalla Scandinavia in perdita solo per la gloria. Ma neanche due gruppi medi come potrebbero essere Månegarm e Wolves in the Throne Room lo farebbero mai, parliamoci chiaro. Il pubblico sarebbe davvero disposto a pagare un biglietto raddoppiato in un periodo di crisi? Gli organizzatori dovrebbero mettere i soldi di tasca loro per permettere al pubblico di godersi lo spettacolo senza pagare prezzi mai visti prima? Chi è che farebbe tutto questo?

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Il mio esimio collega scribacchino ha scritto che tutta questa situazione segnerà inevitabilmente la fine anche dell’underground e delle scene locali, o comunque di quello che ne è rimasto e che non è già stato falcidiato dall’evoluzione dell’industria musicale. Secondo me, invece, questa potrebbe essere proprio l’occasione per vederne la rinascita, in realtà. Alla fine sono proprio i gruppi underground della scena locale che suonano quasi esclusivamente per la gloria e che non si aspettano di guadagnare nulla. Sono loro a cui svolta la serata se riescono a rientrare nei costi con gli incassi e per i quali è già tanto trovare un locale che ti faccia suonare all’interno della tua città. E non lo dico con arroganza dall’alto della mia torre d’avorio, perché faccio parte anch’io, come molti altri tra di voi, di quella fetta di noi appassionati di questa musica che ha provato tutto ciò sulla sua pelle quando suonava in quindici formazioni diverse, una più velleitaria dell’altra. E se sotto il palco ritrovavo i miei amici e i componenti degli altri gruppi che suonavano quella serata mi potevo già ritenere molto fortunato e soddisfatto. Tra la situazione pre- e post-pandemia non cambierebbe sostanzialmente quasi nulla.

Vorrei evitare la retorica affettata della fenice e della rinascita dalle proprie ceneri, ma questa è l’unica strada che vedo possibile in un mondo in cui bisognerà limitare il più possibile il numero di persone che entra a contatto, soprattutto all’interno e in luoghi chiusi. Certo, questo cozza con il fatto che, almeno qui a Roma dove vivo da diversi anni quasi ininterrottamente, abbiamo visto la chiusura di diversi localini per i motivi più disparati (Init e Sinister Noise per citarne due); ma è altrettanto vero che, allo stesso tempo, qualche altro spazio è stato aperto da qualche coraggioso volenteroso (faccio sempre solo due esempi con Largo Venue a Roma e Slaughter Club nell’hinterland milanese). E bisogna anche sperare che non ne chiudano altri, ma diciamo pure che qualora dovesse arrivare il momento in cui non ci sarà più nessun locale aperto in cui un gruppo possa suonare della musica dal vivo, quello sarà anche il momento in cui probabilmente avremo cose molto più impellenti a cui pensare. (Edoardo Giardina)

11 commenti

  • Bel pezzo anche questo, complimenti. Io invece sono dell’idea semplicemente che riavremo tutto nel 2022. Ma proprio tutto. Perché? Perché la musica fa girare soldi. Per quale strano motivo qualcuno non dovrebbe organizzare eventi piccoli-medi-grandi-grandissimi nel 2022?

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    • Amen, fratello. Questa è una di quelle cose che non cambieranno.

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    • Perchè nel frattempo è successo che per il “bene comune” (o più esattamente per impedire allo Stato assicuratore universale di andare in default) è divenuto possibile limitare arbitrariamente lo stile di vita dei cittadini.

      Uso la parola “arbitrariamente” non a caso, perchè una passeggiata nei boschi da bravo black metaller difficilmente può innescare il megafocolaio di Ebola, ma i milanesi non sanno cosa sia da tempo.

      Nel frattempo è successo che i governi (che sono aggregazioni di sociopatici chiamati “politici” finalizzatee al perpetrarsi del proprio stesso potere) hanno scoperto che possono avere pieni poteri invocando una generica “emergenza”.

      Vedrai che un’emergenza si trova sempre, anche quando non è per definizione tale.
      L’apparire di una nuova variante di qualche virus per vietare le aggregazioni, l’effetto serra per vietare i viaggi, il rischio rivoluzione (ammesso esplicitamente, perchè se no Sai I Mercati) per vietare gli assembramenti e la libera stampa.

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      • Chiarifico l’elemento chiave implicito del commento precedente, che così sembra insensato: se sei un politico e devi scegliere tra:

        1. Investire sulla sanità
        2. Perdere il voto degli over 60
        3. Vietare la socialità, l’arte e tutto quello che può produrre contagi di comune raffreddore e _non_ produce profitto e voti di Confindustria

        cosa scegli?

        Se hai scelto 1, non sei veramente un politico. Sgamato.

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      • Così a occhio “per il bene comune” si sono sempre limitate le libertà personali. Il codice della strada, per dire.

        I “politici” son gente che puoi eliminare facilmente: votando o mettendoci la faccia in prima persona. Lamentarsi dei politici, dei poteri forti e simili serve solo a darsi una ripulita alla coscienza e continuare a non fare un cazzo.

        Sulle emergenze e la libertà di stampa mi sa che ti sei perso gli ultimi… 120 anni di storia.

        Mi verrebbe da chiedere da dove arriva questo “senso civico”, visto che fino a che non hanno vietato gli spritz in piazza non sentivo nessuno parlare di libertà e simili. Ma magari frequento i posti sbagliati io.

