METAL CONQUEST FESTIVAL @Largo Venue, Roma 25.01.2020

Il Metal Conquest è una di quelle cose a cui partecipare è moralmente obbligatorio. Un festival incentrato sull’epic doom alla vecchia maniera, con tre nomi storici (Witchfynde, The Black, Solstice) e altrettante nuove promesse da tenere d’occhio per il futuro. Io ormai sono stabilmente a Milano, ma poco male, perché non posso assolutamente perdermelo. Appena arrivo alla stazione Termini uno stormo di minacciosi gabbiani grossi quanto vitelli mi dà il benvenuto nella Città Eterna; il secondo benvenuto me lo porge il potente Gabriele Traversa, che non verrà al festival ma è sempre disponibile per una Peroni in piazzetta. Ci raggiunge anche Ciccio e il piccolo Gabriele ci accompagna al Largo Venue.

Arriviamo in ritardo per i CANTICLE ma in tempo per la fine del concerto dei CHEVALIER, gruppo finlandese autore di un album abbastanza caruccio l’anno scorso di cui non vi abbiamo colpevolmente parlato. Hanno una cantante di cui si innamora all’istante Lorenzo Al Saud, indomito lettore che ci seguiva anche quando era in trasferta in orribili petromonarchie feudali. Noi però riusciamo giusto a sentire un paio di pezzi più la cover di Child of the Damned degli Warlord, che chiude la scaletta.

Chevalier

Durante il cambio palco becchiamo quello stronzo del Masticatore e parliamo un po’ di Perugia e omicidi. Arriva anche un suo conoscente francese che è venuto appositamente da Nantes per il festival: questo tizio sarebbe da intervistare, perché ha una monomania patologica per il doom metal italiano e il cinema italiano di serie B anni ’60-’70. Immagino che lui consideri l’Italia come una specie di terra promessa per tutto ciò che è buono a questo mondo, un po’ com’era per me la Norvegia quando avevo sedici anni; come conseguenza di ciò, parla a macchinetta per tutto il tempo di cose che lui immagina conosciamo a menadito anche noi, in quanto italiani; invece spesso non abbiamo idea dei gruppi o dei film di cui sta parlando ma facciamo finta di sì, per non farlo rimanere male.

Insomma rientriamo per i VULTURES VENGEANCE, romani e autori di un bellissimo debutto chiamato The Knightlore e di cui, anche qui, non vi abbiamo colpevolmente parlato. Il mio ricordo più immediato su di loro è di quest’estate, quando ascoltai il disco a ripetizione durante un viaggio Santa Margherita Ligure – Milano con annessa ora di fila all’altezza di Serravalle, a causa di un camion che si era schiantato contro il guardrail rovesciando per strada tutto il suo carico di cosciotti di maiale. Non sto scherzando, c’erano cosciotti di maiale sparsi ovunque sull’autostrada. Ad ogni modo la loro prestazione è ampiamente all’altezza del disco, i quattro sono presi benissimo e sembrano usciti davvero dagli anni Ottanta, con quell’irrefrenabile entusiasmo e quelle selve di capelli ricci che ondeggiano per aria. La loro caratteristica fondamentale è che, nonostante suonino una musica volutamente vecchia e superata, danno una sensazione di freschezza e di libertà compositiva incredibile. Per quanto mi riguarda quella dei Vultures Vengeance è stata la migliore tra le esibizioni del festival; riprenderemo comunque l’argomento il prima possibile.

The Black

Durante i lunghissimi cambi palco si ripete la consuetudine del francese, sempre più esaltato come un bambino la sera del 24 dicembre, che snocciola gruppi improbabili dando assolutamente per scontato che noi li conosciamo tutti. Lorenzo continua ad annuire con la testa mentre nel frattempo si guarda intorno alla ricerca della cantante dei Chevalier. Anche io mi guardo intorno, e riconosco un bel po’ dei personaggi tipici dei concerti romani, i cui nomi (o soprannomi) qui non faremo per evitare che ci si possano riconoscere. A un certo punto sentiamo le prime note di THE BLACK e ritorniamo dentro. Penso di essere l’unico nel Largo Venue a non aver mai assistito ad un concerto del gruppo pescarese, nonostante una carriera trentennale e uno status che dire di culto è poco. Mario Di Donato calca il palco come se fosse casa sua, e sciorina riff su riff mandando in brodo di giuggiole il pubblico, visibilmente partecipe. Peraltro c’è parecchia gente venuta da fuori: mi riferiscono di una trentina di persone arrivate da mezza Europa, tra tedeschi, slavi e nordici, oltre ovviamente al nostro francese monomaniaco. Non è un mistero il perché: la scaletta del Metal Conquest è così specialistica da fare gola a qualsiasi fan dell’epic doom ottantiano, e, se è vero che io e Lorenzo siamo venuti apposta da Milano, non c’è da stupirsi che qualcuno sia venuto anche da più lontano.

Solstice

È quindi il turno dei SOLSTICE, motivo principale per cui mi sono spostato da Milano. Il loro ultimo White Horse Hill è stato il mio disco dell’anno 2018 e loro hanno quest’aura leggendaria causata anche dal fatto che in venticinque anni hanno tirato fuori appena tre dischi e hanno anche suonato pochissimo in giro. La novità è che da pochi mesi hanno defenestrato l’ottimo Paul Kearns, con cui avevano registrato l’ultimo album e l’EP del 2013 Death’s Crown is Victory. La nuova cantante si fa chiamare Hagthorn, un’americana che praticamente nessuno ha mai avuto occasione di sentire a parte una specie di promo EP dei Solstice chiamato White Thane con due pezzi dell’ultimo album ricantati per l’occasione – ma che io non avevo sentito. Per metterla giù brutalmente, lei non mi piace, non ha un timbro adatto ai Solstice e spezza le gambe ai pezzi eliminando la magia. L’attacco di To Sol a Thane, ad esempio, mi ha proprio bloccato l’entusiasmo. Pure sti coretti oh-oh-oh alla fine di ogni canzone non vengono per nulla bene dal vivo, e se ci aggiungi che lei ha una voce simile a quella di Blaze Bayley ti sembra di stare ascoltando qualche scarto di registrazione di The X Factor. Anche strumentalmente non è proprio come speravo che fosse. Loro sono poco presi e sembra che si limitino all’ordinaria amministrazione, inoltre suonano troppo secchi e non riescono a rendere l’atmosfera fiabesca che è la loro cifra stilistica fondamentale. Una delusione, purtroppo.

Witchfynde

Arriva quindi il momento dei WITCHFYNDE, che insieme a Di Donato rappresentano – per questioni anagrafiche – gli originali, a fronte delle altre band che, Solstice compresi, giocano il ruolo di quelli che agli originali si rifanno in tutto e per tutto. La band inglese è la meno oscura ed evocativa del lotto, ma il loro approccio al metallo è in tutto e per tutto in linea con lo spirito della serata. Inoltre sono presi benissimo: credo che questo sia il loro primo concerto da quest’estate, ma non vorrei sbagliarmi. Luther Beltz è fomentato come pochi, e sembra un attempato hooligan proletario che si esalta mettendo Children of the Grave al jukebox di qualche pub scrauso della provincia inglese, con le briciole dei pork scratchings sotto le unghie e la maglietta macchiata di birra di quarta categoria, sempre ovviamente con la partita del Nottingham Forest sulla televisione senza volume. Tutto come dev’essere, e cavalli di battaglia come I’d Rather Go Wild e Give’em Hell sono la perfetta chiusura per il festival. Ora speriamo in una seconda edizione. (barg)

3 commenti

  • C’ero e sono andato senza conoscere nessun gruppo e mi sono divertito, comprando il disco degli Chevalier, il gruppo che mi ha convinto maggiormente. i The Black meno, il fatto che i pezzi fossero quasi del tutto strumentali mi sembravano tutti uguali.

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  • Non sono andato purtroppo e chiaramente sulle prime ho rosicato per i Solstice …finché non ho sentito anche dal vivo la nuova cantante sui video trovati in rete. Diciamo che spero che la tradizione continui e che anche questa cantante abbia vita breve.
    Ma cosa cazzo si sono bevuti?
    Se prendiamo come paragone l’esibizione al keep it true con Felipe dei Procession alla voce, della quale ci sono almeno due spezzoni dalle dirette fb registrate, viene proprio male al cuore.
    Speriamo la pausa da lockdown possa aiutare a chiarire le idee, valà.

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