        Ultima considerazione: siamo a 200 morti al giorno (e sta andando pure bene), più altre centinaia di malati che intasano gli ospedali (creando chissà quanti altri morti collaterali), non è che sia una finta emergenza, o un’emergenza esagerata, è come se venisse giù un jumbo al giorno e la gente protestasse perchè non può volare.

        Quando saremo vaccinati & contenti e torneremo a pogare come e più di prima ti offrirò volentieri una birra, o fratello del vero metallo!

        PS
        Prima che lo dici. Ho perso un caro amico, 48 anni, sano, per ‘sta malattia di merda, ha lasciato due figli e una moglie che non sa dove sbattere la testa. Uno dei miei migliori amici è anestesista/rianimatore in un grosso ospedale del nord, è da marzo che non fa due giorni di ferie e inizia ad avere sintomi da SSPT, ma siccome non ce ne sono abbastanza di rianimatori non si muove dal reparto. Si fa bastare gli Slayer a manetta.

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      • No, “per il bene comune” non si sono mai in precedenza limitati i fondamentali diritti (es. allo studio) e le più essenziali libertà costituzionalmente garantite per anni di fila.

        E ancora non si è fatto altrove: se vai a raccontare a un danese che non puoi uscire di casa tua perchè in potenza puoi andare a contagiare qualcuno ti ride in faccia, come del resto ride quando gli spieghi il concetto di “condono” e “sanatoria”.

        Io comunque ero anarcolibertario anche prima, il fatto che “l’emergenza sia vera” non cambia ma rafforza le mie convinzioni per motivi che francamente non mi pare il caso di elencare su MetalSkunk.

        Le mie più sentite condoglianze per il tuo amico.

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  • Credo che per l’underground il problema sarà più dei locali che dei gruppi. Bisognerà capire a che condizioni verrà consentito organizzare eventi di musica live (ad esempio se sarà necessario avere una dimensione minima degli spazi) e quanto potrebbe pensare economicamente sui gestori mettersi in regola. Per poi fare suonare davanti alle 10 persone consentite. Che probabilmente non saranno più i vichinghi trangugia birre che facevano l’incasso della serata da soli, visto che non si potrà pogare e accalcarsi sudati uno sull’altro. Sicuramente in estate all’aperto sarà più facile avere delle possibilità, ma se penso a situazioni come il Ligera di Milano o lo Splinter di Parma la vedo dura. Posso solo sperare di sbagliarmi di grosso.

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    • La vera questione è se, a queste condizioni (che trovo ottimmistiche), l’underground finirà col “suonare” meno undrground e di frontiera.

      Una volta capito che al carrozzone dei Dream Theater che ti viene a suonare The Spirit Carries On si dovrà rinunciare, e che le ballad strappamutande propedeutiche a infilare la lingua a frullino in bocca alla malcapitata che viene al concerto con te bisogna farsele in casa, forse l’underground prenderà una serie di suoni più orecchiabili e tradizionali.

      Sarebbe delizioso se il risultato di tutto questo fossero uno sfracello di band di provincia che suonano come gli Europe nel ventunesimo secolo.

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  • Di Immanuel Casto, consigliabile è la biografia, scritta insieme a Max Ribaric (lo stesso di “Come lupi tra le pecore” e altri titoli interessanti).

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  • Dalla cacca ne usciremo solo grazie alla Scienza, con buona pace dei negazionisti e vari casi umani che si accodano. Il futuro dei concerti e non solo passa obbligatoriamente dai vaccini o tramite farmaci efficaci che ti fanno passare il covid, il resto è solo aria fritta. Poi vero è che magari all’aperto con le giuste precauzioni qualcosa si potrebbe ottenere,ma niente che si possa paragonare a grandi eventi. Non sarei nemmeno tanto ottimista per i micro concerti, che al contrario proprio perché più intimi potrebbero portare a ignorare norme e a far scoppiare focolai. Per me ai concerti vecchio stile si tornerà se tutto va bene nel 2023 e nel frattempo vivremo in una terra di mezzo…e auguriamoci che i pochi eventi che avranno la fortuna di vedere la luce non vengano funestati da qualche idiota che si mette a fare cose strane..tipo io la mascherina non la metto ecc… ecc…

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    • La Scienza (con la S maiuscola, chissà perchè) non prescrive fini, ma fornisce modelli predittivi.
      Non prescrive fini e non dà nemmeno mezzi per perseguirli (quella è l’Ingegneria, sempre maisucola).

      La Scienza può solo delineare i limiti della scelta umana nel quadro di socialità, economia, mortalità, qualità della vita ed eguaglianza sociale (un parametro che salta fuori quando si parla di “passaporto vaccinale per la socialità”).

      Se, come penso anch’io, la socialità sarà abolita per anni o per sempre (come s’è detto più volte, non è che nel 2023 riabitui la gente a vviere), sarà una scelta degli uomini, non un comandamento della scienza.

      Sempre la Scienza ci ricorda del resto che 300 milioni di anni di evoluzione rendono il volto coperto quasi incompatibile con la socialità umana e cagione di forte distress psicologico: spero di non vedere mai il paradosso del concerto con la mascherina, altro che “non la metto”.

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